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Detenuti stranieri in Italia. Una riflessione di Antigone

18 Feb Detenuti stranieri in Italia. Una riflessione di Antigone

carcereL’associazione Antigone in collaborazione con la Open Society Foundation, ha recentemente presentato il volume “Detenuti stranieri in Italia” a firma del presidente di Antigone, Patrizio Gonnella. Il report analizza la condizione carceraria italiana contestualizzandola in Europa, dove nel 2014 erano presenti (dati raccolti dall’Università di Losanna in 47 Stati) 1 milione e 737 mila persone detenute, 100 mila in meno rispetto al 2013. Nei penitenziari europei, il tasso medio di presenza degli immigrati è del 21%, con percentuali più alte nei Paesi dell’Europa centrale, come Austria (46,7%) e Belgio (con il 42,3%). Altri Paesi, come l’Inghilterra e la Francia, hanno numeri inferiori di detenuti immigrati, rispettivamente il 12,6% e il 17,9%. L’Italia ha una percentuale del 32%, superiore alla media europea di 11 punti percentuali.

Gonnella ripercorre cause ed effetti delle tre leggi fondamentali che, dal 1990 ad oggi, hanno modificato il sistema detentivo del nostro Paese (Martelli, Turco-Napolitano e Bossi-Fini), vedendo aumentare il numero dei detenuti, in particolare tra il 1991 (35.469) al 1993 (51.165) poi fino a superare le 60 mila unità tra il 2004 e il 2006. Negli anni Novanta sulle coste italiane, provenivano i primi migranti dalla ex Jugoslavia e dall’Albania, ma questo non comportò un aumento significativo percentuale degli stranieri detenuti (sempre oscillante tra il 15 e il 17 percento). Verso la fine del 1996 si assiste a una discesa del numero di detenuti italiani, mentre la componente straniera cresce fino a quasi il 20 percento. A cavallo tra il 1998 e il 2000 si assiste nuovamente a una rapida crescita di detenuti, che arrivano a 53.165 individui. Un incremento dipeso quasi esclusivamente dall’aumento della popolazione immigrata, che portò al raddoppiamento della percentuale dei detenuti stranieri nelle nostre carceri (fino a circa il 30 percento del 2000). In quegli anni, come sottolinea lo stesso Gonnella: “La selezione socio-economica ed etnica del diritto penale è in pieno consolidamento e conduce direttamente alla nuova legge sull’immigrazione del 2002, la c.d. Bossi-Fini, con il definitivo accostamento del tema dell’immigrazione a quello della sicurezza e della criminalità”. Nonostante l’indulto del luglio 2006, che svuota le carceri di circa 20 mila detenuti, il numero di stranieri ristretti in carcere continua a salire, superando, nel 2008 (anno in cui i carcerati tornano a superare le 60 mila unità), il 37 percento.

Il 2010 è l’anno in cui la questione penitenziaria diventa un’emergenza a livello nazionale, con 25 mila detenuti in più rispetto ai posti letto in carcere. A contrasto di questa condizione, provvedimenti come la detenzione domiciliare di coloro che debbono scontare una pena residuale inferiore ai 18 mesi, l’introduzione di una serie di misure varate dal Parlamento e dal Governo e la stessa sentenza della Corte Europea di giustizia dell’Aia (2011, disapplicazione della norma penale che puniva col carcere chi non ottemperava l’ordine di espulsione del Questore) concorrono più o meno direttamente alla diminuzione percentuale della presenza in carcere di migranti, fino al 30 percento attuale. Molto (o quasi tutto) resta ancora da fare per i diritti dei detenuti e per una giustizia uguale per tutti. Ma per ottenere risultati solidi – spiega Gonnella – è necessaria una “strategia penale diretta a redistribuire il peso delle iniquità sociali”. Il rischio di misure decise col criterio ossimorico della “cronica emergenza” è quello di tornare velocemente ai picchi già visti nel 2004, 2006, 2010.

 

(deborah ferrara)

Antigone.it



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