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Il welfare delle parrocchie nell’accoglienza ai migranti

15 Dec Il welfare delle parrocchie nell’accoglienza ai migranti

Immagine 12Dal 1 gennaio al 27 ottobre 2015 sono sbarcate in Italia 139.770 persone, facendo registrare un calo del 9,09% rispetto allo stesso periodo 2014 (153.745). I flussi, stando ai dati forniti dal Viminale, provengono in maggioranza dall’Eritrea (37.495), seguita da Nigeria (19.205) e Somalia (10.722). La rete dell’accoglienza gestita dal ministero dell’Interno si articola in centri di accoglienza, centri di identificazione ed espulsione e Sprar (sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati). Tuttavia in questi mesi un ruolo importante è stato svolto dalle diocesi che, in risposta all’appello lanciato da Papa Francesco all’Angelus del 6 settembre, si sono mobilitate per ospitare richiedenti asilo e rifugiati. A questo proposito abbiamo intervistato Pierluigi Dovis, direttore della Caritas diocesana di Torino e autore del libro Per carità e per giustizia. Il welfare delle parrocchie per le Edizioni Gruppo Abele.

Che ruolo ha avuto la Chiesa, e in particolare la diocesi di Torino, nell’accoglienza degli stranieri? Quali sono le principali novità introdotte nel 2015 rispetto agli anni passati?
La Chiesa torinese è stata da subito all’avanguardia nella questione della cosiddetta accoglienza diffusa delle persone richiedenti asilo. Una quindicina di giorni prima che il Santo Padre lanciasse l’appello a tutte le Chiese dell’Europa l’arcivescovo Cesare Nosiglia aveva sollecitato le unità pastorali
torinesi a farsi carco di cinque migranti ciascuna. La risposta di parrocchie e famiglie è stata largamente superiore a quanto preventivato: più di 150 famiglie e una cinquantina di comunità si sono date disponibili. L’obiettivo specifico non è tanto di carattere quantitativo, ma qualitativo. Non dare un tetto, ma farsi carico, stare insieme, accogliere con il cuore, instaurare relazioni. Per questo il percorso di accoglienza è più lento ed è rivolto prevalentemente a fratelli che abbiano già fatto un tratto di strada nelle prime accoglienze, i cosiddetti CAS. Si tratta di persone non più coperte da sussidi economici che, quindi, vengono accolte praticamente gratis per un periodo medio lungo. Un piccolo segno di prossimità che può coinvolgere non solo singole persone ma le intere comunità in un gara di fraternità che mette insieme le risorse per raggiungere un obiettivo comune e condiviso. Per intanto già alcune persone sono state inserite in famiglie dopo una preparazione progettuale che ha visto l’azione anche della Diaconia Valdese e della Città di Torino. Insieme si può fare più e meglio.

Chi sono i poveri che arrivano oggi nelle parrocchie e quali sono le loro principali esigenze?
Alle parrocchie stanno arrivando sempre più “poveri insospettabili”, figli della crisi in cui da troppo tempo la nostra città sta vivendo. Sono gente senza carriera di povertà alle spalle, dei veri neofiti della deprivazione che più di altri soffrono interiormente per gli esiti di una caduta libera repentina e
spietata. Famiglie ancora giovani con carichi genitoriali, genitori soli o abbandonati, anziani al minimo di pensione. Moltissimi con resilienze di alto profilo dovute a carriere lavorative e di studio tutt’altro che di secondaria importanza. Piccoli imprenditori, giornalisti, professori, commercianti, operai
specializzati: insomma una popolazione che non si sarebbe mai immaginata di dover suonare il campanello di una parrocchia per chiedere aiuto nel vivere. In alcuni casi anche nel sopravvivere. Un dato: nel corso del 2015 il centro di ascolto della nostra Caritas Diocesana ha seguito oltre 400 famiglie per una integrazione alimentare. Più del 70% di esse sono di “nuovi poveri”, gente che si vergogna a morte di andare in parrocchia a fare la fila per avere la cosiddetta borsa della spesa. Purtroppo al loro fianco sta ricrescendo al schiera delle povertà estreme – dai senza dimora ai gravemente poveri – che
pensavamo di aver rifotto nel numero. Invece non è così. Una povertà a sandwich, se possiamo utilizzare la metafora, dove le parti estreme sono quelle più in sofferenza. In questo gli estremi quasi si toccano.

Come spiega nel suo libro, la crisi economica ha colpito anche molte famiglie italiane. Come possono le diocesi compensare i pesanti tagli al welfare operati in questi ultimi anni?
Compensare non è il verbo migliore. La Chiesa, il terzo settore, i privati non sono chiamati a sostituire ma ad integrare, rendere migliore, dare una amina a quanto è dovuto anzitutto e soprattutto per giustizia. La Costituzione impone alla società nel suo complesso – attraverso il lavoro delle sue Istituzioni ma anche con il comparto economico, culturale, sociale  – di garantire a tutti quelle opportunità di base capaci di dare ali alla responsabilità di ogni singolo cittadino. Le risorse sono diminuite – ed è un dato di fatto – ma questa constatazione non può e non deve diventare alibi per non cercare strade nuove e alternative di allocazione delle risorse. La Chiesa può farsi parte attiva, ad esempio, per creare sinergie collaborative tra pubblico e privato. Oppure può provare a fare scouting di risorse e buone prassi nascoste nei territori delle nostre città ed incubarle. Può farsi attivatore di processi che coniughino la solidarietà – principio che rende uguali i diversi – con quello di fraternità – che mantiene la diversità degli eguali. Siamo in una fase delicata della storia che chiede alle comunità cristiane la capacità di innovare il proprio modo di essere nei confronti delle povertà e dello sviluppo della società. Ma soprattutto chiede la capacità di non perdere la propria natura profetica ed anticipatrice, nella più chiara tradizione evangelica che vede nell’aiuto concreto al povero la prima restituzione a Dio dei doni ricevuti e accresciuti, il primo e più grande atto di giustizia che da a ciascuno quanto occorre. Smettendo di fare solo supplenza e attivando programmazioni di sviluppo. Come chiede, a Torino, l’iniziativa dell’Agorà del Sociale, guarda caso voluta proprio dalla Chiesa.



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