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2012: buoni propositi “sostenibili”

08 Jan 2012: buoni propositi “sostenibili”

Cosa significa, in tempi di innegabili difficoltà per i modelli economici occidentali, parlare di frugalità, decrescita e modelli sostenibili? Si tratta di mere utopie o di strategie inevitabili per cercare una possibile via di fuga dalla crisi economica? Intervista ad Achille Rossi, sacerdote, scrittore, tra i maggiori esperti del pensiero di Raimon Panikkar e SergeLatouche, responsabile della rivista L’Altrapagina e profondo studioso dei temi dello sviluppo sostenibile e della condizione dell’uomo nella società del mercato.

Perché è necessario il ritorno ad uno stile di vita che lei chiama “frugale”? Davvero non esistono alternative meno drastiche?
Viviamo oggi in un “modo impossibile”, almeno sotto tre profili. Etico, innanzitutto, perché l’1% dell’umanità controlla il 38% della ricchezza mondiale. Ma il nostro mondo è impossibile, cioè inconcepibile e destinato al fallimento, anche dal punto di vista ecologico: stiamo vivendo i giorni più caldi degli ultimi 600mila anni, e a dirlo non è un organo di partito o una onlus vicina a Rifondazione Comunista, ma il Pentagono degli Stati Uniti. Infine, ci troviamo in un mondo impossibile anche dal lato spirituale: la società dell’avere, nella quale siamo immersi, ci ha fatto dimenticare i significati autentici delle cose, circondandoci di un nichilismo affettivo che ci ha contagiati tutti. Non sembra esistere niente, oggi, per cui impegnarsi vale la pena. Ecco perché è necessario prendere congedo da questa idea di mondo. Certo non è un’impresa facile, perché gli archetipi della crescita sono profondamente insiti nel nostro immaginario, ma dobbiamo provarci.

Ma come si fa ad abbondare l’idea di crescita illimitata? Da dove si può partire?
Dobbiamo anzitutto imparare a riascoltarci, e a recuperare un rapporto, oggi praticamente perduto, con l’intimo profondo che c’è in ciascuno di noi. Niente di astruso o incomprensibile: si tratta di ritrovare una visione in grado di condurci in uno stile di vita che privilegi la qualità. Sul piano personale, anzitutto, attraverso il recupero del senso profondo del parlare, del comunicare, persino del camminare con una ritrovata, nuova lentezza; e poi sul piano culturale, nello svelare il mito nel quale siamo avvolti, ossia quello della crescita infinita, senza confini. Un’operazione, questa, che dobbiamo fare bonificando anzitutto il nostro linguaggio.

In che senso?
Negli ultimi anni in questo Paese si è fatta un’enorme confusione tra interesse privato e bene pubblico, inteso come amore per il prossimo. Ci hanno fatto credere che fare i propri affari e amministrare un Paese fosse la stessa cosa, ed è tempo di restituire alla verità questa falsa equazione. Così come è tempo di scardinare altri punti salienti della mentalità dominante: non si lavora per arricchirsi, ma per essere, per trovare un senso al proprio impegno e alla propria strada; non siamo fatti per competere ma per lavorare insieme, la società non è dei migliori ma di tutti, come la speranza e la possibilità di costruire un futuro più equo e più giusto.

E sul piano politico qual è la strada da percorrere?
Prima di ogni altra cosa dobbiamo ripartire dai tagli. Ripristinando anzitutto le risorse destinate al sociale che nel giro di pochissimi anni sono praticamente sparite. Non ci serve la Tav, non ci servono grandi ponti, ci servono opportunità per ridiventare cittadini, per riappropriarci dei beni comuni, per far crescere quelle realtà del sociale che in tre anni hanno perso l’80% dei loro contributi e di cui, paradossalmente, oggi abbiamo più bisogno.

Qualcuno dice che il ritorno alla “povertà”, oltre che un’utopia, sarebbe una scelta senza senso…
Io dico che il termine “povertà” ha più significati. Così come la parola “decrescita”. Quando sono i governi, a parlare di “povertà” o di “austerity”, ho paura. Se imposta, l’austerità non funziona. Diverso, invece, è parlare di “sobrietà”: solo due categorie di persone possono continuare a credere ad un’idea di sviluppo illimitato: i folli e gli economisti.

Ma come si può pensare ad una decrescita che tenga conto del tema dell’uguaglianza e dell’equa distribuzione delle risorse?
Dicevo prima del significato del termine decrescita: Latouche la intende come necessità di uscire da una concezione di sviluppo illimitato, ed è questa la prospettiva. La crescita senza fine è una religione da abbandonare, perché ha dimostrato tutta la sua inefficacia e impossibilità. Decrescita vuol dire proprio questo: negare una concezione, che è fallita, ed aprirne un’altra. Decrescita è usare un altro sguardo, un altro modo di concepire il reale, che non è un ritorno indietro ma un guardare avanti. Ed è la politica che deve darci una mano, ad esempio tornando a privilegiare il locale e il territorio, e tirando un freno alla finanza spregiudicata. Tecnologia, finanza e mercato sono l’anima della crescita: occorre riportare la finanza sotto il controllo della politica, di una buona politica, che sia in grado di ridare un giusto ordine alle priorità, equità e giusta distribuzione delle risorse su tutte.

Da dove inizia una “politica buona“?
La politica è come la nottola di Minerva, che inizia il suo volo solo al crepuscolo, quando il sole è già tramontato: arriva sempre tardi, sempre per ultima. Quello di cui una buona politica ha bisogno, per trasformarsi, è una cultura nuova. E ricostruire questa nuova cultura è compito di ciascuno di noi, ognuno nel suo ambito, nel suo lavoro, nel suo campo. Senza un contributo culturale non si può arrivare ad un cambiamento, la storia di Obama ce lo insegna. E il cambiamento parte dalla volontà e dall’impegno di ciascuno. Oggi, non più tardi di oggi.

(federica grandis)



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