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25 aprile, il valore della memoria e l’esigenza di una staffetta generazionale

24 Apr 25 aprile, il valore della memoria e l’esigenza di una staffetta generazionale

Guido_Quarzo1Il 25 aprile di 70 anni fa l’Italia si liberava dal nazifascismo. Oggi, con un dibattito pubblico inaridito e monopolizzato dalla crisi economica, abbiamo ancora bisogno di ricordare quei valori. Perché è dalla Resistenza che è nata la Repubblica italiana e la sua Costituzione. Ricordare quegli anni significa soprattutto ricordare quei ragazzi che, parafrasando don Lorenzo Milani, hanno scelto di non obbedire ma di obiettare.
Recentemente si è parlato del movimento partigiano soprattutto in termini di revisionismo. L’agiografia e la retorica, certamente, non vanno d’accordo con la storia. Tuttavia, nonostante gli episodi delittuosi di cui si sono macchiati alcuni appartenenti alle brigate partigiane, abbiamo il dovere di non perdere il senso generale della storia: c’era un’Italia che lottava a fianco della dittatura nazifascista e un’Italia che la combatteva. E sono stati questi ultimi, pagando un prezzo molto alto in termini di vite umane, a vincere. Ma non sono loro che hanno vinto: abbiamo vinto tutti noi. Perché il 25 aprile è la festa di tutti.
A 70 anni dalla Liberazione c’è però l’esigenza di arruolare nuove staffette: le vecchie generazioni devono essere capaci di trasmettere alle giovani il valore di quell’esperienza irripetibile che fu la Resistenza. Per questo abbiamo intervistato Guido Quarzo che ha lavorato per anni nelle scuole elementari come insegnante e come formatore. Nel 2011 ha scritto Ritorno al mittente, un libro per bambini ambientato a Torino negli ultimi mesi della Seconda Guerra mondiale. In quel periodo l’occupazione nazista della città è particolarmente feroce ma i partigiani stanno già preparando l’insurrezione: è il famoso piano E27 che porterà alla Liberazione di Torino prima dell’arrivo degli angloamericani.

Guido Quarzo, sono passati 70 anni da questi fatti e si parla molto del valore della memoria. Quanto è importante raccontare ai bambini il significato della Resistenza?
Credo che si debba fare un discorso molto più generale sul senso della Storia. E’ importante far comprendere ai bambini che tutto ciò che vedono ha una storia, che esistono cause ed effetti.
La narrazione, qualunque tipo di narrazione, si appoggia proprio su queste categorie mentali di causa ed effetto, di prima e dopo, è sempre qualcosa che ha a che fare con il tempo. A maggior ragione quando il racconto riguarda direttamente il nostro passato. Credo che lo scopo che ci dobbiamo prefiggere sia di avvicinare i bambini a questo concetto: che noi siamo ciò che è stato, e che ora stiamo costruendo ciò che saremo. Il significato della Resistenza è tutto qui, in questo senso della continuità, della storia.

Quali sono i metodi più adatti per riuscire a comunicare con le nuove generazioni su un argomento che, a prima vista, può apparire inattuale e che lo sarà sempre di più con il passare degli anni? Come può avvenire il passaggio di testimone?
Raccontare storie piccole, storie individuali, che si intrecciano alla Storia grande, che riguarda tutto un popolo, una nazione, è forse il metodo più vicino alla mente del bambino.
La storia della Resistenza è anche storia di piccoli gesti, di uomini e donne nella quotidianità. Ho scritto Ritorno al Mittente con l’idea, per quel poco che posso fare con un minuscolo libro, di passare, come dite voi, il testimone ai lettori e di conservare memoria di questo episodio minimo, personale che ho sentito tante volte raccontare dalla protagonista, mia madre.
Finché continueremo a raccontare, saremo in grado di salvare la memoria di generazione in generazione, di non perdere il filo. E di ritrovare le radici.

Il suo libro è ambientato a Torino, una città piena di luoghi simbolo dalla Resistenza: dal carceri Le Nuove di corso Vittorio dove furono imprigionati  gli oppositori politici, passando per la Caserma La Marmora di via Asti in cui furono seviziati e torturati  centinaia di antifascisti, fino all’angolo tra via Cernaia e corso Vinzaglio dove quattro ostaggi furono pubblicamente impiccati dai repubblichini. Se lei dovesse portare un bambino a visitare questi monumenti alla memoria quali sceglierebbe e perché?
Se dovessi accompagnare un bambino che avesse letto il mio libro, lo porterei prima a vedere la casa dove abitavano i miei nonni, che è ancora uguale a come la descrivo nel libro, e gli chiederei di immaginarla, guardando la facciata, con una fetta in meno: tutto l’angolo di destra. Una casa qualunque perché la barbarie della guerra colpisce tutti, indistintamente.
E poi lo porterei in campagna, verso Gerbole, dove i miei nonni con la casa bombardata erano sfollati.
Per fare le cose in grande però bisognerebbe andare in montagna, nelle valli. Perché è qui che è nata e si è organizzata la Resistenza piemontese: penso alla Val Pellice, dove i valdesi nascosero con coraggio ebrei ed oppositori del fascismo, alla Val di Susa e alla Val Chisone dove operò la brigata De Vitis di cui faceva parte Eugenio Fassino, padre dell’attuale sindaco di Torino. So di una piccola borgata in Val Germanasca che conserva molti ricordi della lotta partigiana, tra le case e sulle rocce lungo i sentieri. Sarebbe anche una bella gita.

(valentina casciaroli)



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