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A Milano, l’economia sociale che nutre Messina

06 Jul A Milano, l’economia sociale che nutre Messina

lipariDal 6 al 9 luglio a Milano, la Fondazione Comunità di Messina animerà quattro giornate di riflessione su come nutrire in modo sano la nostra economia e la nostra società. Scelta come caso-modello dalla Kip international school per lo sviluppo umano, in cinque anni dalla sua nascita ha realizzato nel messinese un vero e proprio polo economico alternativo. Che funziona. Ne abbiamo parlato con Gaetano Giunta, segretario generale della Fondazione.

 

Come nasce la collaborazione con la Kip international school che vi porta a presentare le attività e le modalità operative di Fondazione Comunità Messina all’Expo?
La Kip School è la scuola per lo sviluppo umano creata per il raggiungimento degli obiettivi della piattaforma di lotta alla povertà del millennio dell’Onu e dell’Ocse. La loro è una struttura di scuola a rete. Hanno cercato esperienze innovative in diverse parti del mondo che potessero dare un valore aggiunto a livello di innovazione, sia dal punto di vista dei paradigmi teorici di sviluppo, sia organizzativi. Conosciuta l’attività della fondazione, ci hanno chiesto di far parte di questa rete di riferimento. Collaboriamo con loro da quattro anni. Ci ospiteranno presso il loro padiglione all’Expo di Milano, che hanno immaginato come momento di incontro per tutte le realtà che hanno messo in rete, nel nord e nel sud del mondo.

Qual’è il vostro obiettivo per questa quattro-giorni milanese?
Vogliamo presentare un’idea di economia e di società diversa rispetto al pensiero unico del capitalismo finanziario, dentro al quale viviamo ormai in maniera prevalentemente rassegnata. Non c’è alcun dubbio che lo sviluppo umano e persino quello economico (al contrario del pensiero capitalistico che ritiene la diseguaglianza un incentivo per la crescita) si possano nutrire della progressiva espansione delle libertà umane per tutti. Non solo libertà dai bisogni materiali (reddito, casa ecc.) ma anche libertà di accesso alla conoscenza, libertà di essere inclusi in reti relazionali e partecipare alla democrazia di un territorio. Abbiamo insomma un pensiero economico molto diverso per l’uomo. Non quella caricatura che l’idea capitalistica ci consegna, di un essere umano interessato solo al tentativo di massimizzare i propri profitti. E soprattutto porteremo l’applicazione pratica e funzionante di questo modello economico alternativo.

Nel vostro statuto scrivete di voler “dare corpo a forme evolute di economia civile”. Cosa intendete?
La Fondazione svolge un’azione locale, di territorio. Ma ha un valore più generale: elaborare e mettere in pratica forme di economie civile produttive, inclusive dei soggetti deboli, che lottano le mafie in un territorio permeato da questo fenomeno. Forme in cui welfare di comunità ed economia produttiva stiano insieme. Non nella logica dualistica del pensiero liberale-individualista, in cui da una parte c’è l’economia pilotata dall’efficienza e dall’altra parte lo Stato, a cui se rimangono risorse, spetta il compito di redistribuirle a favore degli svantaggiati. Forme economiche in cui la costruzione di capitale sociale e la progressiva espansione delle libertà delle persone più fragili vengono poste come vincoli esterni alla logica di efficienza economica e di massimizzazione del profitto.

Quali esempi pratici supportano il vostro modello economico?
Due in particolare. Il primo riguarda la rinascita in forma cooperativa di un’industria di produzione della birra tradizionale della città di Messina, che è fallita nella forma industriale capitalistica. I lavoratori sono stati messi in lista di mobilità. Un gruppo di loro ha deciso di ripartire in forma cooperativa, sostenuti dalla Fondazione, con un diverso pensiero di economia, che guarda ai mercati come beni relazionali. La fondazione li ha aiutati a fare i piani industriali, ha attratto per loro le risorse necessarie per le attrezzature della fase start-up, ma soprattutto ha realizzato delle campagne di comunicazione sociale affinché il loro mercato nascesse in termini relazionali con la città, affinché i cittadini si riappropriassero della “loro” birra, che è competitiva in termini di qualità-prezzo (qualità molto alta a prezzi competitivi). L’acquisto di quella birra per la comunità locale significa partecipare alla dignità di persone che riacquistano il lavoro in una terra in cui la produzione industriale è precipitata, scegliere dei prodotti che raccontano storie di libertà e anche di responsabilità ambientale, per via dell’attenzione al rispetto per l’ambiente nei processi produttivi.

Come ha risposto la “domanda” a questa “offerta”?
Il birrificio, da piano economico, dovrebbe riuscire a vendere circa 45 mila ettolitri di birra entro il quarto anno di attività. Ma prima di cominciare la produzione (che partirà ad ottobre) ha già avuto tre ordinativi dal territorio, altri da alcune comunità italiane in Australia e negli Stati Uniti, e anche da alcuni circuiti nazionali di qualità dei prodotti alimentari italiani. In totale, hanno già oltre 50 mila ettolitri di preordinativi. Una dimostrazione che la logica di pensare all’incontro tra domanda e offerta in termini di relazioni e di valori è stata vincente e ha funzionato meglio delle forme tradizionali di economia.

Secondo esempio?
L’inclusione sociale e lavorativa di 60 persone provenienti dall’ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto. La Fondazione non lo fa nella modalità tradizionale, sostituendo al manicomio tanti mini-manicomi, o comunità terapeutiche assistite.Lo fa da una parte promuovendo sistemi di economia civile capaci di generare alternative per le persone (per l’abitare, per la socializzazione, per il lavoro ecc) e dall’altra parte finanziando i “gap”: se una persona lavora in una cooperativa per l’energia rinnovabile, agroalimentare, nell’industria culturale ecc. e si impegna a stare sei ore in cooperativa, ma la sua produttività (a causa della malattia) è di due ore, deve essere pagata per sei ore, perché per quelle si è impegnata a stare in cooperativa. Il gap di produttività di quella persona, in termini di costi, lo mette la Fondazione. Se la persona riesce a stare solo tre ore a lavoro e dunque ha uno stipendio molto basso, la Fondazione paga per lei l’affitto, per fare in modo che non piombi mai sotto la soglia della povertà e abbia sempre una possibilità di vita dignitosa (per i bisogni primari ma anche per quanto riguarda la socializzazione). Questo sistema di welfare riconosce le persone come valore, come risorse e copre eventualmente solo il “gap” portato dalla malattia, garantendo le facilitazioni necessarie per cui i diritti della persona siano rispettati appieno. E’ un modello di welfare emancipatorio, che funziona meglio e costa molto meno. Se la Regione Sicilia, soltanto nell’ambito della rette per le Comunità terapeutiche assistite, riconvertisse le rette in questa logica di progetti personalizzati e supportati dal sistema di economia civile che noi stiamo sperimentando, risparmierebbe ogni sei anni 250 milioni di euro. Solo da questo piccolo segmento delle spese per la sanità.

Quanto e a quanti livelli incide sul territorio il lavoro della Fondazione?
Nel distretto che si occupa di energie rinnovabili oggi lavorano direttamente 250 persone, tra cui anche alcuni degli ex detenuti di Barcellona Pozzo di Gotto. Poi ci sono i beneficiari “a cascata”, da quelli che usufruiscono dell’energia prodotta dal parco fotovoltaico ai neonati del nido del quartiere di Camaro (ME) con le loro mamme, per cui abbiamo immaginato uno spazio in cui dare loro gli strumenti affinché i bambini possano sviluppare tutte le loro potenzialità. Ma la cosa interessante è che la Fondazione Comunità consente di “stare dentro” alle attività, seguire il nostro modello, con diverse gradualità di appartenenza. Un modello aperto e per questo capace di generare molta interazione col territorio.

Il vostro operare si inserisce in un contesto ad alta presenza mafiosa. Quali difficoltà di gestione questo comporta?
Paradossalmente proprio il modello “open source” ci aiuta. Perché è difficile da comprendere, circoscrivere e da contrastare. Devo dire di aver incontrato molte più intimidazioni e rischi negli anni in cui, in passato, mi occupavo del territorio come amministratore pubblico. A questo bisogna aggiungere che negli ultimi anni, il tessuto mafioso messinese è stato fortemente indebolito, grazie ad un’azione di contrasto capillare ed efficace da parte delle forze dell’ordine. Questo aiuta il tessuto “sano” dell’economia e della società a respirare e prendere corpo.

Mentre voi (insieme a molte altre realtà in Italia) siete quotidianamente impegnati a mostrare il volto sano (e produttivo) della cooperazione sociale, da Roma il “modello Buzzi” ha gettato un discreto fango su tutto il settore…
Su questo vorrei fare due considerazioni. La prima è che, come in ogni settore in Italia, anche in questo c’è da denunciare, perseguire e fare pulizia. Però c’è anche un elemento strutturale problematico nel modo in cui oggi è organizzato il welfare in Italia. Viene finanziato con una struttura economica di dominio: gran parte del welfare non è quello che prevedeva la nostra Costituzione (sussidiarietà circolare), ma semplicemente il pubblico mette le risorse e il terzo settore è uno strumento di “intermediazione di manodopera”. In questa struttura asimmetrica e non comunicativa pongono fertili radici i sistemi di corruzione e concussione. E’ un errore ragionare nella logica esclusiva della cessione di servizi. Noi abbiamo bisogno di ricostruire dimensioni comunitarie, circolari, in cui anche i soggetti del terzo settore siano soggetti economicamente attivi. Nella vera logica di sussidiarietà circolare, se manca l’appalto dell’ente pubblico, la cooperativa sta in piedi comunque. E dunque non deve fare qualsiasi cosa (lecita o illecita) per vincerlo. Su questo sarebbe il caso di fare insieme in Italia una riflessione.

(manuela battista)



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