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Acqua bene di tutti, “buona” per pochi

22 Mar Acqua bene di tutti, “buona” per pochi

acqua3_copiaDiciannove anni fa le Nazioni Unite proclamavano il 22 marzo Giornata mondiale dell’acqua, con lo scopo di sensibilizzare popolazione e governi sull’importanza della corretta gestione delle risorse idriche. Oggi nel mondo 1,6 miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile e 2,6 miliardi di uomini e donne vivono senza servizi igienico-sanitari. L’acqua è un bene talmente prezioso da meritarsi l’appellativo di “oro blu”: può generare conflitti, influenzare migrazioni, smuovere i mercati finanziari. E mentre ogni anno 5 milioni di persone muoiono per malattie connesse all’acqua, il 12% della popolazione mondiale usa e spreca l’85% del bene più prezioso del pianeta.

La situazione in Italia
Ma qual è la situazione dell’ “oro blu” in Italia? Secondo i dati resi noti dal Cipsi, un coordinamento di 48 associazioni di solidarietà e cooperazione internazionale, il Belpaese spreca l’acqua in maniera ingente. Ogni giorno in Italia si perdono dalle condutture 104 litri d’acqua per abitante, pari al 27% del totale d’acqua prelevata. Ogni italiano consuma in media 237 litri di acqua al giorno. A fronte di questi dati, 1/3 dei cittadini non ha un accesso regolare e sufficiente alla risorsa idrica: ben 8 milioni di italiani non hanno l’acqua potabile e 18 milioni la bevono non depurata.  E mentre circa il 15% della popolazione totale ogni estate è sotto la soglia minima del fabbisogno idrico e il 36% del territorio siciliano è desertificato, 95 milioni di litri di acqua vengono usati ogni anno per l’innevamento artificiale.

Il servizio e le reti
Il problema, almeno in Italia, non è la mancanza di acqua in sé, quanto le tecnologie necessarie per renderla buona da bere. Se il servizio di acquedotto raggiunge il 95,9% della popolazione e per quello di depurazione si arriva solo al 70,4%, i dati del rapporto Blue Book 2009 realizzato da Utilitatis, il centro di ricerca sui servizi pubblici, fanno emergere la necessità di interventi urgenti.
Ma l’avvio delle opere e il reperimento dei fondi necessari è reso difficile
dall’instabilità normativa che circonda il settore dei servizi pubblici locali e in particolare l’acqua. E la privatizzazione della gestione dell’acqua prevista dal decreto Ronchi sembra aver peggiorato la situazione.

Il referendum del 12 giugno
Il prossimo 12 giugno si voterà per chiedere che l’acqua torni ad essere un bene totalmente pubblico. Tra i primi firmatari della proposta di referendum c’è il Gruppo Abele, che oggi è impegnato nella campagna di sostegno al Sì. “Se vincono i no o non si raggiunge il quorum ai referendum sull’acqua – spiega il coordinamento del Cipsi – il quadro legislativo introdotto dal decreto Ronchi sancirà definitivamente che l’acqua è un servizio di rilevanza economica, cioè una merce”. In quel caso “l’acqua sarà consegnata nelle mani di imprese multinazionali interessate a accaparrarsi il controllo e lo sfruttamento delle risorse idriche. La legge Ronchi collocherà tutti i servizi pubblici essenziali locali sul mercato, sottoponendoli alle regole della concorrenza e del profitto. Verranno così espropriati i Comuni e lo stesso Stato dal controllo diretto delle reti, cioè degli acquedotti che nel corso della storia sono stati realizzati con la fiscalità generale”. Uno scenario che il Cipsi cerca di far comprendere attraverso un esempio. “E’ sufficiente immaginare di applicare gli effetti del provvedimento sul bene casa . La conseguenze dell’art.23 (uno dei due articoli su cui si esprimeranno gli italiani chiedendone o meno l’abrogazione) sarebbero le seguenti: scioglimento della assemblea di condominio; obbligo di affidare la manutenzione della nostra casa ad una impresa privata identificata tramite gara di appalto; conferimento a questa impresa per 30 anni della manutenzione sulla base di una offerta; obbligo di mettere a disposizione del gestore, tramite banche o istituti finanziari,  che concederanno i capitali prendendo in garanzia ipotecaria la nostra casa, le risorse necessarie. Un vero e proprio esproprio”.

(federica grandis)



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