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Adozioni e anonimato del parto

20 Sep Adozioni e anonimato del parto

Pubblichiamo una riflessione dell’Anfaa (Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie) a pochi giorni dalla sentenza della Corte di Cassazione sulla legittimità costituzionale della legge 184/1983 sul diritto alla segretezza del parto e la tutela dei nascituri.

L’Anfaa scende in campo in difesa dell’attuale normativa a tutela della garanzia dell’anonimato del parto. In seguito all’ordinanza del Tribunale per i minorenni di Catanzaro – che ha sollevato questione di legittimità costituzionale per l’articolo 28 (comma 7) della legge 184 del 1983 con il quale si esclude la possibilità per la persona adottata non riconosciuta alla nascita di accedere all’identità della madre biologica – l’associazione nazionale delle famiglie adottive e affidatarie spiega: «questa normativa ha un alto valore etico e ha finora consentito ogni anno a circa 400/500 bambini non riconosciuti di nascere e di essere inseriti dopo pochi giorni presso famiglie scelte dal Tribunale per i minorenni fra quelle che hanno presentato domanda di adozione. Se venissero modificate queste disposizioni, le donne che non intendono riconoscere i loro nati, non avendo più fiducia nell’assoluta riservatezza delle strutture sanitarie, potrebbero non andare più in ospedale e partorire quindi in condizioni inidonee, prive della più elementare assistenza sanitaria, con gravi pericoli per la salute e la sopravvivenza loro e del proprio nato. Sarebbe una decisione gravissima con conseguenze infauste».

Sulla questione la Corte Costituzionale si era già pronunciata con la sentenza n. 425/2005, sostenendo giustamente che con questa norma si tutela sia la gestante che “in situazioni particolarmente difficili dal punto di vista personale, economico o sociale – decida di non tenere con sé il bambino (offrendole la possibilità di partorire in una struttura sanitaria appropriata e di mantenere l’anonimato)” sia il nascituro “distogliendo la donna da decisioni irreparabili, per quest’ultimo ben più gravi”.

«Se oggi si mettesse in discussione questo diritto – prosegue l’associazione – quante partorienti rinuncerebbero, per timore di essere interpellate in futuro, su richiesta di un figlio mai conosciuto e già adulto, a fare la cosa migliore per la salute propria e del nascituro?». Una domanda che interpella anche la nostra associazione, come spiega Ornella Obert, referente per il Gruppo Abele dell’area Vittime e Vulnerabilità: «Alcune donne, ragazze anche giovanissime, che si rivolgono alle nostre strutture, non sarebbero o non si sentono in grado di affrontare l’esperienza genitoriale. Prendere consapevolezza di non riuscire a farsi carico di un bambino è un processo doloroso ma è anche un gesto di estrema responsabilità. Sapere che altri, attraverso l’intervento di un’istituzione pubblica che garantisce il controllo, potranno farlo crescere con l’attenzione che gli è dovuta costituisce grande aiuto in una situazione di disorientamento e spesso di paura».

Secondo l’Anfaa, chi sostiene l’opportunità dell’accesso all’identità della partoriente che non ha riconosciuto il proprio nato dovrebbero innanzitutto chiedersi se sia corretto ricercarla a distanza di tanti anni, chiedendole di rileggere le pagine dolorose del suo passato e di rimettere in discussione anche il suo presente, spesse volte assolutamente risolto con la creazione di una nuova famiglia completamente ignara delle sue scelte pregresse. Per quanto riguarda la persona data in adozione, invece, l’Anfaa sostiene la propria posizione attraverso le parole di Marisa Persiani, psicologa, psicoterapeuta e Giudice Onorario presso il Tribunale per i minorenni di Roma: «la convinzione che coloro che sono stati adottati e non possono accedere alla conoscenza della propria origine biologica vedano compromessa la costruzione della propria identità, è più frutto di uno stereotipo morale e culturale che di un dato reale[…]. L’identità di una persona si costruisce nell’ambito di un processo dinamico di interazione con la realtà, all’interno delle relazioni affettive più significative stabilite con le figure di massimo riferimento, particolarmente nel tempo della prima infanzia. In questa fase, l’adulto madre ovvero la persona che costituisce il punto di maggiore sicurezza per il bambino, rappresenta anche il mediatore di senso del reale; all’interno di tale relazione il piccolo apprenderà il mondo, se stesso e lo stile delle successive relazioni».

Sempre in questo ambito legislativo, Anfaa rilancia  quanto scritto nel 6° Rapporto su “I diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia”, a cura del Gruppo di lavoro per la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (di cui fanno parte numerose associazioni tra cui anche il Gruppo Abele). Dopo una disamina della situazione nel nostro Paese, il Gruppo ha raccomandato:
– Al Parlamento l’approvazione di una Legge che preveda la realizzazione, da parte delle Regioni, di almeno uno o più servizi specializzati, realizzati dagli enti gestori delle prestazioni socio assistenziali, in grado di fornire alle gestanti, indipendentemente dalla loro residenza anagrafica e cittadinanza, le prestazioni e i supporti necessari affinché possano assumere consapevolmente e libere da condizionamenti sociali e/o familiari le decisioni circa il riconoscimento o il non riconoscimento dei loro nati;
– Alla Commissione Stato-Regioni che assuma le necessarie iniziative per la piena attuazione della normativa vigente in materia di riconoscimento e non riconoscimento dei neonati e di tutela del diritto alla segretezza del parto, per la promozione di campagne informative al riguardo, e l’attivazione di tavoli di lavoro multidisciplinari per la realizzazione di percorsi condivisi.



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