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Aids: attenzione alle false sicurezze

01 Dec Aids: attenzione alle false sicurezze

stop20aidsOggi è la Giornata mondiale per la lotta all’Aids. In trent’anni di ricerca e di cura della malattia si sono fatti importanti progressi. Ancora molto però resta da fare: sia dal punto di vista dell’accessibilità ai farmaci nei Paesi più poveri, sia sul piano dell’informazione e della prevenzione.
Ne abbiamo parlato con Caterina Bramato, infettivologa presso la Clinica malattie infettive dell’ospedale Amedeo di Savoia di Torino.

Periodicamente vengono annunciate “svolte” nella ricerca sulle terapie di cura e prevenzione dell’Hiv/Aids. Qual è la situazione oggi?
L’attenzione della ricerca scientifica nei confronti dell’infezione da HIV è sempre molto alta. In questi ultimi anni sono state messe a punto nuove classi di farmaci; sono allo studio ed in sperimentazione altre molecole che dovrebbero avere caratteristiche di sempre maggior tollerabilità, sicurezza ed efficacia. Per quanto concerne le strategie non farmacologiche, è in corso e prosegue lo studio del vaccino anti Tat, cui partecipa anche la Clinica di Malattie Infettive di Torino. Sono stati recentemente divulgati i risultati
preliminari, che, per quanto iniziali e sperimentali, sembrano promettenti per far pensare ad una via alternativa al controllo dell’infezione. Sono in corso altri studi, anche presso la nostra Clinica.

Secondo il Rapporto UNAIDS per il 2010, addirittura il 50% delle persone sieropositive al mondo non saprebbe di esserlo. Come leggere questo dato? È valido anche per il contesto italiano?
Sicuramente anche in Italia le diagnosi di infezione da HIV non rappresentano che la punta di un iceberg e ovviamente non è facile fare una stima precisa di quanti sono infetti senza saperlo. La diffusione dell’infezione nella popolazione al di fuori delle cosiddette “categorie a rischio” ha fatto sì che molti di questi soggetti non si percepiscono come a rischio e pertanto non solo non si sottopongono al test, ma continuano inconsciamente a diffondere l’infezione.

In Italia, ci dice l’Istituto superiore di sanità, sono circa 3.000 ogni anno le nuove diagnosi di Hiv. È possibile che il sensibile miglioramento delle terapie abbia portato a una sottovalutazione dei rischi, a un abbassamento della guardia rispetto alla prevenzione? Oggi si investe abbastanza nell’informazione sulle modalità di trasmissione e prevenzione del virus, soprattutto rivolta ai giovani?
La sottovalutazione del rischio è legata a vari fattori, fra cui la non conoscenza della diffusione del fenomeno, la superficialità di approccio a tante tematiche della vita, anche sessuali ed infettive, nonostante l’apparente maggiore attenzione alla prevenzione e alla salute. L’informazione mediatica a sua volta spesso superficiale e approssimativa, per non dire grossolana, nei confronti della terapia, raramente proveniente da fonti specializzate, ha certo contribuito a dare false sicurezze, false interpretazioni e a fare abbassare la guardia nei confronti dell’infezione.

Un tempo c’erano due gruppi particolarmente a rischio di infezione da Hiv: le persone tossicodipendenti e quelle omosessuali. Oggi è ancora così oppure il contagio per via sessuale è ugualmente diffuso fra le coppie etero?
Da anni ormai diciamo che non ci sono più “categorie a rischio”, ma comportamenti a rischio. Il contagio sessuale nell’ambito di coppie eterosessuali è molto frequente ed interessa non solo le coppie giovani, ma anche quelle più avanti negli anni. Sicuramente l’informazione sull’HIV rivolta ai giovani è molto carente in questi ultimi anni; è necessario studiare nuove e più efficaci modalità di approccio e di comunicazione.

Un aspetto che ha caratterizzato l’Aids, soprattutto nei primi anni della sua diffusione, è stato lo “stigma” sociale che ricadeva sui malati. Oggi la percezione comune verso questa malattia è cambiata? Oppure rimangono forme di pregiudizio verso che ne è affetto?
Purtroppo, a distanza di tanti anni, dopo tanti progressi scientifici, quello che non è molto cambiato è il pregiudizio verso le persone con infezione da HIV, in ambito soprattutto sociale e lavorativo, talora purtroppo anche in famiglia. Ancora una volta, questo è frutto dell’ignoranza e anche dell’ipocrisia con cui si affronta questo argomento. A riprova di questa osservazione va segnalato che, laddove è possibile fornire informazioni sull’HIV e sulle modalità di trasmissione a parenti ed amici dei nostri pazienti che lo richiedono, si superano molte barriere e si mantengono relazioni assolutamente serene e distese.



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