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Aids, più impegno (e fondi) per contrastarla

19 Jul Aids, più impegno (e fondi) per contrastarla

AlessandraCerioliSi chiuderà domani, mercoledì 20 luglio, la conferenza mondiale sull’Hiv in corso a Roma. E proprio l’Italia che ospita questo importante meeting ha disatteso i propri impegni con il Fondo Globale per la lotta all’Hiv, Tubercolosi e Malaria, come hanno denunciato nelladichiarazione di Roma le 13 associazioni membre del Forum della società civile italiana sull’Hiv/Aids. Sulle novità emerse e i nodi da risolvere abbiamo intervistato la presidente della Lila Alessandra Cerioli.

Nella conferenza di quest’anno si parla di trattamento antiretrovirale come efficace strumento di prevenzione della trasmissione del virus dell’Hiv. Che conseguenze ha il raggiungimento di questo traguardo?
Del trattamento come prevenzione si era parlato già nella conferenza di Vienna del 2008: allora, in base a dati retrospettivi, si affermava che una persona sieropositiva che utilizzasse il trattamento avesse scarse possibilità di trasmettere il virus (con un’efficacia molto alta, del 96%). Il passo in avanti sancito dalla conferenza di quest’anno è che il risultato di studi appositamente condotti ha convalidato la correttezza di questa tesi. Aver dimostrato l’efficacia della cura antiretrovirale per abbattere la carica infettiva del virus è importante per le persone sieropositive, che non si sentono più – rispetto allo stigma sociale che le colpisce – una “minaccia per il prossimo”. Inoltre dal punto di vista scientifico, i risultati di questi studi permettono di mettere l’Hiv sullo stesso piano delle altre malattie infettive per quanto riguarda i meccanismi che la governano: se si cura tempestivamente la persona, si evita la diffusione dell’epidemia. Questo è fondamentale soprattutto in quei paesi dove purtroppo non si è ancora raggiunto l’accesso al trattamento, un diritto universale per cui la Lila – insieme alle altre associazioni e al Forum della società civile italiana sull’Hiv/Aids stesso – continua a battersi.

Dal 2009 il Governo italiano disattende le promesse di contributo al Fondo Globale. Cosa comporta, a livello mondiale, il disimpegno dei governi (l’Italia, ma non solo) nella lotta all’Hiv, Tubercolosi e Malaria?
L’Italia fa una pessima figura sulla scena internazionale per quanto riguarda la lotta all’Hiv e alle altre malattie infettive. Il Giappone, ad esempio, nonostante la grave situazione economica e umanitaria causata dallo tzunami del marzo 2011, ha ribadito l’impegno a pagare, appena possibile, quanto aveva promesso per il Fondo Globale. E per restare in Europa, altri Paesi che hanno subito gli effetti della crisi economica tanto quanto l’Italia – come ad esempio il Portogallo – oltre ad aver mantenuto gli impegni precedenti, continuano a versare la loro quota. Ma ovviamente non si tratta solo di una questione di immagine… I soldi del mancato versamento dell’Italia, avrebbero permesso al Fondo Globale di fornire farmaci antiretrovirali a più di 100mila persone che vivono con l’Hiv, dare trattamenti salvavita a più di 284mila persone con la Tbc, donare 8 milioni di zanzariere per proteggere le famiglie dalla malaria. Come Lila, insieme alle associazioni del Forum della società civile italiana sull’Hiv/Aids e agli attivisti arrivati da tutto il mondo abbiamo ribadito la gravità di questa mancanza con una manifestazione fatta in apertura alla conferenza di Roma.

Quali politiche l’Italia dovrebbe attivare per fermare la diffusione dell’Hiv nel nostro Paese?
Come indica anche l’Unaids (l’agenzia dell’Onu dedicata a Hiv/Aids, ndr.), per combattere efficacemente l’infezione e la malattia è necessario innanzitutto conoscere il tipo di epidemia presente nel Paese. Purtroppo in Italia, a trent’anni dalla pandemia degli anni Novanta, non abbiamo ancora dei dati epidemiologici attendibili: non tutte le regioni hanno un sistema di sorveglianza per l’Hiv, non abbiamo dati disaggregati per comportamento, e ancora si continua a parlare del virus e della sua trasmissione con termini desueti, che evidenziano l’arretratezza del nostro Paese nel trattare questo tema. Il dati del Coa (il Centro Operativo Aids dell’Istituto Superiore di Sanità) parlano di 2.500 nuove infezioni accertate ogni anno, ma non essendo comprensivi delle rilevazioni di tutte le regioni, sono decisamente inferiori alla realtà dei fatti, come affermano anche molti clinici che nel loro lavoro incontrano le persone a cui viene fatta una diagnosi di sieropositività. Un secondo aspetto su cui l’Italia dovrebbe lavorare è quello dell’individuazione tempestiva dell’infezione: un terzo delle persone sieropositive nel nostro Paese non sa di esserlo e oltre il 60 per cento delle nuove diagnosi di Aids avviene con persone che non sapevano neppure di avere l’Hiv. La Commissione nazionale Aids, di cui faccio parte, ha licenziato un documento trasmesso alla conferenza Stato-Regioni, per definire politiche per l’implementazione della diagnosi, ma il rappresentante del Ministero dell’Economia ha affermato che non metterà soldi per questa campagna. Per fare un paragone, negli Stati Uniti, dove l’anno scorso è stato riscontrato lo stesso problema, sono stati stanziati in 2 anni 10 milioni di dollari da utilizzare per implementare le politiche sul test. Senza fondi adeguati – o in questo caso… senza fondi – non si possono fare politiche di diagnosi, né di prevenzione.

Dopo anni di pubblicità progresso e di campagne allarmistiche, oggi di Hiv/Aids si parla molto meno. Con quali modalità di comunicazione si dovrebbe tornare oggi ad affrontare questo tema?
Le campagne di informazione e sensibilizzazione, se fatte seriamente, sono senz’altro utili. C’è bisogno però che vengano diffuse in maniera sistematica e non per brevi finestre temporali. E questo richiede un investimento economico che oggi manca. Inoltre, laddove ci sono delle risorse disponibili, è necessario ottimizzarle, magari evitando di puntare sul videomessaggio di un testimonial famoso, che fa scendere il budget disponibile per la campagna vera e propria. Un altro aspetto su cui lavorare riguarda il target di riferimento, che dovrebbe essere specifico, con campagne diversificate a seconda della popolazione a cui ci si rivolge. Questo in Italia non è mai stato fatto.

Un altro aspetto importante della conferenza internazionale in corso a Roma è la presentazione di alcuni nuovi studi sulla Prep, l’utilizzo di un trattamento preventivo da parte delle persone sieronegative che hanno comportamenti a rischio. Di cosa si tratta?
I primi studi presentati in conferenza sulla Prep (pre-exposure prophylaxis, la profilassi pre-esposizione, ndr.) dimostrano che una combinazione di farmaci utilizzata da persone che hanno rapporti ad alto rischio può servire a ridurre il rischio contagio con percentuali di efficacia oltre il 40%. Come Lila crediamo che questo sia un campo su cui continuare a fare ricerca. La strada del vaccino e del “rischio zero” non è praticabile per le popolazioni ad alto rischio di contrarre il virus, per le quali una combinazione di strumenti biomedici può però essere di aiuto nell’abbattimento delle probabilità di contagio.

Una recente pubblicazione dell’Istituto Superiore di Sanità stima che le persone detenute che vivono con l’Hiv rappresentino il 7,5 del totale. Quali misure ritenete necessarie per migliorare le condizioni di salute di queste persone ed abbassare il rischio di contagio?
Anche all’interno delle carceri bisogna lavorare per la “riduzione del danno”, come ha evidenziato un documento licenziato esattamente un anno fa dalla Commissione Aids e sottoposto alla conferenza Stato-Regioni, che dovrà decidere come tenerne conto, compatibilmente con i soliti problemi di fondi. È necessario garantire la disponibilità di siringhe sterili e preservativi anche per i detenuti, ma a questa azione si deve affiancare una formazione/informazione del personale carcerario. La nostra preoccupazione su tagli ulteriori alla Sanità e alle Regioni – che di fatto, con il decentramento amministrativo e il federalismo, dovrebbero occuparsi di applicare queste e le altre disposizioni in materia di prevenzione e cura dell’Hiv – viene proprio dalla consapevolezza che le misure necessarie in questo campo non potranno trovare la loro applicazione, se non frammentaria e insufficiente, a causa del continuo impoverimento delle risorse e della mancanza di una lettura precisa del fenomeno.
(manuela battista)



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