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Amnesty International: in 50 anni cambiati gli strumenti, non l’impegno

28 May Amnesty International: in 50 anni cambiati gli strumenti, non l’impegno

50AI_intNel 1961, un vibrante articolo pubblicato dal quotidiano inglese The Observer sollecita i lettori a fare qualcosa di concreto per le tante persone incarcerate, in vari Paesi, solo per le proprie opinioni. Dal primo gruppo di volontari raccolti intorno all’autore di quel testo, l’avvocato Peter Benenson, nasce Amnesty International, l’associazione che oggi conta quasi tre milioni di soci nel mondo (80.000 in Italia), e i cui rapporti sul tema dei diritti umani godono di ampio risalto e credibilità. Nel mezzo, 50 anni di ricerche e impegno, con azioni in sostegno ai prigionieri politici, attività di educazione ai diritti umani, campagne contro la tortura, la pena di morte, lo sfruttamento, le discriminazioni, e una continua pressione sui governi per la promozione dei diritti civili, politici, sociali ed economici. Questa in sintesi la storia di Amnesty International, che il 28 maggio spegnerà 50 “candeline”, ma di certo non vuole lasciar spegnere la candela che da sempre è il suo simbolo. Come sono cambiate le cose in questo lungo lasso di tempo? È facile oggi mobilitare l’opinione pubblica nella difesa dei diritti umani? Ne abbiamo parlato con Riccardo Noury, portavoce della sezione italiana dell’associazione.

Nel 1961 l’articolo di Peter Benenson sui prigionieri di coscienza ebbe un grande effetto sull’opinione pubblica, tanto da invogliare moltissime persone all’azione. Oggi le persone sono più o meno ricettive e informate rispetto al tema dei diritti umani? Come riuscite a coinvolgerle?
Sono molto ricettive perché il tema dei diritti umani, e questo credo sia un merito di Amnesty e delle altre organizzazioni che in questi decenni lo hanno proposto, è diventato “popolare”. Pensiamo ad esempio all’importanza dell’assegnazione del Nobel per la Pace a un difensore dei diritti umani come Liu Xiaobo, nel 2010. Ci sono anche opportunità maggiori rispetto al 1961 di mobilitazione: penso all’aiuto che la tecnologia digitale ha dato ad Amnesty International per attivare in tempi rapidi molte persone su un appello o una petizione. Cambiano le tecniche. Mentre nel 1961 forse neanche lo sapevamo di essere un social network “ante litteram”, oggi lo siamo a tutti gli effetti come capacità di mobilitare la gente intorno a una campagna, un appello, una situazione di violazione dei diritti umani.

In 50 anni le campagne e gli appelli di Amnesty International sono riusciti a salvare la vita a migliaia di persone in tutto il mondo. Ci sono delle “battaglie” che considerate particolarmente significative nella storia dell’associazione?
Ce ne sono tante. La cosa bella è che se si chiede a ciascun attivista di Amnesty International di dire quali sono i successi più significativi dal suo punto di vista, ognuno di noi darà probabilmente una lista diversa.
Poche ore fa c’è stato un grande passo avanti per quanto riguarda la giustizia internazionale, con la cattura e la consegna al Tribunale per l’ex Jugoslavia del generale serbo-bosniaco Ratko Mladic. Ecco, se esiste oggi una giustizia internazionale lo si deve fra l’altro al fatto che nel 1998, grazie anche all’impulso di Amnesty International, è stata istituita una Corte Penale Internazionale permanente.
Un altro successo rilevante è quello dei 50.000 e più prigionieri di coscienza che l’associazione ha contribuito a liberare. Sembra un numero piccolo, ma vuol dire tre al giorno: vuol dire che per 50 anni, ogni giorno, Amnesty in media ha migliorato la vita di tre persone e delle loro famiglie.
L’ultimo dato che voglio dare è che quando Amnesty International è nata i Paesi che avevano abolito la pena di morte erano 16; oggi quelli che non vi ricorrono più sono ben 139.

Rispetto a 50 anni fa, le associazioni che si occupano di diritti umani e più in generale le forme di impegno della società civile si sono moltiplicate. Su che cosa Amnesty mantiene una propria specificità e forza?
Sul fatto di avere un raggio d’azione molto ampio. In questi anni la tendenza è stata quella di dar vita a organizzazioni che si occupano di un tema specifico, il che ha la sua importanza perché vuol dire lavorare a fondo ed essere incisivi su quel tema.
Amnesty International invece ha voluto mantenere un focus sempre più allargato, e mano a mano che affioravano nuovi problemi, nuove emergenze, trovare il modo di occuparsene. Probabilmente quello che caratterizza Amnesty è che è l’unica organizzazione che fa campagne per i diritti della maggioranza del pianeta.

(cecilia moltoni e toni castellano)



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