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Appello per le condizioni carcerarie in Italia

22 Apr Appello per le condizioni carcerarie in Italia

Una lettera-appello dell’associazione Antigone, sottoscritta da don Ciotti a nome di tutto il Gruppo Abele, alla vigilia del semestre di guida italiana delle istituzioni europee, indirizzata alle più alte cariche politiche, affinché siano migliorate sostanzialmente e durevolmente le condizioni di vita nelle carceri italiane.

Lo sguardo europeo sulle condizioni di detenzione in Italia ha indotto un processo di piccole riforme legislative che hanno certamente prodotto una riduzione, molto limitata e non ancora determinante, del sovraffollamento carcerario. Sono comunque circa 4 mila i ricorsi di detenuti pendenti presso la Corte Europea per violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea sui diritti umani e le libertà fondamentali che proibisce la tortura e ogni forma di trattamento inumano e degradante. Ricorsi che comunque attendono una soluzione di carattere compensativo per coloro che tali condizioni hanno subito; ricorsi che ci si augura non si riproporranno poiché le misure adottate avranno modificato radicalmente quella realtà che nel passato ha portato a una condanna così umiliante per la nostra democrazia e la nostra civiltà umana e giuridica.
Proprio al fine di poter chiudere questa pagina e confinarla al passato riteniamo che il semestre di guida italiana delle istituzioni europee debba costituire l’occasione di un ulteriore e decisivo stimolo affinché siano migliorate sostanzialmente e durevolmente le condizioni di vita nelle carceri italiane e ci si avvii lungo il percorso dell’adozione di un diverso modello di detenzione, meno passivizzante e più responsabilizzante, meno chiuso in se stesso e più aperto al ritorno nella società. È inaccettabile per un Paese a democrazia avanzata come il nostro che sopravvivano pratiche penitenziarie lesive della dignità umana nonché luoghi, come ad esempio Poggioreale a Napoli definiti medievali dal Presidente della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento Europeo a seguito di una visita ispettiva effettuata da una delegazione della Commissione da lui presieduta. . 
Ci rivolgiamo al Capo dello Stato, per la sensibilità unica dimostrata su questo difficile terreno, al Presidente del Consiglio, per il suo ruolo di straordinario rilievo in questa fase delicata ed al neo Ministro della Giustizia assicurando tutta la nostra disponibilità a sostenere questo difficile ma  inevitabile percorso di cambiamento.

Ci permettiamo di rivolgervi alcune richieste partendo dalla nostra oramai trentennale e variegata attività di impegno e di lavoro nel sistema penitenziario italiano.
1) È assolutamente necessario fare ulteriori e più coraggiosi passi in avanti sul terreno delle riforme legislative dirette a diversificare il sistema sanzionatorio e a procedere sulla doppia via della depenalizzazione e della residualizzazione della pena carceraria.
2) La qualità della vita nelle carceri dipende anche da pratiche operative e da modelli di gestione. Nel nostro sistema penitenziario, per prassi consolidata, si è finiti per ritenere che la pena dovesse consistere nella chiusura in cella con pochissimo tempo (a volte solo due ore giornaliere) a disposizione per la vita sociale. È questo il momento di produrre il massimo sforzo per cambiare un modello di gestione, fondato sulla soggezione, l’afflizione e l’umiliazione. Ci vuole un gruppo di regia forte, con anche doti di tipo manageriale e spirito innovativo, che renda prassi operativa in tutto il territorio nazionale ciò che proficuamente, il mondo ricco del volontariato, dell’associazionismo e della cooperazione ha prodotto in questi anni con enorme sacrificio. Il Ministero della Giustizia non deve tardare ad aprirsi in maniera determinata a questo pezzo importante della società civile non avendo paura delle forti resistenze che provengono dall’interno.
3) Nelle carceri italiane la gran parte dei detenuti è a basso indice di pericolosità e occorre  evitare il rischio che l’attenzione legittima che si riversa alle poche migliaia di detenuti pericolosi finisca per condizionare il trattamento di tutti gli altri. Per evitare tale rischio la gestione dei detenuti non deve essere necessariamente affidata unicamente a chi ha nella sua biografia una storia, seppur meritoria, di investigazione giudiziaria, privilegiando anche l’apporto che può giungere da chi ha dimostrato un’attenzione continua ai modelli più avanzati di composizione dell’esigenza di sicurezza sociale con il necessario (obbligatorio per lo Stato) ritorno alla società della persona che ha sbagliato, attraverso un percorso rieducativo.  Parallelamente la gestione del personale penitenziario (oltre 50 mila persone, alcune delle quali di grande valore professionale) richiede un’attenzione particolare. Una gestione del personale dove al centro ritorni lo scopo per cui queste persone sono assunte, perché è proprio dal riacquistare il senso del proprio lavoro che  cresce una serenità del personale da cui dipende molto di quello che, di bello o di brutto, accade negli istituti penitenziari.
4) Un tema centrale per il miglioramento della qualità della vita interna è quello del lavoro dentro e fuori dal carcere ovvero per chi è in esecuzione penale esterna. Il tasso di disoccupazione nelle carceri Italiane è del 96%. Esiste una legge del 2000 (che va ricontestualizzata al momento presente), conosciuta come legge Smuraglia (il finanziamento straordinario del CdM del 13/02/2013 non ha ancora trovato regolare attuazione attraverso lo schema di decreto interministeriale), che pur costituendo una base normativa importante, ancor oggi fa fatica a funzionare a causa della ridotta copertura di spesa. Il lavoro qualificato è essenziale quale fattore di riduzione, pressoché totale, della recidiva e va concretamente incentivato, riducendo quegli intoppi burocratici che spesso non consentono il pieno funzionamento di pur positive leggi esistenti. Anche in questo ambito ci vuole una regia pubblico-privato forte, autorevole e di impronta manageriale.
5) Un problema a cui serve dare immediata risposta riguarda i pochi bambini (40/50) ancora rinchiusi in carcere. Le centinaia e centinaia di case famiglia di varie associazioni presenti sul territorio nazionale sono da anni (con un costo di gran lunga inferiore a quello del carcere o dell’ICAM) disponibili ad accogliere queste mamme con i loro bambini in ambienti sicuramente, oltreché più economici, più adeguati.
6) Va decisamente e definitivamente favorito l’invio in comunità di detenuti in affidamento sia provenienti dalla detenzione che dalla libertà. A tali strutture va riconosciuta una retta giornaliera, retta che risulta essere decisamente inferiore al costo del detenuto per lo stato oltreché a garantire un drastico abbattimento della recidività, cosa che lo stato italiano oggi non è in grado di assicurare.
7) Infine, molte nostre organizzazioni sin dal 1997 hanno chiesto l’introduzione nel nostro Ordinamento giuridico del Garante nazionale delle persone private o limitate nella libertà. Nonostante ci fosse un obbligo derivante dalla ratifica da parte del nostro Paese di un Protocollo Onu (comunemente riportato con l’acronimo OPCAT) in tal senso e nonostante molti Paesi europei abbiano già istituito figure analoghe, quantunque in vario modo denominate, solo da poco questa figura è stata inserita con legge nel nostro Ordinamento. La nomina dei tre componenti dell’autorità di garanzia – Presidente e due membri – spetta al Capo dello Stato  previa delibera del Consiglio dei Ministri. Ci auguriamo che siano scelte persone di comprovata esperienza, non solo nazionale, sul tema dei diritti delle persone private della libertà e del monitoraggio delle condizioni di detenzione. È un incarico molto delicato che richiede indipendenza (ricavabile dalla propria storia professionale e di terzietà), autorevolezza morale, grande conoscenza, nonché lunga esperienza sul campo.

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