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Calano le richieste di asilo. Ma non è una buona notizia

28 Mar Calano le richieste di asilo. Ma non è una buona notizia

immigrati3_largeLe richieste di asilo nel mondo sono in forte calo. E l’Italia non fa eccezione. A dirlo è l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, che per il 2010 ha registrato 358.800 richieste di asilo, a fronte delle 378.000 dell’anno precedente. Un dato davvero lontano dalle 600mila richieste del 2001. Tra i Paesi presi in considerazione dall’Unhcr, il nostro risulta agli ultimi posti: solo il 2% del totale dei richiedenti si trova in Italia. Un notevole calo rispetto a tre anni fa, quando l’8% dei richiedenti asilo del mondo inoltrava la sua domanda al Governo italiano. Abbiamo chiesto a Silvia Pescivolo, del coordinamento nazionale di Amnesty International sui rifugiati, di commentare questi dati.

Il numero delle richieste di asilo, in meno di dieci anni, è crollato. Perché non è una buona notizia?
Il contesto delle regioni di origine dei rifugiati era ed è tuttora assolutamente instabile. Ad eccezione dei Balcani, nessuna delle più importanti crisi mondiali può dirsi risolta: i richiedenti asilo calano non perché nei loro Paesi di origine stiano bene, ma perché le politiche di accoglienza sono sempre più restrittive. Si sono irrigiditi sia i controlli nei Paesi di arrivo sia quelli effettuati all’esterno delle frontiere. E fuggire diventa sempre più difficile.

Quanto rilevante è stato rispetto a questo l’impatto delle politiche italiane sui respingimenti?
Le stesse Nazioni Unite indicano tra le cause del calo dei richiedenti asilo l’accordo concluso tra la Repubblica Italiana e la Libia di Gheddafi. Ma per quanto ciò sia vero, mi pare si debba porre attenzione rispetto ad un’altra questione: in Europa arriva solo una piccola, minoritaria parte dei richiedenti asilo del mondo. Ad accogliere i rifugiati sono soprattutto i Paesi in via di sviluppo limitrofi alle aree di “crisi”, primo fra tutti il Pakistan, con oltre un milione di rifugiati, poi la Tunisia, l’Egitto, la Liberia. Il rapporto Unhcr si riferisce ai paesi industrializzati, ma di fatto ad accogliere i rifugiati sono soprattutto i Paesi meno ricchi. E su questo riflettiamo sempre troppo poco.

Perché il nostro Paese, pur classificandosi tra gli ultimi dell’elenco stilato da Unhcr, è in perenne “emergenza sbarchi”?
I numeri del rapporto parlano chiaro: rispetto agli altri Paesi europei, l’Italia conta oggi un bassissimo numero di domande d’asilo. Ciò nonostante, sentiamo ogni giorno alzarsi voci che lamentano una sfavorevole posizione geografica, parlano di “territorio di frontiera” e continuano a invocare l’aiuto dell’Europa. La verità è che il Paese europeo che accoglie il maggior numero di richiedenti asilo è la Germania, e mentre  la Francia nel 2010 riceveva richieste da 47.800 persone e la Svezia si trovava a gestirne 31.800, l’Italia nello stesso anno ha ricevuto solo 8.200 richieste a fronte del picco storico di 30.000 nel 2008.

E la situazione di Lampedusa?
A Lampedusa la situazione è critica, è innegabile, soprattutto perché ci sono stati molti arrivi in pochissimi giorni. Ma i dati Unhcr ci dicono che l’Italia non ha una quota di richieste asilo così esorbitante, e per questo dovrebbe essere perfettamente in grado di accogliere chi arriva. Tuttavia facciamo fatica, perché il sistema di accoglienza messo in piedi dal nostro Paese è insufficiente. Lo Sprar, il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, è da anni largamente carente, mancano strutture, spazi, risorse.

In base a quale criterio in questi giorni a Lampedusa si stanno distinguendo i richiedenti asilo dai migranti regolari?
La legge dice che le domande di asilo vanno vagliate una per una: ogni persona deve passare attraverso una commissione che l’ascolta e intervista. In base alla sua storia e ai motivi per cui ha lasciato il Paese di origine, la commissione stabilisce chi è un rifugiato e chi non lo è. Qualsiasi distinzione fatta a priori sulla base della nazionalità di provenienza non ha nessun fondamento giuridico. È chiaro che in questo momento di confusione si rischiano colloqui troppo sbrigativi, domande fatte in fretta, indagini superficiali.

Qual è dal vostro osservatorio la situazione dei potenziali rifugiati ospitati nei centri di identificazione ed espulsione di Torino?
Dal Cie non trapelano notizie ufficiali. In questi giorni però sentiamo dire sempre più spesso che molti degli ospiti di queste strutture non hanno intenzione di chiedere asilo. Sanno benissimo che la convenzione di Dublino lega i richiedenti asilo al Paese in cui hanno fatto domanda: chiedere asilo in Italia significherebbe restare legati a doppio filo a questo Paese.  Ma molti degli ospiti del centro vorrebbero andarsene a lavorare in Francia, considerata la situazione italiana, dove la paura del diverso sembra aver preso il sopravvento. La verità è che si sta ingigantendo un irrazionale timore verso un fenomeno che sarebbe più che gestibile a condizione di porre in essere politiche di solidarietà a livello nazionale ed europeo.

(federica grandis)



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