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Carcere e diritti negati: cinquantamila volte no

21 Feb Carcere e diritti negati: cinquantamila volte no

No alla tortura, al sovraffollamento carcerario e alla criminalizzazione del consumo di droghe leggere. Questo in sintesi si chiede ai cittadini di firmare, sottoscrivendo le tre proposte di legge di iniziativa popolare depositate in Cassazione il 31 gennaio scorso da un cartello di 19 associazioni, tra cui Antigone, Cnca (coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza – di cui fa parte il Gruppo Abele), Forum Droghe, Arci e Coordinamento dei Garanti dei diritti dei detenuti: “cinquantamila firme – spiega Franco Corleone del Forum Droghe – per dire al Parlamento che la prepotente urgenza dichiarata da Napolitano per il carcere deve essere affrontata immediatamente. D’altronde la Corte di Giustizia di Strasburgo ha dato un anno di tempo all’Italia per superare questa condizione della violazione dei diritti umani, equiparata alla tortura. Noi vogliamo che ci sia un’azione di Governo su questi temi, supportata dalle proposte che avanziamo, noi associazioni, con tutti i cittadini che le firmeranno”.
La coesistenza di leggi come la Bossi-Fini e il suo “reato di clandestinità”, la Fini-Giovanardi, che ha annullato la distinzione tra consumo di droghe leggere e pesanti e la ex-Cirielli con la quale si inibisce l’accesso a benefici e misure alternative per i detenuti recidivi, ha contribuito a sovraffollare le nostre carceri (oltre 20 mila detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare degli istituti di pena) con persone che in molti casi non hanno commesso reati gravi e per le quali il carcere non è nelle condizioni di assolvere a quella funzione rieducativa che la nostra Costituzione gli assegna.
“Il problema delle carceri in Italia oggi  – commenta Leopoldo Grosso, vice presidente del Gruppo Abele – è di evitare che vengano utilizzate come discariche sociali. Sono frequentate quasi per due terzi da tossicodipendenti e immigrati, incarcerati per reati che spesso sono piccoli, ma si ripetono nel tempo, creando quella fattispecie giuridica che si chiama recidiva, in base alla quale non possono più essere concessi i benefici e le misure alternative al carcere. Bisogna allora intervenire per evitare gli ingressi da un lato e favorire l’accesso alle misure alternative dall’altro”.
Con questi obiettivi, le associazioni e la società civile chiederanno al Governo di agire, rapidamente, per arginare una condizione di illegalità che provoca annualmente una media di 60 suicidi l’anno (tra i detenuti, ma anche tra le guardie carcerarie) e oltre 150 morti su una popolazione carceraria di circa 66 mila persone.
“Le comunità di accoglienza – conclude il vice presidente del Cnca, Riccardo De Facci – ritengono che le condizioni carcerarie, il rapporto con i giovani e quello con gli immigrati siano importanti cartine di tornasole per misurare il grado di civiltà di un Paese. Per questo ci impegneremo nella raccolta firme su tutti i territori e siamo convinti della risposta e del sostegno dei cittadini.

(manuela battista)



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