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Carcere: il disagio recluso

28 Dec Carcere: il disagio recluso

morti_in_carcere_fotoCentosettanta morti, sessantacinque per suicidio. È questo l’amaro bilancio di un 2010 che volge al termine mantenendo pressoché stabile il numero dei decessi nelle carceri italiane rispetto al 2009. L’ultimo ad andarsene, Marco Fiori, aveva appena 24 anni e si è tolto la vita nella casa circondariale di Genova Pontedecimo, lo scorso 19 dicembre.
Le condizioni dell’ambiente carcerario e le sue dinamiche sono in Italia un argomento controverso: i cittadini chiedono maggiore sicurezza, e la politica risponde con provvedimenti che spostano l’accento sull’aspetto punitivo, anziché su quello sociale – di prevenzione dei reati – e pregiudicano fortemente la funzione riabilitativa della pena. Leggi come la Bossi-Fini sull’immigrazione, la Fini-Giovanardi sulle droghe e la ex-Cirielli sulle recidive hanno fatto sì che oggi, a fronte di una capienza regolamentare di 44.327 posti, le carceri italiane si siano riempite fino a sfiorare i 70 mila detenuti, per oltre il 60% appartenenti alle cosiddette “fasce deboli” della popolazione: immigrati e tossicodipendenti soprattutto, ma anche senza dimora e sofferenti psichici. Il carcere dunque come luogo di “espiazione” per chi è portatore di un disagio sociale, anziché luogo di rieducazione per chi ha commesso un reato. Tanto è vero che, a fronte di un significativo aumento dei reclusi, il numero dei delitti denunciati all’autorità giudiziaria nel 2009 è fermo ai livelli del 2005.

Cosa è cambiato da allora? In primo luogo c’è stata una drastica diminuzione dell’utilizzo delle misure alternative al carcere: dal 2004 ad oggi – sottolinea un’inchiesta del mensile Animazione sociale (Gruppo Abele) – le persone detenute che hanno avuto accesso a tali misure sono scesa da 50 mila a 21 mila e negli stessi anni (dati dell’Osservatorio sul carcere di Ristretti Orizzonti) i detenuti sono passati da 55mila agli attuali 68mila. Questo, nonostante le statistiche dimostrino che il tasso di recidiva, circa il 70% tra coloro che hanno scontato in carcere l’intera pena detentiva, scenda al 20% tra coloro che hanno avuto accesso alle misure alternative.

Il sovraffollamento delle strutture, come si può immaginare, ostacola la messa in atto programmi di riabilitazione e crea le condizioni perché crescano le morti per suicidio, tra i detenuti e anche tra le guardie carcerarie (tre i casi nel 2010). In dieci anni sono morte in carcere più di 1700 persone, oltre un terzo per suicidio e altrettante per cause ancora da accertare, che possono comprendere la mancanza di assistenza sanitaria, l’overdose e incidenti di vario genere. Tra le carceri col più alto numero di suicidi, spiccano quelle in cui maggiore è il sovraffollamento, come a Sulmona, 11 suicidi in 5 anni, tasso di sovraffollamento al 147%, oppure Siracusa, tasso di sovraffollamento al 166%, dove solo nel 2010 si sono uccise 4 persone. Questa correlazione è stata denunciata dall'”Osservatorio permanente sulle morti in carcere” che unisce Radicali Italiani, Associazione Il Detenuto Ignoto, Associazione Antigone, Associazione A Buon Diritto e le redazioni di Radiocarcere e Ristretti Orizzonti.

Oggi, per le persone recluse, la speranza di uscire definitivamente dal circuito detentivo si assottiglia, perché mancano politiche che le incentivino e sostengano nella ricostruzione della propria vita dopo la pena. Davanti all’abbandono e all’indifferenza, sempre più spesso c’è chi non vede altra possibilità che farla finita: un fallimento per un sistema carcerario che la nostra Costituzione individua come strumento “reintegrativo” dell’individuo all’interno della società.

(toni castellano)



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