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Cie, Italia. Libertà di informare e di essere informati

26 Jul Cie, Italia. Libertà di informare e di essere informati

enzo_iacopinoIn tutta Italia hanno protestato davanti ai Cie e ai Cara per reclamare il diritto ad informare ed essere informati: associazioni di categoria dei giornalisti, ma anche esponenti del volontariato sociale e del mondo politico hanno voluto portare così all’attenzione pubblica le conseguenze della circolare n.1305 del 1 aprile 2011, che con la giustificazione della “emergenza sbarchi” successiva alle rivolte popolari in nord Africa, da tre mesi impedisce ai cronisti di documentare quello che accade all’interno dei centri di identificazione ed espulsione per gli immigrati. Al grido di LasciateCIEntrare, gli organi dell’informazione italiana ed estera hanno lanciato il loro appello alle Istituzioni, che – anticipa Enzo Iacopino, presidente dell’Ordine dei Giornalisti che con la Federazione della stampa ha promosso l’iniziativa – sarebbero pronte a fare dietro front.

Con la circolare del 1° aprile, il ministero dell’Interno ha reso di fatto inaccessibili Cie e Cara fino a data da destinarsi perché i giornalisti sarebbero d’intralcio al lavoro svolto all’interno delle strutture. Perché siete arrivati ad organizzare una protesta?
Perché ci siamo ritrovati a fare i conti con una circolare che impedisce di fare una corretta informazione. Come abbiamo scritto in una lettera indirizzata al ministro Maroni, la circolare n. 1305/2011 impedisce di raccontare le storie delle persone che si trovano nei Cie, le condizioni in cui vivono e le motivazioni per cui sono rinchiuse. Non si tratta di voler entrare in questi centri per fare delle ispezioni, non è un compito che ci spetta. Ma è necessario poter documentare quello che succede in queste realtà, che non sono poche. E che non ospitano poche persone. 

Da promotore e partecipante, che impressione ha avuto di questa manifestazione?
È stata una giornata molto bella in cui tante persone hanno manifestato il proprio dissenso in maniera civile. Alcune persone ristrette all’interno dei Cie sono salite sui tetti, reclamando a voce alta “libertà e dignità”, esprimendo la propria – innegabile – condizione di disagio: passano giornate intere a non fare nulla, non possono neppure avere una penna per scrivere un pensiero. Il tutto, per un periodo di tempo che con le nuove disposizioni di legge può arrivare fino a diciotto mesi. E nonostante questo, il timore che la protesta dall’esterno avrebbe fomentato reazioni di ribellione violenta all’interno delle strutture è stato assolutamente smentito.

Alla protesta hanno partecipato non solo organi dell’informazione e associazioni del sociale, ma anche parlamentari di diversi partiti. L’ingresso dei giornalisti nei Cie è una questione politica oltre che di diritto alla cronaca…
Sicuramente è anche una questione politica. Ma è soprattutto una questione umana. All’interno di queste strutture ci sono uomini e donne onesti, fuggiti da condizioni di povertà e disperazione alla ricerca di un futuro migliore, e nello stesso tempo persone con precedenti penali importanti. Tuttavia, quale che sia la loro nazionalità o il loro passato, è necessario mettere al centro il loro essere persone. Ci sono esponenti politici che hanno dimostrato una maggiore sensibilità su questo punto. E molti di loro erano con noi ieri.

Dopo la protesta quali azioni state portando avanti?
Noi confidiamo che questa circolare venga modificata in tempi brevissimi, addirittura nei prossimi giorni, tanto che alcuni colleghi hanno già chiesto l’autorizzazione al Prefetto di poter entrare, facendo affidamento su questa previsione. Se così non fosse, organizzeremo senza dubbio delle nuove iniziative.

Non temete che, anche con la possibilità di accedere ai centri, non si riuscirebbe ad avere un quadro veritiero di quello che accade all’interno della struttura, trattandosi di visite programmate?
Le visite programmate sono l’unica possibilità, per motivi di sicurezza e di organizzazione pratica. Ma non credo che si possa “preparare” una rappresentazione troppo distante dal vero. Inoltre la capacità di leggere la realtà dei fatti è qualcosa che un giornalista deve applicare correntemente nello svolgere il proprio mestiere: anche se gli aspetti di facciata possono essere ripuliti, restano l’osservazione attenta del cronista e i racconti delle persone – anche questi accuratamente verificati – a testimoniare quello che accade.

L’opinione pubblica italiana ha una percezione negativa dei fenomeni migratori, che vengono vissuti da molti come una minaccia alla sicurezza. Che ruolo ha l’informazione in questa “rappresentazione”?
Purtroppo ha un ruolo cruciale. L’approccio è sbagliato fin dalla documentazione degli sbarchi. Le inquadrature ampie, in cui si mostrano i soccorritori con guanti in lattice e mascherine mentre soccorrono i migranti, inducono a pensare che da lì, da quelle terre, arrivi una “nuova peste”. È vero che si tratta di persone che giungono sulle nostre coste dopo giorni di navigazione, ma non che navighino per venti, trenta giorni, come leggiamo spesso sui giornali. Dunque la loro condizione igienica e sanitaria non sempre è così degradata come ci sembra di scorgere da quelle immagini. Su queste attenzioni stiamo lavorando come Ordine dei Giornalisti insieme agli operatori radio e televisivi, per offrire una visione meno apocalittica degli sbarchi.
Inoltre, come giornalisti, tendiamo a mettere in evidenza solo gli aspetti negativi delle persone migranti che arrivano in Italia. Le storie belle non “fanno notizia”, vengono segnalate solo raramente. Così come raramente si parla delle cose positive che avvengono all’interno dei Cie. Nessuno sa ad esempio che nel centro di identificazione ed espulsione di Trapani c’è un poliziotto che con i suoi soldi ogni settimana compra le medicine ad un giovane ristretto all’interno della struttura, perché si tratta di farmaci non coperti dal Servizio Sanitario Nazionale, ma che invece sono utili al ragazzo per curarsi. Se prevalesse il racconto che riguarda la vita delle persone, se si evitassero le generalizzazioni, un Paese con una storia di solidarietà forte come quella del popolo italiano avrebbe una reazione diversa di fronte al fenomeno migratorio.
 


(manuela battista)



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