About Us

Codice antimafia: niente passi indietro sulla lotta alle mafie

25 Jul Codice antimafia: niente passi indietro sulla lotta alle mafie

Riportiamo l’appello di Libera, di cui il Gruppo Abele fa parte, sulle modifiche alla legislazione antimafia in Italia.

“Libera. Associazioni nomi e numeri contro le mafie”, coordinamento di oltre 1600 realtà nazionali e locali tra cui Agesci, Arci, Azione Cattolica, Acli, Gruppo Abele, Legambiente, Uisp lancia un appello al Governo e al Parlamento per la proroga dei tempi di approvazione del decreto legislativo in materia di legislazione antimafia e l’introduzione di modifiche alle norme previste sul sequestro e la confisca dei beni alla criminalità organizzata.

Il nostro Paese sta rischiando, in questi giorni, di fare un improvviso e imprevisto passo indietro nella lotta alle mafie, dopo gli importanti risultati raggiunti, anche dal punto legislativo, negli ultimi anni (grazie, ad esempio, all’introduzione dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata e all’approvazione di norme che hanno reso più efficace l’aggressione ai patrimoni criminali).  La proposta di decreto legislativo attualmente all’esame del Parlamento, conosciuto come “Codice antimafia”, risulta, secondo Libera, non rispondere ai compiti affidati dal Parlamento al governo con la legge delega approvata lo scorso anno.

La proposta di Codice antimafia non prevede, infatti, una completa ricognizione e armonizzazione della normativa penale, processuale e amministrativa vigente in materia di contrasto della criminalità organizzata: alcuni temi fondamentali non sono compresi – come quelli che riguardano i collaboratori e i testimoni di giustizia, le vittime della criminalità organizzata, l’adeguamento alla normativa europea di contrasto alla criminalità organizzata transnazionale – mentre altri richiedono una riforma complessiva, che deve tener conto di norme più efficaci per contrastare fenomeni gravi d’illegalità, spesso connessi alle attività delle organizzazioni mafiose, quali il racket e l’usura, i delitti contro l’ambiente, il caporalato, la tratta degli esseri umani, l’autoriciclaggio.

Nella proposta sono contenute anche previsioni normative che, se approvate, rischierebbero seriamente di vanificare gli sforzi compiuti. Sono inserite, in particolare, alcune disposizioni che spezzettano l’articolo 416 bis e non danno quelle chiare risposte, che ci si attendeva, nello specifico campo dei rapporti mafia – politica, mediante la rielaborazione di quell’articolo 416 ter, la cui formulazione attuale – scambio voto contro denaro – ha avuto pochissimi riscontri nella realtà delle relazioni tra mafia e politica.

Preoccupa, in particolare, il termine massimo di un anno e sei mesi in appello che verrebbe introdotto per completare, dal punto di vista giudiziario, l’iter di sequestro e di confisca dei beni, scaduto il quale il lavoro svolto dalle forze dell’ordine e dalla magistratura verrebbe azzerato. Si tratta di una previsione francamente irragionevole, alla luce della esperienza ormai consolidata in materia, che in nome di un principio condivisibile – quello di tempi rapidi e certi della giustizia – finirebbe per tradursi in una sorta di prescrizione generalizzata di tutte le misure di prevenzione patrimoniale nei confronti delle mafie.

Altrettanto preoccupanti e gravi, anche per le conseguenze di natura economica e occupazionale, sono le nuove norme previste in materia di liquidazione dei beni mobili, delle aziende o rami d’azienda e dei beni immobili, al fine di soddisfare i diritti dei creditori. Nella formulazione attuale, gli articoli del nuovo “Codice antimafia” costringerebbero gli amministratori giudiziari a sospendere tutti i contratti in essere e liquidare i compendi aziendali. Anche in questo caso, un principio condivisibile, ovvero la tutela dei diritti dei terzi, finisce per innescare una procedura che porta, di fatto, alla liquidazione e alla vendita delle aziende o rami d’azienda e anche dei beni immobili, assimilando il procedimento di prevenzione a quello previsto in sede fallimentare e snaturando i principi della legge n. 109/96 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati.

Il risultato, anche dal punto di vista della percezione da parte dei cittadini, sarebbe devastante: la mafia dà lavoro e lo Stato lo cancella. La strada da percorrere dovrebbe essere tutt’altra, tesa semmai a salvaguardare le aziende stesse e, soprattutto, l’occupazione.

Per queste ragioni rivolgiamo un forte appello al governo e a tutte le forze politiche presenti in Parlamento affinché si proceda a una profonda revisione dell’attuale testo del decreto legislativo – salvaguardando il sistema giuridico complessivo nato con la legge Rognoni La Torre – e, a tal fine, si preveda innanzitutto un congruo periodo di tempo, in deroga a quanto stabilito dalla legge delega, per valutare e apportare tutte le necessarie modifiche, il più condivise possibile, prima della sua definitiva adozione. Vale la pena ricordare che proprio la legge delega in materia di “Codice antimafia” è stata approvata con voto unanime dal Parlamento, suscitando un’ampia aspettativa, che non può e non deve andare delusa.
Il rischio è di perdere un’occasione e di fare un passo indietro nella lotta alle mafie.



Facebook

Twitter

YouTube