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Colpevoli, ma non per legge

20 Jul Colpevoli, ma non per legge

Immagine 22La sentenza sul caso Aldrovandi ha fatto tornare alla ribalta un tema su cui molte associazioni si spendono da tempo: l’introduzione del reato di tortura nell’ordinamento italiano.

In questi giorni la Cassazione si è pronunciata in merito alla vicenda di Federico Aldrovandi, studente ferrarese ucciso da quattro poliziotti il 25 settembre del 2005. I responsabili, punibili solo di abuso d’ufficio essendo il reato di tortura non contemplato nel nostro codice penale, sono stati condannati a 3 anni e 6 mesi di reclusione, riducibili a sei mesi poiché alla pena potrà essere applicato l’indulto.
In seguito a questa sentenza e alle proteste da parte degli agenti condannati, la madre di Federico, Patrizia Moretti, ha lanciato una raccolta firme da consegnare alle istituzioni per chiedere l’istituzione del reato di tortura in Italia, la cui mancanza viola numerose Convenzioni ONU, europee e il più semplice senso di onestà e principio democratico.
Quello della tortura è un argomento su cui si è dibattuto molto recentemente: il 30 gennaio scorso, ad Asti, pur riconoscendo gli imputati colpevoli di tortura, i giudici hanno comunque assolto 5 agenti penitenziari che avevano torturato due detenuti della casa circondariale astigiana per il principio che nessuno può essere vittima di una pena non contemplata dalla legge. Stessa cosa è accaduta in Calabria dove la Corte d’Appello ha assolto attraverso un processo di revisione Giuseppe Gullotta che, dopo aver subito trattamenti inumani, aveva confessato di esser complice dell’omicidio di due giovani militari. Ad assolvere Gullotta, dopo 21 anni di carcere, è stata la confessione di un ex brigadiere dei Carabinieri che ha confermato l’estorsione della confessione.
Di tortura si è occupata, in giugno, l’annuale assemblea di Antigone, associazione per la tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale, che quest’anno si è riunita proprio ad Asti, città in cui è stata emessa la sentenza di gennaio. Durante la giornata è stato possibile aderire al loro appello “Chiamiamola Tortura”, che vede Luigi Ciotti come uno dei primi firmatari. Da maggio ad oggi, questo appello è stato sottoscritto da alcune migliaia di persone e in pochi giorni quasi 100 mila persone hanno rilanciato e sostenuto l’appello di mamma Patrizia. Un risultato che dimostra l’interesse dell’opinione pubblica per questo tema.
La prevenzione della tortura e il reato vero e proprio sono contemplate sia a livello internazionale (in capo all’ONU esiste anche un fondo per le vittime di tortura) che a livello regionale europeo (Convenzione Europea contro la tortura, Convenzione Europea per i diritti dell’uomo con annessa la Corte).
Gli strumenti, dunque, ci sono. C’è una legittimazione internazionale ed europea. Ci sono le persone vicine alle vittime che lo chiedono, insieme ai giuristi e tanti singoli cittadini.
Allora perché, nel 2012 in Italia, non esiste ancora questo reato? Una domanda che non trova oggi una risposta di senso. Violare l’integrità fisica e mentale di un individuo è un comportamento vile e disumano. Condannarlo per legge dev’essere la logica conseguenza, per l’ordinamento giuridico di uno Stato democratico.

(roberto de mitry)



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