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Come il diritto ha criminalizzato i poveri

07 Feb Come il diritto ha criminalizzato i poveri

 

In Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele), Elisabetta Grande esamina le contraddizioni profonde della società statunitense. “Uno dei Paesi più ricchi al mondo”, lamenta la saggista e docente di Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte Orientale,  “conta secondo le stime oltre 47 milioni di poveri assoluti”. E la crisi economica del 2008 può solo in parte spiegare il fenomeno, legato, secondo l’autrice a una concomitanza di fattori: il processo di globalizzazione cominciato negli anni ’80,  che ha eroso progressivamente il potere contrattuale dei lavoratori è stato spesso accompagnato da un diritto internazionale favorevole, che ha ridotto le tutele del mondo del lavoro. Il resto l’hanno fatto i provvedimenti interni, che anziché combattere l’indigenza con welfare e tutele hanno criminalizzato il povero, emarginandolo dalla società e relegandolo in un ambito di esclusione. Un sistema iniquo e malato, i cui “germi”, prosegue la docente, si vedono anche in Europa e in Italia, strette dalla morsa dell’austerity. Nel 2016 l’Istat ha rilevato circa 4,6 milioni di poveri nel nostro Paese (il numero più alto dal 2005). Per questo, ha continuato l’autrice, “è necessario creare delle reti sociali che nascano dal basso, che arginino l’individualismo e si facciano promotrici di un diritto al servizio delle persone”. Come fa, ad esempio, la rete “Numeri pari” del Gruppo Abele, Libera, Cnca e Rete della conoscenza: la campagna si impegna a rafforzare l’azione tra “eguali” nei territori, costruendo iniziative locali che uniscano tutte le forze delle diverse organizzazioni e dei cittadini disponibili ad impegnarsi in azioni ed interventi concreti, dando luogo a significative sperimentazioni che forniscano idee e gambe per un effettivo welfare municipale.

(giacomo pellini e toni castellano)

 

 



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