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Conoscere i diritti per combattere i pregiudizi

09 Mar Conoscere i diritti per combattere i pregiudizi

lo_sapevi_che_logoComunicare per conoscere. Conoscere per lavorare. Lavorare per acquisire diritti, per sentirsi ed essere cittadini. Nasce così, a metà strada tra una campagna di comunicazione e una forte azione sindacale, Lo sapevi che, progetto FEI messo in campo dalla Casa di Carità Arti e Mestieri onlus di Torino. Un progetto forte, ambizioso e soprattutto coraggioso, che destruttura, prendendole di petto, le costruzioni mentali di un razzismo che prova a spiegare l’assenza del lavoro in Italia come una conseguenza dell’arrivo dei migranti in fuga da guerre, povertà, carestie. Per capirne di più abbiamo intervistato la coordinatrice generale del progetto, Francesca Prunotto.

Con quali finalità nasce il progetto Lo sapevi che?
Finanziato dal Fondo Europeo per l’integrazione di cittadini di Paesi Terzi (FEI), il progetto nasce essenzialmente con l’intento di fornire, rispetto allo specifico ambito del lavoro, una risposta concreta al bisogno di informazione – su diritti/doveri, vincoli e opportunità – diffuso tra i cittadini stranieri presenti sul nostro territorio, siano essi lavoratori dipendenti o imprenditori in proprio, migliorando e rafforzando nel contempo la rete di servizi di orientamento alla formazione e al lavoro sul territorio e contrastando, per quanto possibile, pregiudizi e stereotipi diffusi tra la cittadinanza italiana nei confronti degli stranieri lavoratori, favorendone la conoscenza ed il rispetto reciproco. Lo strumento che Casa di Carità ha individuato come innovativo e – ci si augura – efficace è quello di una campagna di comunicazione sviluppata secondo un “approccio transmediale”, capace di operare attraverso l’integrazione tra strumenti on-line e off-line.

Lavoro e diritti messi in relazione al fenomeno migratorio, accoglienza intesa non come passiva “ricezione dell’altro”, ma come gesto socialmente attivo per dare all’altro una reale possibilità di liberazione ed emancipazione. Insomma, rispondere alla “chiusura” e alla restrizione dei diritti, con l’apertura verso i migranti. Un atto inequivocabile, mentre si fa un gran discutere di barconi da affondare e respingimenti… che reazioni avete ricevuto finora (sia da parte degli italiani che dei migranti)?
Affrontare il tema dei diritti e del lavoro “per gli stranieri” nel nostro Paese in un momento in cui si sente dire che “non c’è lavoro e non ci sono diritti per gli italiani, quindi perché garantirli agli stranieri?” richiede indubbiamente una certa dose di coraggio, la stessa, riteniamo, sia necessaria per affrontare una crisi economica che ci mette tutti quotidianamente in discussione. Nell’anno appena trascorso l’OCSE ha predisposto su richiesta del CNEL con il contributo economico del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – Direzione Generale dell’Immigrazione e delle Politiche di Integrazione un rapporto da cui emergono alcune caratteristiche del contesto in cui ci troviamo a vivere e operare: “(…) la prima è l’incidenza del mercato del lavoro sommerso e del lavoro irregolare che, secondo alcune stime, rappresenta il 10% dell’economia. Tale fenomeno è in parte attribuibile all’immigrazione clandestina e le ripetute regolarizzazioni fanno storicamente parte del percorso di integrazione in Italia. Una seconda caratteristica, correlata, è che il sistema dei permessi fa sì che circa la metà degli immigrati extracomunitari ottenga uno status temporaneo prolungato e del tutto precario, mentre il resto deve affrontare un lungo e incerto cammino verso la naturalizzazione. Inoltre, grandi disparità nelle caratteristiche economiche, sociali e istituzionali delle differenti regioni ostacolano l’integrazione degli immigrati rispetto ai nativi e favoriscono la mobilità interna”. Anche per questo, Casa di Carità insieme ai partner del progetto ha deciso di portare le informazioni “vicino” alle persone: lo scorso 7 febbraio siamo stati a Torino, in piazza Madama Cristina, un intero pomeriggio insieme ad avvocati, operatori dei Centri per l’impiego, dell’INPS, dei sindacati, orientatori ed insegnanti dei CTP e “la gente” ci ha accolti, si è fermata, ha posto domande, ha raccontato le proprie fatiche, storie e rabbie. Insomma si è aperta e ha chiesto di andare a fare informazione in piazza più spesso.
La maggior parte delle persone che hanno scelto di partecipare- anziché respingere ed “affondare” – erano italiane. Una reazione che è potente e indicativa della direzione verso la quale si dovrebbe forse provare a convergere, anche per scoraggiare derive sicuramente più pericolose.

Il progetto ha messo in campo un’enorme sinergia, dal pubblico al privato. Un accordo ancora possibile, malgrado a volte si abbia l’impressione che lo Stato, più che delegare, si scarichi le responsabilità?
Un progetto prende sempre vita da una sinergia che parte dal basso, dagli operatori, da chi tutti i giorni, nel pubblico e nel privato, lavora per dare delle risposte ai bisogni delle persone. Un progetto nasce da persone che si caricano di responsabilità, che non delegano e che sentono di appartenere allo Stato. La scommessa che Casa di Carità ha accettato sin dall’inizio e che è stata evidentemente fatta propria anche da parte di chi ha letto la proposta valutandola positivamente, mira a trasformare le lettere di adesione e sostegno ricevute, in una vera e duratura cordata di esperienze.

La comunicazione come forma di conoscenza è una porta aperta sulla democrazia?
Il primo passo sta nell’impegnarsi affinché la comunicazione sia reale conoscenza. Casa di Carità con questo progetto di porte ne ha indubbiamente aperte e l’approccio comunicativo scelto ha tutte le potenzialità per rinvigorire la democrazia, per rendere più responsabili e consapevoli i cittadini, italiani e stranieri che siano. L’importante è in ogni caso che alla fine di questa come di altre esperienze le porte restino aperte.
(piero ferrante con matteo bellassai)



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