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Contro la povertà, poche scuse

22 Oct Contro la povertà, poche scuse

Immagine 9Pochi giorni fa l’Onu ha celebrato la Giornata mondiale contro la Povertà. Un’occasione per ricordare la campagna “No Excuse 2015″ con gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio che nel lontano 2000 misero d’accordo 189 Capi di Stato nell’assicurare un futuro più equo e dignitoso per tutti gli abitanti della terra. Cosa rimane e cosa si è perso di quel grande movimento globale che impose ai governi di mezzo mondo di mettere in agende il tema della lotta alla povertà? Per riflettere su questo tema abbiamo intervistato il professor Riccardo Moro, economista, docente di Politiche dello sviluppo alla Statale di Milano.

Dal lancio della campagna, nel 2000 ad oggi, lo scenario mondiale è fortemente cambiato a causa di una crisi finanziaria, poi economica, poi sociale che ha investito i paesi occidentali. Come e quanto ciò ha influenzato il programma “No Excuse 2015″?
La crisi ha colpito molti di quei Paesi membri dell’Onu che hanno sostenuto e sostengono gli otto obiettivi del millennio e ne ha in parte compromesso l’impegno. Il ristagnamento delle economie del Nord del mondo si ripercuote in due modi sul Sud: si riducono (o non aumentano) gli aiuti alla cooperazione e diminuiscono le importazioni (principalmente di materie prime) dal Sud verso il Nord. Va detto però che la crisi non ha avuto un effetto così devastante sulle aree che vengono definite in via di sviluppo.  Nonostante la recessione in Europa e negli Stati Uniti, Asia, Africa e America Latina hanno economie che crescono: misurando il loro Pil (un indice quanto mai inadeguato, ma che dà l’idea di quanto una economia si muova) troviamo ritmi di crescita dinamici.
Se osserviamo la dimensione degli aiuti non tutti i paesi del Nord del mondo hanno ridotto il loro contributo. Certo, ci sono Paesi come l’Italia in cui la cooperazione è stata praticamente cancellata dal precedente governo (e tra l’altro prima della crisi, già dalla primavera 2008 con le scelte dell’allora ministro Tremonti). Ma altri paesi hanno mantenuto i loro impegni, sia pure con fatica.   Peraltro se e’ vero che gli impegni non sono diminuiti, è difficile immaginare che in futuro la dimensione degli aiuti possa aumentare.
Dal punto di vista degli scambi commerciali il Nord ha ridotto le importazioni di beni provenienti dal Sud, ma al tempo stesso si sono irrobustite delle reti di scambio regionali (in particolare in America Latina e Asia, dove il mercato regionale è  aumentato) e interregionali che non passano attraverso il Nord del mondo. Si pensi alle relazioni commerciali sempre più intense tra la fascia asiatica che si affaccia sul Pacifico e l’America Latina. Anche questo ha contribuito a ridurre il peso della crisi occidentale sulle economie emergenti.
Il quadro rimane preoccupante e la crisi lo aggrava, ma è importante ricordare, che qualcosa di buono è accaduto. In diversi Obiettivii sono stati fatti  passi avanti importanti. Questo dev’essere chiaro affinché si continui ad andare nella direzione della loro realizzazione. Il 2015 si approssima e occorre non avere un atteggiamente rinunciatario, alimentato dal fallimento, che favorisca nella comunità internazionale l’abbandono di un impegno globale per garantire la giustizia e la dignità di tutti gli abitanti della Terra.

Nel nostro Paese la cooperazione internazionale sta sperimentando, come molti altri ambiti del sociale, una significativa riduzione di risorse a disposizione. Quali conseguenze farà registrare questa contrazione del sostegno ai paesi “in via di sviluppo”?
Non si deve immaginare che lo sviluppo del Sud del mondo dipenda dalle risorse che arrivano dal Nord. La capacità di migliorare di un Paese dipende dai “protagonismi” delle persone e delle comunità. È la comunità che deve scegliere il suo futuro e lavorare per realizzarlo, non è qualcun altro che viene da fuori e dall’alto cambia le situazioni. La cooperazione deve avere l’obiettivo di concorrere  a suscitare processi positivi di protagonismo locale, non tanto  distribuire soldi.Gli ambiti più importanti in cui la cooperazione deve agire sono allora la dimensione politica e quella educativa: offrire formazione e favorire la creazione di spazi di concertazione perché possano nascere dei progetti partecipati e condivisi.
Non bisogna inseguire il mito della dimensione degli aiuti. Per quanto consistente, l’aiuto allo sviluppo non sarà mai grande quanto il commercio internazionale o le rimesse degli immigrati. Perciò è necessario moltiplicare l’impatto dellerisorse destinate alla cooperazione in modo che tutti ne abbiano un beneficio.  Mi spiego: non è un male utilizzare gli strumenti che il mercato può mettere a disposizione per migliorare l’efficienza produttiva, permettendo a questi Paesi di produrre meglio per il consumo interno e di guadagnare di più dalle proprie esportazioni. Ma occorre incidere per, regolare il commercio internazionale, che oggi penalizza i paesi del Sud, ad esempio nel mercato delle  materie prime. L’iniziativa pubblica deve servire per andare in questa direzione. E poi ci sono delle cose che il mercato non farà mai, e che quindi sta alle istituzioni pubbliche fare: la costruzione di infrastrutture, ad esempio, investimenti che hanno lunghi tempi di ritorno (strade, scuole, interventi in campo sanitario) e soprattutto istruzione e salute.
Negli anni Sessanta i membri Onu si erano posti l’obiettivo di arrivare a contribuire con lo 0,7% del Pil ai progetti di cooperazione, un impegno rinnovato nel 2000 quando vennero lanciati gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, da raggiungersi entro il 2015.  Oggi abbiamo Paesi come quelli scandinavi e l’Olanda che sono ampiamente sopra lo 0,7 e addirittura toccano l’1 percento. Altri hanno significativamente alzato il loro contributo, raggiungendo l’obiettivo intermedio dello 0,5 percento. Ma ci sono paesi come il Giappone e gli Stati Uniti che non hanno incrementato le risorse messe a disposizione e si attestano allo 0,2 percento. L’Italia era riuscita a raggiungere lo 0,3. Ma dal 2008 ad oggi è di nuovo sprofondata.
In futuro non ci possono aspettare grandi aumenti nei finanziamenti per la cooperazione. Tuttavia ci sono diversi meccanismi attivabili per reperire risorse. Ad esempio è importante il fatto che si stia introducendo un’ipotesi di Tobin Tax. Fino a ieri gli aiuti alla cooperazione erano visti come una sorta di liberalità che i paesi ricchi elargivano ai Paesi poveri. Questa è una fotografia perversa di quelle che sono le relazioni internazionali. In un contesto che è sempre più globalizzato, in cui le interdipendenze sono sempre più intense, aumentano le corresponsabilità. Insomma, così come a livello nazionale si concorre alle esigenze pubbliche attraverso le tasse (e se non lo si fa, si va in galera, perché ci si sottrae alla più comune forma di corresponsabilità), così i fondi per la cooperazione dovrebbero essere un contributo obbligatorio che i paesi mettono a disposizione in ragione della loro capacità economica: non una liberalità, ma un obbligo. Per farlo manca ancora molto, sia dal punto di vista culturale che di strumenti, ma queste forme di tassazioni internazionali, oggi la proposta di Tobin Tax promossa in Italia dalla campagna 005, ieri  la Carbon Tax, , sono modalità che si avvicinano a questa idea e che credo possano consentire di sperimentare l’idea di obbligazione condivisa universalmente.

Durante il Forum della cooperazione internazionale che si è svolto pochi giorni fa a Milano, si è parlato anche di cooperazione decentrata. Quale valore aggiunto porta questo tipo di progettualità alla cooperazione?
La cooperazione decentrata è un’opportunità molto preziosa. Perché può mettere in relazione territori, in maniera più efficace rispetto a quello che può fare, con delle macro-azioni lo Stato, a livello centrale. Raccontandosi, riflettendo reciprocamente sulle fatiche e gli strumenti che si utilizzano per portare avanti progetti comuni o assimilabili, i due territori  “cooperanti” possono offrire un contributo positivo e al tempo stesso riceverlo. La cooperazione decentrata è una dimensione all’interno della quale si cresce insieme. Esprime nel senso più autentico la parola “co-operare”, che non è affatto sinonimo di “aiutare”. La cooperazione, soprattutto quella decentrata, è una vera e propria partnership tra territori.
Questo non vuol dire che l’elemento di raccordo centrale possa mancare. La presenza di uno Stato che coordina le azioni dei vari territori è cruciale, altrimenti si rischiano sovrapposizioni o dimenticanze, per non parlare delle azioni estemporanee, poco utili e principalmente “di facciata”che purtroppo non sono mancati dal parte di alcune regioni nel recente passato. Il ruolo del governo centrale è quello di facilitare dialoghi e ruoli tra i vari attori che ci sono nel Paese e  stabilire in modo partecipato delle priorità, evitando sovrapposizioni o, al contrario, dimenticanze. Lo ha detto bene, proprio a Milano in occasione del Forum, il presidente dell’Anci, Graziano Del Rio: l’esperienza di cooperazione decentrata è stata occasione irripetibile di crescita per i Comuni italiani che l’hanno sperimentata.


Il Rapporto 2012 sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, indica che la povertà, nel 2015, resterà ancora un problema cruciale. Si trova in accordo con questa affermazione? Le azioni finora messe in atto sono per Lei soddisfacenti? Intravede margini di speranza, in futuro, per il raggiungimento di questo obiettivo? 

Le Nazioni Unite hanno annunciato che alcuni obiettivi per il contrasto alla povertà sono stati raggiunti: la percentuale delle persone che vivono con meno di un dollaro al giorno si è effettivamente dimezzata nel mondo dal 1990 ad oggi, analogamente sono stati annunciati rislutati nel campo dell’acqua e della salubrità delle abitazioni. Intendiamoci molto resta ancora da fare, le distanze nel pianeta sono scandalose e su questi stessi risultati, sulla loro consistenza statistica si sarebbe da dire, ma è importante riconoscere le dinamiche di cambiamento positivo quando si realizzano.  Il vero valore degli otto Obiettivi del Millennio è  il cambiamento nel dibattito internazionale e nella cultura che orienta quel dibattito. Negli anni Ottanta e ancora fino agli anni Novanta il verbo era “liberarizzare”: ridurre il ruolo dello Stato e lasciar fare al mercato. Il risultato di queste politiche, i cosiddetti  “aggiustamenti strutturali”, fu devastante. Ma quella cultura di liberalizzazione sistematica di tutti i settori, compreso quello della finanza, si è realizzata anche nel Nord del mondo, con la deregolamentazione del mercato finanziario, compiuta in modo nel 2005. Il risultato lo conosciamo tutti: prima la bolla, e poi l’esplosione della crisi finanziaria che si è trasformata in pesante crisi economica.
Il ruolo della società civile, attraverso le grandi campagne che dalla seconda metà degli anni Novanta sono diventate del tutto “globali” (grazie anche a internet che ha messo in rete le proposte e le azioni delle persone) è ciò che ci può fare sperare nel cambiamento.
Fu con la campagna per la cancellazione del debito (lanciata nell’anno del Giubileo) che si arrivò ad avere un’unica campagna globale all’interno della quale milioni di cittadini fecero davvero per la prima volta un esercizio di cittadinanza globale. Non si trattò solo di mafestare: vennero presentati studi e fatte proposte concrete. In quell’occasione la società civile fu capace di convincere i decisori pubblici internazionali che le politiche di aggiustamento strutturale non servivano e che c’era bisogno di altro. Da lì sono nate quelle che oggi si chiamano strategie di contrasto alla povertà.
La grande vittoria dei movimenti fu nel settembre 1999 (pochi mesi dopo il G7 di Colonia), quando Banca mondiale e Fondo monetario rilanciano l’iniziativa di cancellazione del debito: le risorse liberate usate dalla cancellazione del debito da quel momento sarebbero state usate per combattere la povertà. Fu un cambiamento in qualche modo epocale. Un anno dopo, nel settembre 2000, l’Assemblea delle Nazioni Unite lanciò gli Obiettivi del millennio. In quel caso, ponendosi quegli Obiettivi, i Governi sono andati ben oltre rispetto a ciò che i movimenti si aspettavano.
Ora, pensando alla meta del 2015 un successo completo per la campagna “No excuse” è impensabile, ma in una prospettiva più a lungo termine molte cose possono essere ottunute. Perché questo avvenga non bisogna aspettare le decisioni dei decisori pubblici o lamentarsi della loro inazione. Occorre continuare come cittadini a costruire ogni giorno una cultura di corresponsabilità e giustizia, perché quei decisori siano influenzati. Dipende da noi: occorre perseverare, testardamente, a educare e a partecipare.

(roberto de mitry e manuela battista)



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