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Contro la riforma. E poi?

03 Dec Contro la riforma. E poi?

DE_LUNA_LIBRERIALo sguardo è quello dello storico. La lucidità quella di chi all’Università lavora da anni. Per la terza puntata della nostra inchiesta sul mondo dell’Università, Giovanni De Luna analizza lo “stato di salute” degli atenei italiani e delle manifestazioni che stanno animando le piazze del Paese. E mette in guardia da un’Università che non ha riferimenti culturali se non quelli del mercato; da una “baronia” che non solo la riforma non scalfisce, ma, anzi, accresce, e da una proposta di legge che non affronta il vero “nodo” della questione, ossia la crisi del sapere. Un sapere che, spiega De Luna, spetta agli studenti ricostruire.

Professor De Luna, l’approvazione della legge che riforma l’Università sta sollevando un forte rumore: studenti e insegnanti sono tornati a mobilitarsi, occupando piazze, scuole e strade di tutta Italia. Qual è la sua visione delle cose, da docente universitario e da protagonista dell’occupazione di Palazzo Campana nel 1967?
Questa volta, anzitutto, nessuno ha scomodato il ’68, e questo mi pare davvero salutare. Il confronto con la protesta di quegli anni ha sempre schiacciato ogni possibile iniziativa e in passato è stato particolarmente ingombrante: discussioni infinite sulla demonizzazione o glorificazione del ’68 facevano puntualmente perdere di vista tutto il resto. Sono passati più di 40 anni e non c’è più niente, oggi, dell’Italia di allora, nessun partito di quelli che criticavamo è ancora presente in Parlamento. Il ’68 ormai è archiviato, consegnato alla storia del 900. Questa mobilitazione invece ha tratti molto specifici: prima di tutto non è partita, come accadde negli anni 60, dagli studenti, ma dai ricercatori.

Perché è accaduto questo?
I ricercatori sono il frammento dell’Università che più rispecchia tutte le contraddizioni che gravano su questa istituzione. Sono stati assunti per produrre dibattito scientifico e invece fanno didattica al posto dei professori. Questa stortura, che in parte li ha visti complici perché hanno anche loro spinto per occuparsi di didattica in modo da poter fare carriera, è stata all’origine della devastazione dell’Università: è grazie alla disponibilità dei ricercatori, infatti, che è stato possibile fare una scellerata moltiplicazione di corsi di laurea, insegnamenti, facoltà, poli decentrati, tutto un gigantismo dell’offerta didattica al quale non è corrisposto una qualità consona. Che tutto sia dunque partito dai ricercatori è fisiologico, perché è lì che si annidano tutte le contraddizioni. Poi, dopo, si sono uniti gli studenti.

E i professori?
No: loro, per la gran parte, non si sono mossi. Probabilmente perché da parte nostra ci sono molti sensi di colpa per essere stati in qualche modo conniventi con quello che negli ultimi anni è successo, o forse perché siamo sprofondati in una situazione di staticità, di sfiducia. Credo comunque che questo susseguirsi di riforme, nel ’97 la riforma Berlinguer, nel 2005 la Moratti, ora la Gelmini, denoti uno stato di crisi profonda. Da storico credo che a mancare, oggi, sia una delega su cui l’Università possa reggersi dal punto di vista culturale.

E a chi spetterebbe questa delega?
Per tutto il 900 l’Università l’ha ricevuta dallo Stato. Ora la politica è diventata “impotente”, ovvero si è ritirata dalla società, dai trasporti, dalla sanità, dall’economia, dalla scuola e l’Università si è ritrovata a “galleggiare” autonomamente, senza punti di riferimento. Prima si trasmettevano sapere e conoscenza dentro ai confini di uno Stato nazionale riconoscibile e legittimato; quando questo Stato si è “ritirato”, l’Università è rimasta senza interlocutori e si è rivolta al mercato, pensando che da lì potesse venire la delega. Ma il mondo del mercato è scivoloso, pieno di contraddizioni, di interessi particolari, quindi questa delega è stata confusa, contraddittoria, e l’Università è andata in crisi. Non sapendo se considerarsi un’istituzione culturale o un’azienda che fa profitti, il mondo universitario è entrato nel marasma più totale. E questi continua tentativi di riforma ne sono la prova.

La riforma Gelmini quindi non introduce nulla di nuovo?
Niente. Anzi, è molto più in continuità con le riforme precedenti di quanto non si dica. Questo ddl incide molto sui meccanismi amministrativi dell’Università: anziché del Senato accademico si parla di Cda, anziché di facoltà si parla di dipartimenti, ma tutta questa dimensione burocratica non sfiora nemmeno il nodo centrale del problema, cioè che tipo di sapere trasmette oggi l’Università. Io, storico, oggi sono chiamato a competere con centrali formative molto più potenti dell’Università: gli stessi mezzi di comunicazione di massa, il cinema, la tv costruiscono e diffondono sapere storico. L’Università come incide oggi rispetto al sapere costruito e alimentato da altri? Di questo non si parla nella riforma Gelmini, come non se parlava in quella firmata da Berlinguer o dalla Moratti.

Il ministro dell’Istruzione ha accusato gli studenti di difendere “i baroni”, anche se il ddl approvato ieri, e su questo punto concordano anche i “difensori” della riforma, sembra continuare a proteggere i privilegi degli accademici. Da ordinario crede che la riforma riuscirà davvero a dare un taglio alle logiche di “potentato”?
Questa riforma non tocca il potere dei “baroni”, anzi li aiuta nella possibilità di gestire tutto l’apparato burocratico e amministrativo dell’ateneo. Il “barone” non ha nulla a che vedere col dibattito scientifico e culturale in corso nel Paese, il vero “barone” non legge né leggerà mai nulla di quello che succede oggi in Italia. Vive all’ombra degli apparati universitari, è un burocrate degli atenei che costruisce il suo profilo sulla capacità di dare posti e moltiplicare favori. Le “baronie” non sono costruite sui libri scritti, ma sulla capacità di stare in segreteria, in presidenza, di governare gli apparati amministrativi dell’Università. Questi, che sono i “baroni veri”, nessuno li tocca, perché ancora una volta, anche in questa riforma, non sono esplicitati i criteri culturali sulla base dei quali il profilo di un professore viene giudicato: tutti i “baroni” continueranno a fare quello che fino adesso hanno fatto.

Lei ha parlato della mobilitazione del ’68 come di una protesta profondamente diversa da quella di oggi. Ma che cosa consiglierebbe agli studenti che, certo in un contesto differente, 40 anni dopo sembrano animati dallo stesso desiderio di giustizia?
Una delle poche cose che posso consigliare ai ragazzi, uno dei pochi bagagli che mi permetto di consegnare contiene quelli che allora vennero definiti i “contro corsi”. Quando si occupò Palazzo Campana, a Torino, anziché contestare le riforme decidemmo di prendere di petto il problema dei saperi che l’Università trasmetteva, che a nostro parere erano saperi ossidati, più ottocenteschi che novecenteschi. Per cui abbiamo fatto corsi di sociologia, di educazione sessuale, di antropologia, di psicologia, aprendo le porte a tutta una serie di materie e di saperi che l’Università di allora non trasmetteva. La nostra protesta di studenti non è stata tanto legata alla capacità di andare contro il governo ma ha tentato di costruire l’Università come un luogo di saperi alternativi. Questo oggi non c’è stato, e in questo gli studenti hanno aderito perfettamente alla logica Gelmini: hanno contestato il Senato accademico e la deriva burocratica e amministrativa ma a ciò non si sta accompagnando un progetto culturalmente alternativo. E andare solo contro qualcosa, alla lunga, temo non porti lontano.

(federica grandis)



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