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Costa d’Avorio. Continuano gli scontri

20 Dec Costa d’Avorio. Continuano gli scontri

costaavorioCosta d’Avorio sull’orlo della guerra civile dopo il ballottaggio elettorale per la presidenza della nazione africana. Dalla capitale, Abidjan, gli scontri si sono estesi coinvolgendo anche Grand Bassam, cittadina in cui il Gruppo Abele è presente con una comunità di accoglienza, un centro di aggregazione giovanile e un centro di documentazione, ricerca e formazione. Gli educatori italiani della Communauté Abel in rientro in questi giorni dalla Costa d’Avorio, parlano di un’escalation di violenze. Spiega Leone De Vita: «La situazione è precipitata alla vigilia del secondo turno elettorale, anche se non ci si attendeva un simile epilogo. Negli ultimi giorni molte Ong stanno lasciando il Paese, così come sono stati ritirati i corpi diplomatici che non svolgono ruoli di emergenza. Grand Bassam è una città divisa al cinquanta percento tra i sostenitori dell’uno e dell’altro candidato. Dapprima le proteste di sostegno ai manifestanti della capitale non hanno avuto ripercussioni pericolose per la città. Io stesso mi sono trovato a camminare tra le vie in cui sfilavano i cortei di protesta». La miccia che ha fatto esplodere le tensioni è stata, tre giorni fa, una discussione tra polizia e manifestanti: «Un poliziotto ha lanciato un lacrimogeno all’interno della Moschea, durante la preghiera del venerdì – racconta Leone -. I giovani hanno reagito bruciando il Commissariato di polizia, la casa del Commissario e una macchina degli agenti. Da entrambi le parti sono spuntate le armi da fuoco. C’è stato un morto. Un ragazzo minorenne». Dopo il primo incidente a Grand Bassam sono arrivate in città le milizie dell’ex presidente Gbagbo e da allora si sono susseguiti episodi di violenza, percosse e blitz nelle abitazioni dei sostenitori di Ouattara (il candidato vincitore).
Pur nell’emergenza, la Communauté Abel non ha però chiuso i battenti: «di giorno in giorno facciamo il punto della situazione e decidiamo cosa è possibile tenere aperto. La sala medica innanzitutto, perché in questa situazione è essenziale continuare a offrire un’assistenza medica gratuita, e poi la biblioteca, dove riusciamo a far arrivare i quotidiani nazionali ed esteri. Nonostante il coprifuoco imposto, molte persone vengono per leggere notizie sulla reale condizione del Paese, su come si sta muovendo la comunità internazionale». La comunità del Gruppo Abele a Grand Bassam mantiene inoltre attivo il proprio osservatorio sulla violazione dei diritti dei ragazzi e dei bambini, così da poter monitorare, durante e dopo la crisi, le emergenze che si creeranno sul territorio: «Cerchiamo di mantenere aperto anche il centro d’ascolto al Carrefour Jeunesse, per raccogliere le esigenze e i bisogno delle persone».
Su una possibile risoluzione del conflitto interno, ci si augura che la via diplomatica possa presto portare a dei risultati: «È l’unica possibilità pacifica» commenta Leone. Laddove fallisse la diplomazia, gli ivoriani potrebbero veder ripiombare sulle loro spalle il peso della guerra civile, faticosamente, e forse solo parzialmente, archiviata nel 2007.

Ma cos’è successo in Costa d’Avorio?
Il candidato vincitore, Alassane Ouattara, e il suo governo non vengono riconosciuti dal leader uscente Laurent Gbagbo che ha rivendicato per sé il diritto ad un nuovo mandato, appellandosi ad un verdetto del Consiglio costituzionale da lui stesso controllato. In nome di ciò Gbagbo ha di fatto militarizzato la capitale Abidjan, impedendo ai gruppi manifestanti di esprimere il proprio dissenso come hanno cercato di fare occupando la televisione di Stato, anch’essa sotto il controllo del presidente uscente.
Proprio dall’emittente televisiva nazionale Gbagbo ha proclamato, tramite il capo del Consiglio costituzionale Yao Ndre, la propria vittoria con il 51% delle preferenze. Questo, nonostante la vittoria elettorale di Ouattara del 28 novembre (con il 54% dei voti) sia stata riconosciuta dalla commissione elettorale indipendente (appoggiata dall’Onu) così come dagli Stati Uniti, dall’Unione europea e dall’Unione degli Stati Africani.
Negli scontri tra i sostenitori di Ouattara e le Forces de défense et de la sécurité, i soldati di Gbagbo non hanno risparmiato i colpi, scatenando una guerriglia che in venti giorni ha fatto salire a 50 il numero delle vittime, tra incidenti in piazza, rapimenti lampo ed esecuzioni sommarie. Ad oggi si contano oltre 300 feriti, di cui un centinaio gravi, e più di 600 persone arrestate nella capitale e nei villaggi limitrofi.
La sede provvisoria del governo legittimo è all’Hotel du Golfe di Abidjan, presidiato da 800 Caschi blu Onu. In risposta alla ostinazione di Gbagbo, l’Unione europea ha disposto oggi, 20 dicembre, il ritiro del visto per l’ex presidente, per sua moglie e per altre 17 persone vicine al vecchio leader.

(manuela battista)



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