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Costa d’Avorio, la diplomazia all’angolo

08 Mar Costa d’Avorio, la diplomazia all’angolo

costaDa ormai molti mesi la Costa d’Avorio è dilaniata dal conflitto tra i “due presidenti”, Alassane Ouattara e Laurent Gbagbo. Il primo, vincitore alle elezioni del 28 novembre 2010, è riconosciuto dalla comunità internazionale, mentre il secondo, in carica dal 2000, ha invalidato il voto per presunte irregolarità. A pagare le conseguenze di una sempre più marcata instabilità politica, peraltro sempre meno visibile sui giornali e in tv, è la popolazione civile. In molti parlano di vera e propria “catastrofe umanitaria”, con centinaia di morti e migliaia di rifugiati. A Grand Bassam, cittadina di circa 80mila abitanti distante pochi chilometri dalla capitale economica Abidjan, dal 1983 è attiva la Communauté Abel, progetto di cooperazione internazionale del Gruppo Abele dedicato alle fasce più deboli della società: orfani, bambini di strada, sfollati di guerra, vittime di tratta, donne in difficoltà. Abbiamo sentito al telefono Leone De Vita, che vi opera, per avere notizie sulla situazione del Paese e del progetto di Grand Bassam.

Qual è oggi la situazione della Costa d’Avorio e della sua capitale?
È chiaro che il nostro punto di vista è limitato alla zona in cui lavoriamo. Ciò che comunque si percepisce nettamente in questi giorni è il completo fallimento delle vie diplomatiche. Abobo, il quartiere “caldo” di Abidjan, è sottoposto al coprifuoco da settimane: gli scontri tra le forze di sicurezza di Laurent Gbgabo e il cosiddetto “commando invisibile” formato da sostenitori pro-Ouattara, combattuti anche con artiglieria pesante, sono sempre più accesi. Nessun intervento diplomatico è riuscito a fermare le violenze, anzi: gli ultimi combattimenti verificatisi ad Abobo, solo qualche giorno fa, hanno fatto almeno una cinquantina di morti, decine di feriti e costretto alla fuga dalla città migliaia di persone. E se fino ad oggi gli autori degli scontri erano identificabili con i due opposti schieramenti militari, adesso si vive una recrudescenza delle violenze tra etnie. Il nemico assoluto diventa l’altro solo perché appartiene ad una tribù diversa. 

Tra le poche notizie che arrivano fin qui si parla di un esodo verso la Liberia di proporzioni enormi…
Circa 60.000 persone hanno già dovuto abbandonare le loro case in cerca di salvezza nella vicina Liberia e molti di più potrebbero diventare gli sfollati nelle prossime ore. Ma è forte, fortissimo anche il problema dei rifugiati “interni”: ad Abobo, il quartiere più difficile di Abidjan, pochissimi sono rimasti a casa. In questo momento si contano più di 200mila persone fuggite da parenti o amici. Gli scontri non hanno una logica precisa né una strategia comprensibile, sembrano espandersi a macchia d’olio. E in una delle battaglie più aspre condotte negli ultimi giorni ad Abobo i ribelli sono anche riusciti a distruggere il ripetitore della televisione nazionale, impedendo le trasmissioni per un paio di giorni. La tv è uno dei principali strumenti di potere di Gbagbo: il ripetitore era ben difeso e, sebbene sia stato danneggiato, è stato ripristinato in pochi giorni. Questo per quel che riguarda i movimenti e gli scontri militari, poi c’è l’aspetto economico quotidiano.

Ossia?
Tutte le banche sono ancora chiuse. O meglio, lavorano quelle nazionali solo per correntisti particolari: rimborsano solo funzionari e lavoratori pubblici, pagandoli “cash” e segnando semplicemente su una lista coloro che sono stati pagati.  C’è un problema di liquidità evidente e generale. 

Si parla di prezzi per i generi di prima necessità schizzati alle stelle…
Decisamente. È normale che ciò accada in momenti come questi, sia per i beni di primissima necessità come il riso, sia per i beni importati, di cui il Paese ha anche una produzione interna, che però è insufficiente a soddisfare la richiesta di mercato. Dunque coloro che possono e hanno i canali giusti speculano su questo tipo di commerci.

Come riuscite a portare avanti il vostro lavoro di cooperazione in queste condizioni? Quali sono i problemi più urgenti in questo momento?
Facciamo il possibile tutelando innanzitutto le persone che lavorano con noi. Riusciremo a garantire i pagamenti fino a fine marzo, poi non si sa. Come attività sul territorio restano ancora aperti alcuni dei centri di alfabetizzazione nelle zone più tranquille. Rimarrà in funzione anche la sala medica fino a che ci saranno medicinali.
Come è  accaduto in precedenza stiamo cercando di modificare alcune attività a seconda del contesto. Mesi fa avevamo già fatto interventi di riconciliazione in villaggi nei quali c’erano elementi evidenti di scontro tra comunità. Abbiamo una serie di educatori molto conosciuti nei loro quartieri: se non sarà possibile operare nelle strutture predisposte a causa degli scontri, gli educatori potranno fare attività nelle loro zone senza spostarsi. 

Come credi potrebbe evolversi la situazione?
Credo non ci sia più spazio per le soluzioni diplomatiche. È possibile che si arrivi a una vera e propria prova di forza, che non necessariamente si concretizzerà in una guerra totale. Siamo nella situazione più pericolosa perché entrambi i contendenti sono convinti di poter vincere. Certamente operiamo in un contesto che scoraggia, che spaventa. Ma non per questo, almeno per ora, abbiamo intenzione di lasciare.

(federica grandis e toni c08astellano)



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