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Credere in qualcosa per conservarci vivi

30 Sep Credere in qualcosa per conservarci vivi

serra_pi__grandeMichele Serra è per molti una voce famigliare e spiazzante. La sua Amaca, ogni mattina, una sosta obbligata per orientarci con maggiore consapevolezza, e spesso buonumore, nell’intrico delle giornate. Gli abbiamo rivolto qualche domanda per capire meglio l’Italia di oggi e sperare un po’ in quella del futuro.


Hai parlato di “individualismo amorale” come di base culturale del berlusconismo. Il massimo del rivoluzionario oggi è appellarsi a un individualismo morale – la destra legalitaria, insomma – o possiamo concederci il lusso di sperare in qualcosa di più?
“Qualcosa di più”, se intendo bene, sarebbe poter condividere con altri destino e speranze. Anzi: considerare impossibile che qualcosa cambi davvero (anche per gli individui) se questo qualcosa non è condivisibile con gli altri. Questo è o dovrebbe essere il senso profondo della parola “sinistra”, e cioè una concezione sociale del benessere e della libertà. In negativo, si deve dire che questa convinzione è sempre più tiepidamente presente nelle parole della sinistra, non solo italiana. In positivo, mi sembra che il concetto di “bene comune”, nella seconda metà del secolo scorso, sia diventato quasi sinonimo di democrazia, e dunque non più patrimonio della sola sinistra. L’idea del welfare, per esempio, può essere estesa o ristretta: ma non è più pensabile, neppure a destra, una democrazia moderna senza welfare. Almeno in questo senso: la sinistra ha vinto, e dovrebbe ricordarsene più spesso.

Che cosa ha impedito alla sinistra e ai sindacati di vedere che l’ideologia del mercato avrebbe portato a insostenibili disuguaglianze?
L’illusione mercatista ha potuto dilagare perché il crollo del comunismo ha inevitabilmente tacitato “l’altra campana”. Non dimentichiamo, però, che il socialismo reale è crollato per la sua incapacità strutturale di produrre benessere. Il benessere non solo non è un disvalore: è una garanzia di dignità, come ben sapevano gli operai che volevano mandare i figli all’università. Era molto complicato tenere viva la sacrosanta critica del mercato, e al tempo stesso riconoscere che il comunismo aveva perduto non solo perché liberticida, ma perché produttore di povertà. Ora, passo dopo passo, la sinistra, anche per ragioni anagrafiche, è in grado di ripensare alla critica del mercato da un punto di vista “moderno” e non più passatista. Ho letto con grande interesse il discorso di insediamento del giovane Miliband, nuovo leader del Labour. E’ un discorso di sinistra, finalmente.

Che cosa ti evoca la parola “società civile”? E’ una parola ancora spendibile o ha bisogno di una prolungata quarantena?
C’è stato un lungo equivoco, a causa del quale si è creduto che la società fosse, in sé, migliore del potere. Ci siamo accorti, poi, che esiste invece una strettissima connessione tra degenerazione sociale e degenerazione del potere politico: sono compari, sono complici. “Società civile” indica quella parte della società che ha valori positivi (legalità, libertà, autonomia degli individui). E lotta contro la parte della società che ha valori negativi (menefreghismo, servilismo, rassegnazione).

Sei uno dei pochi intellettuali che ha il coraggio di appassionarsi e indignarsi senza temere di non sembrare un disincantato uomo di mondo. E’ ancora possibile oggi un nesso tra attività intellettuale e impegno?
Più che possibile, è inevitabile. Ogni espressione pubblica del proprio lavoro è politica ed è impegno: è “impegnato”, anche se con effetti perniciosi, e senza saperlo, anche l’autore televisivo che intossica la gente con stupidaggini. Quanto agli uomini di mondo, mi pare pericoloso considerare il cinismo come una delle qualità indispensabili per esserlo. Tra le virtù da rivalutare, qui e adesso, al primo posto metterei l’ingenuità.
Oggi i giovani hanno una grande diffidenza verso la politica. In molti però vedono in Nichi Vendola una figura diversa, benché da sempre lui faccia politica. A cosa è dovuta secondo te questa impressione?
E’ dovuta, credo, al fatto che Vendola mostra di credere nella politica come se la politica fosse potenzialmente intatta. A costo di rischiare l’irrealismo. Per altro, se la realtà è così fosca come ci appare, alludere ad altre possibilità, perfino sognare altre situazioni, diventa puro istinto di conservazione. Per conservarci vivi, siamo costretti a credere in qualcosa.

Che cosa pensi di Gianfranco Fini? C’è chi lo ritiene un opportunista, chi pensa che su molte cose, ad esempio sull’immigrazione, il suo sia un cambiamento sincero.
Se le sue parole sono quelle che si sentono e che si leggono, penso che Fini sia un uomo di destra che non accetta lo spirito di illegalità della destra di potere italiana. Non lo voterei mai, ma sarei contento se la destra italiana fosse quella che lui dice, repubblicana ed europea, e non quella di Berlusconi. Quanto al cognato e alla casa di Montecarlo, mi pare la classica pagliuzza che gli viene rinfacciata da chi ha una trave negli occhi.

Un ragazzo ti chiede di consigliarli un libro e un film che lo aiutino a capire meglio questo tempo e come viverlo. Cosa rispondi?
Ognuno ha i suoi libri e i suoi film. Così di getto, rischiando l’approssimazione, gli consiglierei “Il provinciale” di Giorgio Bocca e “Un eroe borghese” di Stajano per capire l’Italia del Novecento. E “The Truman Show” di Peter Weir per capire la società di massa.

 



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