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“Cultura e politica antidoti contro la paura”

21 Mar “Cultura e politica antidoti contro la paura”

imageIl diritto ad essere minoranza senza il rischio di sentirsi emarginato. In mezzo, un cornicione dall’equilibrio precario chiamato paura. Elemento umano, relazionale, sociale, politico; fattore aggregante e, insieme, pericolo disgregante. La paura permea le società ai tempi della crisi. E le comunità spaventate, sono comunità inibite, dove le paure assurgono a valori. Nasce proprio dal tentativo di analizzare le ripercussioni sociali e politiche della paura nella contemporaneità il nuovo libro di Livio Pepino, edito dalle Edizioni Gruppo Abele e che uscirà in libreria il prossimo 25 marzo. Il libro s’intitolaProve di paura. Barbari, marginali, ribelli ed è un quadro – a tinte fosche, ma non senza un barlume di speranza – della contemporaneità. Abbiamo intervistato l’autore.

Un libro sulla paura. Che è un libro sulla violenza, sulle diseguaglianze, sulle intolleranze. Perché dobbiamo parlare di ‘paura’, oggi?
Dobbiamo parlarne perché la paura, intesa come sentimento collettivo, sta diventando sempre più il motore dell’agire sociale e il collante dell’azione politica. Quel che si diffonde è un sentimento collettivo che avvelena i rapporti interpersonali e sostituisce la razionalità. Voglio essere chiaro. Ciò che va messo in discussione non è il sentimento individuale di paura che tutti, in maggiore o minor misura, provano nella loro vita di fronte a situazioni impreviste, sgradevoli, dolorose. Tutto questo è naturale e negarlo o cercare di esorcizzarlo è sbagliato e controproducente. La paura va capita e affrontata con interventi di sostegno congrui, pubblici e privati. Ciò, peraltro, è tutt’altra cosa dalla strumentalizzazione della paura, dalla sua utilizzazione come alibi per scelte politiche altrimenti insostenibili, dalla sua utilizzazione per creare intolleranza ed emarginazione. Ed è ciò che accade quotidianamente. La paura che si aggira per la società ha molte cause: il lavoro che non c’è, la difficoltà di avere cure o assistenza adeguata se si è malati, il futuro dei nostri figli, un ambiente di vita devastato dallo sfruttamento del territorio, il cambiamento del volto delle città, la solitudine… Eppure l’immagine che viene veicolata dagli “imprenditori della paura” è che la causa di tutto è la microcriminalità o l’immigrazione. Con il risultato che su questo si investe, e non sul resto. Con l’unico esito di moltiplicare la paura.

La paura è un fattore umano. Si prova e si incute paura. Sotto la spinta della paura, l’uomo ha creato meravigliose città, aggregandosi, ma ha anche eretto muri e barriere. Ma la paura è spesso usata anche come fattore politico. La paura genera solitudine, la solitudine facilita il controllo. Le società spaventate sono società isolate. I refraindel terrorismo, delle bombe, delle trame internazionali stanno acuendo il senso di sfiducia nell’altro senza passare per il confronto. Qual è il pericolo in tutto questo?
Il pericolo (anzi qualcosa di più che un pericolo) è la costruzione di una società divisa: la parte soddisfatta della società da una parte, con i suoi quartieri difesi da guardie privaste e da telecamere; gli altri – i poveri, i marginali, i migranti – in un altrove separato, il più distante possibile. Intendiamoci, questa distinzione per così dire urbanistica è, ad oggi, limitata, ma la cultura che la ispira è sempre più diffusa. Così si può vivere nello stesso quartiere ma con un crescendo di insoddisfazione e di intolleranza nei confronti del vicino. È la costruzione del «nemico», con una rappresentazione che fa apparire naturale e spontanea la reazione, il rifiuto e, alla fine, l’annientamento e la distruzione fisica. Tutto viene giustificato evocando violenze, prevaricazioni, soprusi (veri o presunti) del nemico di turno. E denunciando una paura e un’insicurezza sempre più intollerabili indotte da quei comportamenti e da quelle presenze. Non è la prima volta che ciò accade. Anzi la paura, come sentimento collettivo, ha condizionato in maniera massiccia la storia dell’umanità. Alla base di guerre, persecuzioni, genocidi c’è stata sempre, seppur non da sola, la paura dell’altro. Una paura di fronte alla quale tutto diventa lecito, ancorché orribile: quasi una gigantesca legittima difesa. Intanto si perde, fino a diventare irriconoscibile la ragione stessa della paura. E le persone vengono disumanizzate, ridotte a simboli di inimicizia e ostilità.

Troppi rivoli comunicativi sui fatti di cronaca, l’assenza di filtri, l’iperconnettività da social media e socialnetwork provoca una sensazione di accerchiamento. I mezzi d’informazione italiani sono al primo posto in Europa per trattazione di episodi delittuosi. Il problema si acuisce nel caso della televisione, quando alla notizia in sé si dà un’immagine, che spesso è riassunta in un volto il quale, a sua volta, è molte volte quello di un immigrato (ma non solo). Servirebbe un altro modo di fare informazione. Ma proporlo non temi possa essere interpretato come un tentativo di limitazione alla libertà di stampa?
Il problema non sta nelle norme ma nella cultura. Non penso certo che una informazione diversa e una politica diversa possano imporsi per legge o per decreto. Ma ci sono cose che la politica e i singoli operatori dell’informazione possono fare. La politica deve dare i mezzi perché l’informazione sia diffusa e non concentrata in alcuni grandi gruppi, pubblici e privati, portatori – per definizione – di un interesse alla conservazione dello status quo anche strumentalizzando (o creando) situazioni a ciò favorevoli. Gli operatori, a loro volta, devono praticare una indipendenza reale nel scegliere e commentare le notizie: è difficile farlo in una situazione in cui la precarietà lavorativa è un ricatto continuo ma non c’è alternativa. Altrimenti il pensiero dominante diventerà pensiero unico, con quel che segue non solo sul versante securitario.

La paura, meglio quella che tu chiami “ossessione securitaria”, ha dato e sta dando adito a delle forzature sul concetto di libertà. Nel segno della paura, muoiono o si limitano alcuni diritti (rappresentanza, sciopero, protesta) e se ne affacciano altri. Prendiamo, uno su tutti, quello all’autodifesa, il diritto ad armarsi. Ma l’Italia può ancora essere Italia nel nome di questo cambiamento? E come se ne esce?
L’esempio che hai fatto è particolarmente appropriato. Proprio nel nostro Paese c’è stata, nel 2006, una legge che ha ampliato le ipotesi di legittima difesa, estendendo la non punibilità ai fatti commessi con un’arma legittimamente detenuta per difendere l’incolumità o i beni, propri o altrui, nella propria casa e relative pertinenze, nel proprio negozio o nel proprio luogo di lavoro. Mai, neppure in epoca fascista, le regole di convivenza avevano subìto uno strappo così profondo e lacerante. Ciò che viene inserito nel sistema è, infatti, una sorta di (possibile) pena di morte privata, cioè decisa dalla persona offesa (o dalla presunta persona offesa) e da essa direttamente inflitta. È la cancellazione del diritto penale moderno che ha come idea guida e ragion d’essere la sottrazione del reo alla vendetta privata e l’attribuzione esclusiva allo Stato del potere di punire le condotte illecite, all’esito di un processo garantito e ad opera di un giudice imparziale. Il messaggio distribuito a piene mani nei mesi e negli anni precedenti («vi difenderemo meglio») svela, infine, il suo reale contenuto: «difendetevi da soli e, comunque, vi garantiremo l’impunità». Credo sia una vicenda esemplare. Ma questo cambiamento è avvenuto con proteste e resistenze assai ridotte. E oggi “il farsi giustizia da sé” diventa lo slogan, la parola d’ordine (esibito finanche con magliette nelle piazze) di una destra populista e xenofoba. È una sequenza che ci dice in maniera univoca una cosa: o cambia la politica o non se ne esce. Qui se ne esce con la cultura e la politica.

C’è tutta una parte, corposa, del libro, in cui si traccia – chiamiamolo così – l’identikit dell’uomo di cui aver paura. Zingaro, immigrato, povero. Il nuovo uomo nero. La società ha generato nemici da cui difendere l’economia, il lavoro, il sistema previdenziale. Se questi altri vi entrano, lo fanno rubando a chi ha più diritto. La paura, quindi, diventa l’altra faccia della “guerra tra poveri”, un conflitto sociale tutto interno alle maggioranze più povere. Intanto, mentre ci facciamo un’idea di barbarie, nel frattempo legittimiamo, nel nome della democrazia, missione di guerra un po’ in tutto il mondo. E allora, dov’è la differenza?
La differenza è tra chi crede nell’esclusione e chi crede nell’inclusione, tra chi teorizza la superiorità degli uni sugli altri e chi professa l’uguaglianza, tra chi alimenta la cattiveria sociale e chi promuove la coesione. Giustamente tu segnali che ciò riguarda i singoli come gli Stati, le politiche interne come quelle internazionali. Al fondo – lo ripeto – c’è una diversa visione del mondo: tra chi, sulle orme di Hobbes, sostiene che l’uomo è per natura nemico, aggressore, prevaricatore e che solo la forza (o la violenza) dello Stato consente una convivenza accettabile e chi, sulle orme di Aristotele e poi del pensiero cristiano, crede che l’uomo sia un “animale sociale” destinato a vivere e realizzarsi nel rapporto con gli altri e che, conseguentemente, la mitezza e l’accompagnamento siano le migliori arti di governo. Può sembrare un discorso teorico ma non lo è. O approfondiamo l’analisi e non diamo tutto per scontato, oppure giorno dopo giorno, nell’illusione di avere maggior sicurezza, perdiamo un pezzo di libertà.

 Scheda Prove di paura

 

(piero ferrante)



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