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Dal sovraffolamento alle misure alternative. Come stanno le carceri italiane

13 Jan Dal sovraffolamento alle misure alternative. Come stanno le carceri italiane

mellano_1_Il 2014 ha segnato un cambiamento e alcuni successi per il carcere italiano. Come la diminuzione del sovraffollamento e l’abrogazione di leggi che hanno riempito le carceri in nome di una presunta sicurezza e che hanno impartito punizioni più che rieducazioni. Bisogna però tenere presente che la Corte europea dei diritti dell’uomo continua a monitorare l’Italia, affinché anche i suoi penitenziari rispettino i parametri di dignità e giustizia enunciati dell’articolo 3 della Convenzione europea che proibisce la tortura e il trattamento inumano o degradante. Abbiamo chiesto a Bruno Mellano, Garante del Piemonte per i diritti dei detenuti, qual è l’attuale situazione.

A dicembre 2014 il numero di detenuti nelle carceri italiane ammontava a 54.050 con un sovraffollamento pari al 109,21%, in netta diminuzione rispetto al 151,5% del 2009. I numeri dicono che siamo sulla buona strada o, semplicemente, i numeri non dicono tutto?
I numeri indicano una diminuzione delle presenze in carcere. Occorre dire, per precisione, che le persone nella rete penitenziaria e giudiziaria sono di più. Oltre alle 54mila persone in carcere, ce ne sono 36mila tra coloro che sono affidati ai servizi sociali, agli arresti domiciliari o con misure alternative al carcere.
Sicuramente i numeri non dicono tutto. Sul tema carcerario in Italia, negli ultimi anni, si è scelta una strada che personalmente non ho condiviso: quella di norme frammentate, con interventi specifici e peculiari, mentre su alcuni temi occorreva un atto di clemenza (quindi amnistia e indulto).
Ad esempio, sulla sentenza della Corte Costituzionale per la legge Fini-Giovanardi la partita è ancora aperta: non sappiamo nemmeno quanti siano coloro che hanno chiesto il ricalcolo della pena, in forza di questa illegittimità.
Altro punto è il meccanismo del risarcimento messo in atto da questo Governo per coloro che hanno vissuto in condizioni disumane per sovraffollamento, a seguito della sentenza Torregiani. Con l’imbuto della magistratura di sorveglianza che sta valutando caso per caso, il meccanismo avviato non sta dando i risultati attesi.
Insomma, che oggi ci siano meno detenuti è un’informazione importante. Ma cosa fanno quelli rimasti? Quali sono le condizioni di detenzione in cui scontano la pena e qual è l’assistenza che ricevono per il reinserimento sociale? Il fatto che le condizioni non siano più inumane non assicura che siano anche utili per il recupero della persona detenuta.

Sovraffollamento: i dati che provengono dalle diverse Regioni mostrano disomogeneità sul territorio. Su 202 istituti, 44 presentano un sovraffollamento del 60%, mentre altri 80 sono al di sotto della soglia massima. Come stanno i penitenziari piemontesi?
Dai numeri possiamo dire che il sovraffollamento sta rientrando. Tuttavia, è certo che la dislocazione nelle carceri italiane non è omogenea. Non lo è mai stata. Non lo è per i detenuti, non lo è per gli agenti, non lo è per i progetti e per i servizi legati al carcere.
Prendiamo il caso piemontese. La struttura di Fossano, dopo le ristrutturazioni, potrebbe ospitare fino a 130 detenuti. A dicembre in occasione di una mia visita ho scoperto che sono meno di 50.
Così altre realtà: Verbania è sottodimensionata. Biella anche. A Saluzzo c’è un intero padiglione nuovo che è finito, ma non è aperto siccome manca l’ultimo tratto di un appalto andato male. E così il carcere continua a essere al limite del regolamento.

Secondo quali criteri i detenuti vengono affidati alle diverse strutture carcerarie?
Ogni tipo di istituto (Casa di reclusione, casa circondariale, istituto a custodia attenuata ecc) è stato pensato per rispondere a problematiche carcerarie diverse, con circuiti penitenziari mirati a seconda del reato da scontare. Non si può mettere nella stessa struttura chi ha un residuo di pena lieve e chi ha un ergastolo ostativo. Il sovraffollamento ha cambiato tutto. La logica è diventata per molti anni quella dei posti liberi: dove ce n’erano si infilavano i detenuti. Ora si sta tentando di tornare a identificare la popolazione carceraria. A definire che nelle case di reclusione stanno le persone con pene definitive e nelle circondariali quelli in attesa di giudizio o con condanne non definitive. E, almeno in Piemonte, dove le leggi messe in campo hanno dato risultati, determinando una diminuzione di detenuti dagli oltre 5mila di due anni fa ai 3.600 di oggi, l’alibi del sovraffollamento è caduto.

Secondo una ricerca del Centro nazionale per il volontariato e della Fondazione volontariato grazie all’implementazione delle misure alternative, potrebbero uscire dal carcere altri 10 mila detenuti, con un risparmio di 210 milioni all’anno, e garantendo inoltre 1.500 nuovi posti di lavoro. Qual è la situazione del Piemonte?
Io sono convinto, ed è ormai consolidato, che la recidiva si combatta con percorsi di reinserimento mirati e seguiti. Viene da sé che è necessario investire nelle misure alternative se si desidera cambiare il carcere. Paradossalmente, per i 54mila detenuti delle carceri italiane si spende il 96% del budget complessivo che l’amministrazione penitenziaria mette a disposizione. Il restante 4% viene destinato ai servizi di esecuzione penale esterna (Uepe) che devono curare, seguire e inserire gli altri 36 mila detenuti
o ex detenuti che fanno parte dell’affidamento ai servizi. Una visione nuova del sistema non può che passare da un forte investimento sul reinserimento delle persone detenute, che permetterebbe di ridurre i rischi di recidiva.

È passato un anno dall’approvazione della legge che prevede l’istituzione del Garante nazionale dei diritti dei detenuti: Antigone ha lanciato poche settimane fa l’appello al Presidente della Repubblica affinché venga nominato. Quanto sarebbe importante una figura di livello nazionale?
La figura è importante e decisiva. Io stesso ho firmato la petizione di Antigone. La stessa Conferenza dei Garanti regionali e comunali ha espresso direttamente al ministro Orlando l’auspicio di una nomina tempestiva dell’ufficio del Garante. Sicuramente la norma in sé non era scritta benissimo, perché indica che la nomina delle tre cariche che costituiscono l’ufficio sia in capo al ministero di Giustizia. Sarebbe stata più opportuna una nomina parlamentare, più indipendente dal ministero. In ogni caso, è meglio un’immediata nomina che non l’attesa di una norma perfetta.
La figura del Garante nazionale è importantissima anche per i garanti regionali e comunali. Ormai sono tredici le regioni che hanno nominato il proprio garante. Moltissime le città che hanno fatto lo stesso con una delibera comunale. Personalmente io ho contattato tutte le amministrazioni comunali piemontesi sede di carcere per chiedere ai comuni di nominare un garante comunale. A Torino c’è da dieci anni. A Ivrea da due. Alessandria, Asti, Novara, Vercelli, Cuneo e Fossano stanno tutte arrivando alla nomina. E, spero presto, lo faranno anche le rimanenti: Saluzzo, Alba, Biella e Verbania. Così facendo si costruirebbe una rete con un vertice organizzativo di coordinamento nazionale, un livello regionale e un’antenna sul territorio che ci permetterebbe di verificare l’istanza di un detenuto con massima tempestività. Infine, la nomina del Garante nazionale è una richiesta che l’Europa ci fa da tempo.

(toni castellano)



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