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Diritti umani. Un mondo più sobrio è un mondo più giusto

09 Dec Diritti umani. Un mondo più sobrio è un mondo più giusto

mano_bianca_nera10 dicembre 1948: a pochi anni dalla fine della seconda guerra mondiale, a Parigi veniva firmata e resa ufficiale la Dichiarazione universale dei Diritti umani, il primo documento a sancire universalmente i diritti che spettano a ciascun essere umano. Promossa e sottoscritta da tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite, rappresenta la summa di gran parte delle battaglie civili, e delle seguenti conquiste, della storia dell’umanità.
Sono passati 63 anni dal giorno in cui la Dichiarazione ha visto la luce ma, ancora oggi, in molte parti del mondo, i diritti che il documento tutela vengono violati.
Per avere un’ottica attuale sulla condizione delle norme che tutelano l’individuo e del loro rispetto abbiamo posto alcune domande al professore di Diritto Internazionale presso l’Università di  Torino Edoardo Greppi, coordinatore  dell’Osservatorio sui Diritti Umani dell’Istituto Studi Politica Internazionale e membro dell’ International Institute of Humanitarian Law.

Quando parliamo di diritti umani violati, pensiamo in primo luogo alla repressione violenta del dissenso, alla pena di morte, alla tortura, alla discriminazione delle minoranze. Mentre tendiamo a sottovalutare i diritti sociali ed economici, che pure sono alla base di una vita libera e dignitosa. In che modo la battaglia per i diritti civili si lega alla lotta contro la povertà, la fame, le disuguaglianze?
I diritti economici, sociali e culturali sono detti “di seconda generazione”, in quanto di concezione successiva a quelli civili e politici. Oggi possiamo ritenere che le due “generazioni” siano strettamente correlate e inscindibili. Una differenza cruciale discende dal fatto che i diritti civili e politici sono suscettibili di essere considerati come direttamente “precettivi”, mentre quelli economici, sociali e culturali sono in larga misura “programmatici”. Mi spiego. Un conto è affermare il divieto di tortura o il diritto alla libertà di espressione, di associazione, di religione. Altro è proclamare il diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione o – come dichiara lo statuto della FAO – un generale diritto alla “libertà dalla fame”. Questi diritti richiedono risorse finanziarie, strutturali, istituzionali, cioè denaro, scuole, insegnanti, ospedali, medici, infermieri ecc. Per altro verso, il legame è evidente. Certo, l’Occidente ricco e benestante ha gravi responsabilità che in notevole misura discendono dal passato coloniale. Ma è troppo comodo dimenticare le gravi responsabilità delle classi dirigenti locali, che hanno portato a decenni di corruzione, malgoverno, diniego dei diritti fondamentali, smisurati arricchimenti dei tiranni e delle loro famiglie. Questo fa sì che la battaglia per l’effettiva affermazione dei diritti economici e sociali non può andare disgiunta da quella per la libertà, la democrazia, la rule of law.

Meno risorse uguale meno diritti, ci viene detto di fronte all’attuale crisi. Ha ragione chi obietta che è stata proprio la sistematica negazione dei diritti della maggioranza del pianeta, a vantaggio dei privilegi di pochi, a portarci fino a questo punto?
Certo, gli squilibri nello sviluppo delle diverse aree del mondo sono strettamente legati alla compressione dei diritti dei più deboli, dei più poveri. La tragedia più emblematica è quella africana. Essa, però, è figlia del passato coloniale, del successivo passaggio a un’indipendenza politica priva del necessario complemento dell’indipendenza economica, dell’occupazione del potere da parte di classi dirigenti predatorie, corrotte e incompetenti. L’ONU ha proclamato diversi e successivi “decenni dello sviluppo”. Il Terzo Mondo lo chiamiamo ancora “Paesi in via di sviluppo”.  Ma lo sviluppo appare ancora lontano, mentre la “via” sembra interminabile. Le responsabilità dovrebbero essere più equamente distribuite. Certamente, una grossa parte è ancora attribuibile all’Occidente. Ma non bisogna dimenticare lo sfruttamento in chiave ideologica operato a suo tempo dall’Unione Sovietica, che ha giocato la carta africana in chiave anti-occidentale, come arma e fronte della guerra fredda. Nel confronto tra le super-potenze nucleari della guerra fredda, l’URSS ha attivamente sostenuto e fomentato i conflitti africani, in chiave anti-americana e anti-occidentale. Dunque, anche quell’ormai finito “secondo mondo” ha una parte rilevante di responsabilità. Ai tempi nostri, vediamo la Cina occupare spazi e allargare la sua influenza in modo certamente non disinteressato, in una sorta di neo-colonialismo il cui effetto è di impoverire ulteriormente i poveri del continente nero.
Insomma, interventi non disinteressati delle vecchie potenze coloniali, di quelle del non rimpianto socialismo reale, di quelle delle emergenti nuove economie rampanti, accompagnati da talora grottesche classi dirigenti locali fatte di tiranni sanguinari e predatori continuano a mantenere i popoli africani in condizione di diniego dei diritti fondamentali.

Un altro tema cruciale è quello dell’immigrazione. Oggi è possibile conciliare la necessità di governare i fenomeni migratori con l’urgenza di fermare la strage di persone disperate ai confini dell’Europa? 
L’immigrazione non si può fermare. Non è mai avvenuto nella storia. Chi sta male cerca e cercherà sempre di fuggire dalla sua tragica realtà, per cercare una vita migliore. Governare il fenomeno significa praticare una politica dell’accoglienza, accompagnata da interventi onesti e incisivi nei Paesi di provenienza degli immigrati. Personalmente, a fronte della constatazione che le classi dirigenti locali sono spesso inadeguate, sarei per incoraggiare forme di protettorato internazionale ad opera delle organizzazioni internazionali. Già avviene nelle situazioni di “peace-building” successive a un conflitto armato. Si tratta di dare vita a missioni internazionali dotate del mandato di affiancare e orientare le classi dirigenti locali, impedendo che queste conculchino ulteriormente i diritti delle popolazioni. La comunità internazionale non può costantemente girare la testa dall’altra parte. Ecco un esempio: la tragedia dello Zimbabwe, dove un orrendo dittatore, incapace, corrotto e sanguinario ha ridotto alla fame l’intero Paese. Questo non ha petrolio o diamanti, e il modo guarda altrove. Nell’ultimo decennio nella comunità internazionale è stata lanciata la dottrina della “responsabilità di proteggere”, secondo la quale gli Stati sovrani hanno il dovere di proteggere le loro popolazioni e, nel caso non possano o non vogliano farlo, deve essere la comunità internazionale stessa a provvedere. La sovranità, cioè, non è più da intendersi come pretesa del controllo esclusivo e geloso del territorio e della popolazione, ma deve essere considerata come responsabilità di protezione. Ebbene, penso che questa dottrina debba trovare più estesa applicazione.

Le organizzazioni per i diritti umani rivolgono le loro richieste in primo luogo ai governi, ma che cosa può fare il singolo cittadino per promuovere il rispetto dei diritti a partire dal contesto a lui più vicino? 
Nelle nostre società, le opinioni pubbliche hanno un ruolo sempre più rilevante, che è stato ulteriormente rafforzato dalle tecnologie dell’informazione. Oggi – e non succedeva in passato – i governi sono sotto l’occhio vigile dei mezzi di informazione, dei siti web, dei social network e, soprattutto, delle organizzazioni non governative. Il cittadino deve essere sempre più parte attiva in questi ambiti, tenendo alta la capacità di indignarsi dinanzi alla menzogna, al sopruso, alla sopraffazione, alla violenza. E deve farlo “a tutto tondo”, superando la logica delle generazioni che ci hanno preceduto, troppo intrisa di ideologia. Le violazioni dei diritti umani non hanno “colore”, ideologia, non sono l’esclusiva di una parte politica.

C’è un conflitto fra diritti “nostri” e diritti “altrui”, in particolare se pensiamo alla discrepanza fra gli stili di vita dell’occidente e quelli di tante persone nei paesi più poveri? 
Occorre forse promuovere la solidarietà tra i popoli, scoraggiando gli stili di vita che rappresentano quello che ‘i miei vecchi’ – con evidente riprovazione – chiamavano “uno schiaffo alla miseria”. Una maggiore sobrietà, un consumo più responsabile, una più forte attenzione all’ambiente: queste sono solo alcune possibili piste di impegno. Nella sana cultura delle generazioni che ci hanno preceduto l’insegnamento prima partiva dalla tavola, dalla quale era bandita l’idea stessa dell’avanzo nel piatto. Nei miei ricordi di bambino c’è una Torino con pochissimi rifiuti, e il figlio del dirigente industriale riceveva le stesse indicazioni educative che aveva il figlio dell’operaio e del contadino: non sprecare, non buttare, pensa a chi ha meno di te. Non sarebbe forse una buona idea ripartire semplicemente da qui?

(cecilia moltoni e toni castellano)



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