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Diritto e giustizia in Cina

18 Jun Diritto e giustizia in Cina

cinaSi è svolto alcuni giorni fa alla Fabbrica delle “e” di corso Trapani 91/b a Torino, una giornata di studio con l’obiettivo di riflettere sul rapporto fra i migranti cinesi e il sistema giuridico del nostro Paese. I relatori hanno proposto un quadro sintetico del sistema giuridico cinese e anche alcuni approfondimenti sulla percezione della legge da parte dei cittadini cinesi presenti nel nostro Paese, alla loro comprensione del nostro sistema giuridico e al rapporto che essi instaurano con i rappresentanti della legge in Italia.

Tra le nazioni europee, l’Italia è quella in cui la comunità cinese è più numerosa, con circa 190 mila presenze, poi seguita dalla Spagna con 150 mila e dalla Germania che ne ha appena 85 mila.
Il nord ha il primato di presenze: infatti 6 cinesi su 10 hanno scelto di fermarsi in questa parte d’Italia, 3 su 10 sono migrati al centro e solo 1 su 10 si trova al sud. La motivazione principale che spinge questa comunità verso il nostro paese è sicuramente la possibilità lavorativa a loro offerta. Grazie alla carta di soggiorno a loro erogata (che ha una validità che va da 5 anni in su), a Torino su 9.500 permessi in corso di validità ce ne sono solo 100 in attesa di occupazione; così la comunità cinese si pone al quarto posto come rilascio di carte di soggiorno e al secondo come numerosità di presenze.
Come confermato da molti studi l’inserimento della comunità cinese nel settore economico del nostro Paese è molto veloce ed efficace, il problema per questa comunità è invece l’inserimento sociale, l’interazione culturale e linguistica con il Paese ospitante. E’ proprio per questo che il Gruppo Abele insieme alla Città di Torino, all’Associazione Zhi Song e con la collaborazione dell’Istituto Confucio ha promosso il progetto “L’Aquila e il Dragone”, finanziato dal Ministero dell’Interno con fondi FEI. Il progetto, che si propone di costruire percorsi di interazione tra comunità cinese e italiana, ha realizzato a Torino, Cuorgnè e Barge corsi di lingua e cultura italiana per adulti cinesi, corsi di lingua cinese per bambini cinesi e italiani e corsi di cultura e lingua cinese per operatori socio-sanitari, educativi, culturali, economici, forze dell’ordine, ecc.
L’incontro del 12 giugno dal titolo “La nuova società armoniosa: diritto e giustizia in Cina”è stato l’ultimo di questo ciclo e ha visto gli interventi di Simona Novaretti, ricercatrice in Diritto conparato all’Università di Torino, Rosanna Lavezzaro,  dirigente dell’Ufficio Immigrazione della Questura di Torino e Daniele Cologna, ricercatore e docente di lingua cinese all’Università degli Studi dell’Insubria.
Simona Novaretti ha raccontato come sia difficile parlare di Diritto nella società cinese dove la cultura confuciana tradizionale che a tutt’oggi continua a permeare la società cinese, soprattutto nelle aree meno sviluppate, si fonda sui riti (LI) e non sulla legge (FA). La “società armoniosa”, obiettivo del confucianesimo, si fonda su un sistema di status, comportamenti, regole che fanno si che l’individuo rappresenti una piccola ruota del grande ingranaggio sociale. La legge viene sentita come una necessità residuale, che non deve essere conosciuta, ma incutere terrore. Per questo la necessità di codificare le leggi in Cina nasce molto tardi, nel XIX secolo. Negli anni ’30 del secolo scorso vengono emanati da Chiang Kai-shek i “Sei codici”.  Ma il diritto è estraneo alla mentalità cinese e non entra nel tessuto sociale. Successivamente, anche dopo la rivoluzione maoista, diritto e maoismo continuano ad essere una contraddizione in termini: le leggi emanate nel periodo maoista sono state pochissime. La prima costituzione è del 1954 e la costituzione attualmente in vigore è del 1982 quando è al vertice del PCC Deng Xiao Ping e si avvia un processo di modernizzazione del diritto che, nonostante ripetuti arresti (come dopo le vicende di Tienanmen) continua a tutt’oggi. Il progetto di una nuova “società armoniosa” presentato come nuovo obiettivo fondamentale della dirigenza del Partito Comunista e della Repubblica popolare cinese di Hu Jintao nel 2006,  vuole arginare le differenze economiche e sociali del Paese che rischiano di aumentare progressivamente lo scontento e il conflitto sociale.
Daniele Cologna ha evidenziato nel suo intervento alcune difficoltà: “Più dell’80% dei cinesi proviene da una regione circoscritta lo Zhejiang e la barriera linguistica è uno degli elementi centrali nella difficoltà di interazione tra cinesi e italiani”. Questa difficoltà è legata allo status, all’istruzione e, appunto, alla regione di provenienza, una regione rurale in cui il tasso di istruzione e di sviluppo, negli anni ’90 quando iniziano in modo consistente i flussi migratori era molto basso. La difficoltà linguistica emerge quotidianamente, e quando la popolazione cinese si trova ad avere a che fare con la giustizia diviene molto difficile a capire del tutto il funzionamento del sistema giudiziario e, di conseguenza, comprendere a pieno i propri diritti.
cina1Fino agli anni 2000, infatti, la maggior parte dei cinesi si è trovata a lavorare nel settore manifatturiero, dove la conoscenza della lingua italiana non era indispensabile ed i ritmi di lavoro e la bassa scolarità hanno reso molto difficile l’apprendimento della nostra lingua. Oggi si sta avviando un percorso nuovo: il 70% di adolescenti cinesi è nato in Italia, anche se hanno ancora vissuto molto l’essere in bilico tra i due Paesi e le due lingue e i cittadini cinesi che sono arrivati in Italia dopo il 2005 arrivano con titoli di studio più elevati. Questo ha aumentato le iscrizioni ai corsi di italiano per stranieri e i cinesi ora si trovano al secondo posto. Manca, però, ancora moltissimo la figura del mediatore culturale cinese in quei servizi e quelle istituzioni (come la scuola) che sono fondamentali, figura che permetta di colmare le lacune linguistiche e culturali che limitano l’integrazione e la possibilità di collaborazione tra le nazionalità.
Anche se dal 2005 in avanti l’immigrazione cinese si è contratta del 50%, la sua impronta sull’economia locale e Italiana non va sottovalutata. 1 cinese su 3, infatti, è un lavoratore autonomo e 1 su 4 è imprenditore di se stesso, confermando l’idea l’imprenditoria cinese (soprattutto nel settore abbigliamento e della ristorazione) sia forte e in espansione. Ma questo non va confuso con l’idea generalista di industria della contraffazione. Infatti, dobbiamo pensare che l’Italia in questo settore si posiziona al terzo posto, avendo come base della contraffazione del made in Italy la città di Napoli; ed è proprio qui che il mercato cinese ha attecchito maggiormente, favorito anche dal transito di merci dal porto di Napoli.
Sia Daniele Cologna che Rossana Lavezzaro hanno messo in evidenza come al di là dei luoghi comuni dal punto di vista della criminalità “la comunità cinese non desta particolari problematiche”. Non si sono riscontrati, infatti, fatti riconducibili alla mafia cinese e si sta investigando sulla crescente apertura dei famosi centri massaggi, dove l’obiettivo è smascherare eventuali atti irregolari legati allo sfruttamento della prostituzione.

Il percorso formativo “L’Aquila è il Dragone”avrà un ultimo importante appuntamento alla “Fabbrica delle E”, giovedì 27 giugno. «Con questo appuntamento verranno presentati i risultati di un percorso lungo e articolato, che ci ha consentito di approfondire la nostra conoscenza della comunità cinese – spiega Lucia Bianco, responsabile dell’area formazione del Gruppo Abele – Un bel percorso i cui risultati vogliamo condividere perché offrono uno spaccato territoriale inedito e completo su un mondo che ci sta accanto, ma che spesso facciamo fatica a intercettare, conoscere e apprezzare».

(valentina pucci)



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