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Don Luigi Ciotti italiano dell’anno per Famiglia Cristiana. “Reagire al malaffare”

23 Dec Don Luigi Ciotti italiano dell’anno per Famiglia Cristiana. “Reagire al malaffare”

23.12.2014 | Ansa


Roma – E’ don Luigi Ciotti l’italiano dell’ anno secondo Famiglia Cristiana. “Lo abbiamo scelto per il coraggio e la capacità di coinvolgere credenti e non credenti a reagire all’impotenza in cui versa l’Italia”, spiega don Antonio Sciortino, direttore del settimanale, presentando il numero speciale con il sacerdote in copertina dedicato all’analisi dei fatti e dei fenomeni salienti del 2014. Il fondatore del Gruppo Abele e di Libera, che ha nel Vangelo e nella Costituzione i capisaldi del suo agire, “da anni si batte per risvegliare le coscienze assopite di tanti cittadini che peccano di ‘omissione’, assistendo inerti al degrado etico e sociale del Paese”. L’uomo che ha consacrato la vita a “saldare il cielo con la terra” svolge un’opera di educazione nelle scuole e con le famiglie oggi più che mai necessaria per risollevare le sorti della nostra società. Per questo, è il simbolo di “un riscatto morale possibile” che interpella ogni singolo cittadino. Don Luigi Ciotti raccoglie idealmente il testimone dai cittadini di Lampedusa, l’isola-rifugio per decine di migliaia di migranti, che erano stato nominato da Famiglia Cristiana personaggio dell’anno nel 2013. Nelle edizioni precedenti, la scelta era caduta su Laura Boldrini (2009), il cardinale Tettamanzi (2010), Giorgio Napolitano (2011) e la famiglia (2012).

Roma – “Il quadro nell’insieme non è positivo, non è rassicurante. Ma la lucidità di analisi deve implicare l’impegno e dunque la speranza. E’ troppo comodo denunciare quello che non va e poi starsene con le mani in mano”. E’ quanto dice don Luigi Ciotti, proclamato uomo dell’anno da Famiglia Cristiana, rispondendo in un’intervista al settimanale cattolico a una domanda sul malaffare che ha contraddistinto anche il 2014 in Italia. “Siamo tutti ‘professori’ quando c’è da criticare – prosegue -. Ma la giusta critica, la giusta analisi, devono poi tradursi in impegno, in responsabilità”. “E sotto questo profilo – aggiunge – vedo dei segni positivi, in particolare nei giovani, che si ribellano all’idea di un mondo fatto su misura dei ricchi, dei potenti, dei privilegiati e dei raccomandati, un mondo per pochi dove gli altri devono stare fuori dalla porta e arrangiarsi”. Primo Levi, sottolinea don Ciotti, “parlava della crudele logica selettiva dei lager, di ‘sommersi e salvati’. Ma attenzione, che anche nel nostro mondo si stanno formando dei piccoli lager dove finisce la disperazione delle persone escluse”. Dopo le minacce della mafia, il fondatore di Libera e del Gruppo Abele spiega che la sua vita “è più complicata nell’organizzazione, non nella sostanza. Quelle minacce erano da mettere in conto. Alle mafie – e ai loro complici – disturbano soprattutto due cose. Che gli vengano confiscati i soldi, le proprietà illegittime. E che vengano realizzati progetti che educhino alla coscienza critica e alla responsabilità, cioè a una vita libera, irriducibile al sonno della coscienza, all’indifferenza che fa il gioco delle mafie e della corruzione. Ora il punto è che Luigi Ciotti è solo una piccola persona che cerca d’impegnarsi in questo senso, ma insieme a lui ci sono migliaia di persone. Quelle minacce dunque non colgono il segno, perché una persona puoi minacciarla e credere di fermarla, un movimento e un impegno collettivo no”. E sul cambiamento in corso nella Chiesa con il pontificato di papa Francesco, don Ciotti ne parla come di “un ritorno alle origini, alla sobrietà e alla povertà del Vangelo. Cioè a una Chiesa che non sia fine, ma mezzo, che sia al servizio di tutta l’umanità, senza chiedere certificati d’idoneità. Una Chiesa che accoglie e che va a cercare le persone accolte”. “La Chiesa che ci chiede di costruire – osserva -, papa Francesco la definisce così: ‘Non una dogana, ma la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa'”. Il Papa “ha messo al centro della riflessione il tema del potere, un tema su cui anche la Chiesa e tutti i credenti sono chiamati a riflettere perché la fedeltà al Vangelo si misura anche in termini di spoliazione, di rinuncia al potere e all’avere. L’autorevolezza spirituale, inseparabile dall’etica, viene da quello che si è e si fa, non da quello che si mostra di essere”. “Credo che come preti, come cristiani – conclude don Ciotti -, dobbiamo aiutare il Papa in questo progetto, perché è indubbio che anche la Chiesa ha bisogno di purificarsi, di cambiare profondamente quanto ad assetti, codici, procedure di gestione e, duole dirlo, lussi e sfarzi inaccettabili”.



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