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Donne contro la ‘ndrangheta

26 Mar Donne contro la ‘ndrangheta

lanzettaMonasterace non è San Luca e neanche Casal di Principe. Quando si arriva si vede il mare e il borgo medievale, ma non si respira aria di mafia. La si percepisce, però. La si vede nei mostri edilizi sulla costa e dalle brutture architettoniche. E, sicuramente, da un turismo non sfruttato come questa terra meriterebbe. La si nota nella mancanza di alternative e dall’emigrazione giovanile verso Nord, che ricorda quella degli anni ’60.
A questo si aggiunge l’emergenza spazzatura che, da qualche mese, attanaglia la città. «Siamo in forte difficoltà – ci spiega il sindaco Maria Carmela Lanzetta – e non abbiamo neanche i soldi per pagare un operatore ausiliario».
Maria Carmela Lanzetta è sindaco di Monasterace dal 2006. E’ al suo secondo mandato, con un amministrazione – ci dice – giovane e femminile, che magari pecca un po’ di esperienza, ma che è stata in grado di sconfiggere politici di lungo corso.
Nel 2008 due assessori sono stati minacciati. Nel 2011 è stata incendiata la sua farmacia e nel 2012 hanno esploso dei colpi di pistola sulla sua auto. «Ho deciso di rimanere in sella dopo gli attentati, non ho paura, ma adesso mi sento di aver fallito. Voglio smettere con la politica».
Abbiamo incontrato Maria Carmela Lanzetta per farci raccontare la sua vita di donna in politica, nel profondo sud. Una storia simile a quella di Elisabetta Tripodi, sindaco di Rosarno e Carolina Girasole sindaco di Caporizzuto. Tutte donne che si sono messe di traverso. Alcune delle loro storie sono state raccontate da Goffredo Buccini, giornalista del Corriere della Sera, nel suo L’Italia Quaggiù (Laterza).

Sindaco, la sua vicenda è stata raccontata in un libro. Ci riassuma i passaggi più significativi.
Sono una normale professionista, abituata all’impegno in attività socioculturali sul territorio. Sono nata e ho studiato in Calabria. Ho vissuto per anni tra Bologna e Milano, ma, insieme a mio marito, ho deciso di tornare nella mia terra per far nascere i miei figli.
Sono tornata in Calabria anche con l’idea che i giovani professionisti calabresi possano contribuire allo sviluppo di questa terra. Così ho iniziato a lavorare nell’azienda di famiglia: una farmacia. Qui, a Monasterace, ho iniziato collaborando con l’oratorio, la scuola e associazioni culturali femminili. Fino a quando, nel 2006, ho deciso di fare politica. Sono stata eletta sindaco con una lista fatta di donne e uomini senza esperienza politica, in un Comune che presentava già molte difficoltà finanziarie e strutturali.
Già durante il primo mandato abbiamo incontrato, come giunta, delle criticità: all’inizio del 2008 sono state bruciate le macchine di due miei assessori. Non abbiamo mai saputo la motivazione reale. Una era una donna: assessore ai lavori pubblici e l’altro un assessore all’urbanistica.
Pur con una maggioranza risicata, siamo stati rieletti e nel 2011 mi è stata bruciata la farmacia di famiglia.
Mi sono rimessa in sella, ma un anno dopo sono stati esplosi dei colpi di pistola sulla mia macchina. Ho pensato subito di mollare, ma ho visto la solidarietà di cittadini e istituzioni e sono rimasta lì.

Si tratta di attacchi mafiosi?
Assolutamente sì. Non conoscendo direttamente i responsabili non si può escludere nulla. Ma io sono stata abituata a chiamare le cose con il loro nome. Se una persona entra nella farmacia di famiglia e la incendia, non posso che definirlo un comportamento mafioso.

Si parlò di un suo impegno nei confronti delle lavoratrici delle serre. Un impegno che può aver fatto arrabbiare qualcuno. Riconduce a questo gli attacchi subiti?
Abbiamo dei terreni comunali sui quali sono state costruite delle aziende di serre florovivaistiche di aziende olandesi. C’è un accordo pregresso che prevede la concessione di questi terreni in forma gratuita, in cambio di occupazione per la popolazione locale. Con il tempo, però, le serre sono passate di società in società, perdendo di volta in volta il controllo sulle proprietà. Il risultato è che hanno smesso di pagare le lavoratrici: dal 2010 al 2012 queste donne non hanno visto lo stipendio. In quanto sindaco e in quanto donna, ho protestato al loro fianco. È importante che nel profondo sud vi siano realtà di lavoro femminile, legale e retribuito. Per questo non mi sono tirata indietro.
Ma non è stato solo quello che ha scatenato la rabbia nei miei confronti, credo. Non so esattamente quale sia la motivazione reale. Possono essercene tante. Potrebbe essere la politica sui tributi o altre ragioni slegate l’una dall’altra.
In generale, mi ritengo una persona a cui piace seguire le regole. E ritengo che le regole vadano seguite, a costo di fare sacrifici. Magari questo può non piacere a tutti.

La sua storia è molto simile a quella del sindaco di Caporizzuto Carolina Girasole e del sindaco di Rosarno Elisabetta Tripodi. Siete tutte donne.
È importantissima la rete femminile che si è creata in Calabria. Ci sono donne di politica, giornaliste o semplici cittadine. È una rete che ha deciso che questa terra deve cambiare. Dirò di più: è una rete che ormai è nazionale.

(andrea dotti)

 

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