About Us

Droga, è tempo di riparlarne

09 Mar Droga, è tempo di riparlarne

leopoldo_grossoPerché occorre riprendere a parlare di droga? E come farlo per scindere il dibattito da un’attenzione sporadica, emotiva, spesso strumentale? A 35 anni dall’approvazione dell’innovativa legge 685, per la quale il Gruppo Abele si spese molto, un convegno dell’associazione fa il punto su un  cammino di poche luci e molte ombre, dove il penale ha finito, come in altri ambiti, per prevalere sul “sociale”. Ne abbiamo parlato con il vicepresidente Leopoldo Grosso.

Perché a trentacinque anni dalla 685, il Gruppo Abele ha deciso di fare il punto su dipendenze e consumi? 
Trentacinque anni sono tanti. Soprattutto per un fenomeno che evolve velocemente come quello del consumo di droga. Da allora sono cambiate molte cose, a partire dalla legge stessa, che è stata radicalmente modificata nel 1990, corretta con il referendum del ’93 e poi ulteriormente cambiata nel 2006, con la Fini-Giovanardi. Oltre alla legge è cambiato anche il fenomeno, sono cambiate le modalità di consumo: alle sostanze di allora se ne sono aggiunte altre e lo stesso narcotraffico ha cambiato le proprie strategie. Perciò è necessario capire se le linee di allora sono state riviste in accordo con queste trasformazioni e se questo è stato fatto in modo competente, per dare risposte adeguate al problema.

Oggi i temi della droga e della tossicodipendenza non riscuotono più l’interesse pubblico di un tempo. Come spieghi questo disinteresse?
Apparentemente è finito l’allarme sociale sulla tossicodipendenza, così come è finito quello sull’Aids – che pure continua ad esistere, sebbene le terapie anti-retrovirali riducano la mortalità dei malati. Il dibattito si accende solo per casi di cronaca eclatanti o durante le campagne elettorali, per lo più sostenendo posizioni ideologiche che creano allarmismi e non tengono conto delle evidenze scientifiche.
Questo avviene perché l’uso delle sostanze è entrato in parte nelle maglie della compatibilità del sistema – e addirittura per certi versi è funzionale al sistema stesso – e perché non c’è un vero interesse nei confronti dei consumatori e dei tossicodipendenti, che vengono considerati principalmente come un problema. Tutto questo non risponde al bisogno essenziale di comprendere in profondità il fenomeno, né consente di trovare la metodologia giusta per contrastarlo.

La legge 685/1975 rappresentò una svolta culturale, perché come la Basaglia per altri versi – pose per la prima volta l’attenzione sulla persona prima che sulla “malattia”. Una buona legge, ma di cui alcuni aspetti fondamentali sono stati disattesi, fino a tornare, con le disposizioni normative successive, ad una cultura più repressiva nei confronti dei consumatori di sostanze stupefacenti. Cosa non ha funzionato?
Innanzitutto non ha funzionato il contenimento del consumo di sostanze stupefacenti. E di conseguenza nemmeno il contenimento delle dipendenze. Questo fallimento venne imputato alla eccessiva permissività della legge 685/1975. Perciò la strada imboccata alla fine degli anni Ottanta fu quella della repressione, nell’illusione di poter contenere l’espansione criminalizzando il consumo delle sostanze stupefacenti. Il cartello di associazioni – tra cui il Gruppo Abele – denominato “Educare non punire”, che nel ’75 aveva voluto fortemente la 685, si oppose a questa nuova impostazione e il risultato fu che la nuova legge sulla droga, la 309 del 1990, pur accentuando l’aspetto punitivo, non era comunque tra le più repressive d’Europa. Oggi, con la Fini-Giovanardi e l’aumento delle pene per i consumatori, l’Italia si pone al contrario tra i paesi europei con la legislazione maggiormente orientata alla criminalizzazione del consumatore.
Anche riguardo al narcotraffico la risposta europea e mondiale non è stata sufficiente per arginare la diffusione, il consumo e l’abuso di sostanze stupefacenti. Oppio e coca non hanno smesso di essere coltivate e continuano a essere un grande business sperequativo tra il nord e il sud del mondo.

Negli anni Ottanta l’uso e l’abuso di droga diventano un fenomeno diffuso e per la prima volta ci si pone il problema di come fare prevenzione. Con quali risultati? Quei messaggi e quella maniera di affrontare il problema sono ancora efficaci?
Per molti anni è mancata una bussola che indicasse quali fossero le modalità preventive più efficaci contro la tossicodipendenza. Si è insistito sull’efficacia delle campagne pubblicitarie televisive fatte di slogan e spot, ma spesso queste sono risultate inefficaci e talvolta controproducenti. Più utili – soprattutto tra i giovani – si sono dimostrati i metodi che utilizzano il contatto, il confronto diretto e quindi la possibilità di poter dialogare e fare insieme dei percorsi. Tra i programmi preventivi che nel tempo hanno dimostrato di dare i migliori risultati ci sono quelli basati sullo sviluppo delle cosiddette life skills, ovvero “abilità di vita”: capacità di prendere decisioni, di risolvere problemi, di gestire lo stress e le emozioni, di sviluppare la creatività e il senso critico. Queste abilità sono propedeutiche alla capacità di scegliere, nel caso delle droghe, se usarle o meno, oppure se usarle contenendo i rischi ad esse connesse. Metodi di prevenzione efficaci sono anche la peer education (educazione tra pari) e tutte le modalità di “auto-aiuto” tra giovani.
Per una prevenzione efficace è inoltre necessario superare la disorganicità con cui il problema della tossicodipendenza viene affrontato a livello territoriale, mentre sarebbe necessaria una regia a livello territoriale.

Gli ultimi dieci anni in particolare sono stati segnati dalla grande diffusione della cocaina, non più droga di nicchia, ma consumata trasversalmente da persone appartenenti a contesti culturali e sociali diversi.  Quali sono le ragioni profonde di questa diffusione?
Quando i narcotrafficanti si sono resi conto che il consumo di eroina andava saturandosi, è iniziata la diffusione massiccia di sostanze che provocassero minore dipendenza e che fossero più rispondenti alle richieste del sistema sociale. Non a caso le droghe cosiddette da prestazione (anfetamine, metanfetamine, cocaina…) hanno lentamente sostituito le droghe da estraniazione, l’eroina in particolare. Il passaggio della cocaina dal consumo di nicchia a quello di massa è stato possibile rendendo meno pura, più “tagliata” la sostanza, un’operazione che in molti casi si è rivelata fatale per il consumatore. La cocaina meno pura può essere venduta a prezzi più bassi e così si diffonde in maniera massiccia in ogni classe sociale e anche tra i giovani. Questa diffusione capillare rende più difficile il controllo del consumo e più alto il numero di potenziali consumatori problematici o dipendenti dalla sostanza.

L’uso (e l’abuso) di cocaina e altre droghe stimolanti non può essere la premessa di un ritorno massiccio al consumo di eroina?
Negli anni in cui si diffondevano le droghe da prestazione, il consumo di eroina non era comunque scomparso. Questa veniva usata, non per via endovenosa, ma soprattutto sniffata, per compensare la cosiddetta fase di down causata dalla fine dell’effetto stimolante della cocaina. Da una decina d’anni, a questo utilizzo “di compensazione” si è affiancato tra i giovani anche l’uso del fumo d’eroina, con la convinzione che l’assunzione tramite sigaretta anziché in vena annullasse lo stigma del “tossico di strada” e che questa modalità di consumo non portasse alla dipendenza, mentre il rischio di dipendenza da eroina è sempre molto elevato.

La “riduzione del danno” ha sempre fatto fatica a trovare spazio nel nostro paese? Come mai?
In Italia c’è sempre stata una forte resistenza ideologica nei confronti della riduzione del danno, come se questo approccio fosse in contrapposizione alla cura e alla riabilitazione. Per anni si è cercato di spiegare che non è così, ma che, anzi, esiste una complementarietà tra riduzione del danno e cura. L’esperienza ha dimostrato che spesso le persone incontrate in strada con lo scopo di “ridurre i danni” del consumo o della dipendenza dalla sostanza, grazie a questo approccio meno invasivo hanno sviluppato la volontà di curarsi. Come conseguenza di questa resistenza – a volte anche strumentale – oggi il nostro paese è privo di una politica organica in questa materia e procede per progetti a macchia di leopardo, in mancanza di servizi specifici per la riduzione del danno.

Con quali mezzi e con quali priorità si può ridare alla questione droga quella centralità e quell’attenzione che merita, affinché questo tema non sia trattato solo sporadicamente, in occasione di fatti di cronaca?
È necessario responsabilizzare il mondo dell’informazione, affinché non vengano rappresentati sempre e soltanto i casi di cronaca, ma anche le esperienze positive, i tanti buoni percorsi di prevenzione e di cura che il sistema dei servizi, sia del pubblico che del privato sociale, stanno svolgendo nel nostro paese.
Bisogna dare al tema una giusta centralità, in modo che la rappresentazione della questione droga non si polarizzi più sui due estremi, per cui ora il problema non esiste, ora i giovani sono tutti consumatori di sostanze stupefacenti…

Il convegno del 28 e 29 aprile sarà il momento conclusivo di un percorso avviato nel mese di febbraio in 5 laboratori che approfondiranno i temi del narcotraffico, della prevenzione, del carcere, dei trattamenti e della limitazione del danno. Per chi sono pensati questi percorsi e quali obiettivi si pongono?
Si tratta di un percorso pensato soprattutto per il mondo degli operatori che lavorano nel campo della tossicodipendenza, ma anche per quelli che operano in settori limitrofi: educatori, operatori della salute mentale, e inoltre per chi si occupa di informazione e per le pubbliche amministrazioni. Cinque laboratori e una giornata conclusiva per conoscere i cambiamenti in atto sulla questione droga. Un punto di partenza indispensabile per varare misure e progetti efficaci.

(manuela battista)



Facebook

Twitter

YouTube