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Droghe, Gruppo Abele: “L’esperienza dell’utente è un capitale per gli operatori”

26 Jun Droghe, Gruppo Abele: “L’esperienza dell’utente è un capitale per gli operatori”

26.06.2014 | Redattore Sociale

Lorenzo Camoletto, responsabile del progetto Neutravel e di altri programmi di riduzione del danno parla del modello di intervento in locali, piazze della movida e soprattutto rave: “Necessario andare oltre la relazione verticale che esiste tra medico e paziente”
Torino – Ventimila: tanti sono gli utenti piemontesi che, a vario titolo, si trovano oggi in trattamento presso i servizi  regionali per le dipendenze. Tra loro, studenti medi, universitari, migranti, disoccupati, tossicomani cronici, senzatetto; oltre a 1500 dei 4000 carcerati sparsi per gli istituti penitenziari della regione. Un target che si fa sempre più differenziato, e va allontanandosi  progressivamente da quella rigida dicotomia che per anni ha diviso il popolo dei consumatori in tossicomani e non tossicomani.  “I servizi – spiega Pino Maranzano, presidente del Ceapi (Coordinamenti enti ausiliari del Piemonte) – oggi devono fare i conti con due sfide emergenti. Una è la cronicità; l’altra è l’assenza di dipendenza in un contesto di consumo di sostanze”.E’ soprattutto in questo secondo ambito che opera Neutravel; un progetto nato in seno al Gruppo Abele, che da anni lavora in quei contesti dove l’uso di sostanze è legato a codici dettati da sottoculture e stili di vita, più che da problemi di dipendenza: dunque locali, club, discoteche, zone calde della movida “e soprattutto Rave party” come spiega il responsabile Lorenzo Camoletto. I servizi offerti, tutti riconducibili alla sfera della riduzione del danno, sono vari quanto lo è lo spettro di situazioni che si verificano in queste circostanze: si va dalla prevenzione, con la distribuzione di contraccettivi e materiale informativo, fino a consulti, primo intervento e trasporto verso le strutture ospedaliere.Ma il punto di partenza è, sempre e comunque, la relazione con l’utenza. “La nostra specificità – continua Camoletto – risiede nel fatto che operiamo in contesti in cui non esiste una domanda d’aiuto codificata; in parole povere, andiamo dove nessuno ci ha chiesto di andare. Rispetto alla logica tradizionale dei servizi, in queste situazioni i rapporti di potere sono ribaltati: sono i potenziali utenti ad avere il coltello dalla parte del manico. A noi tocca conquistarne la fiducia; ma una volta che questo passo è compiuto, il livello di alleanza – sia questa educativa, terapeutica o di altro genere – è pressoché totale”. Proprio per questo, all’interno del progetto Neutravel opera un vasto insieme di soggetti, provenienti dalle più disparate esperienze: “tra noi – continua Camoletto – ci sono paramedici quanto sociologi e frequentatori di rave parties. Il punto è che, con l’esperienza, si comprende che queste ‘categorie’ non si escludono a vicenda. L’iconografia del raver, ad esempio, dipinge un soggetto marginale, antisociale, antagonista; ma in realtà abbiamo scoperto che il profilo generazionale medio dei giovani del nord ovest, rispetto a indicatori come livello di istruzione e situazione occupazionale, è quasi totalmente sovrapponibile a quello dei cosiddetti raver. I quali, a volte, presentano situazioni perfino migliori da questo punto di vista”.Imparare a conoscere l’utenza, “con l’approccio dell’antropologo, più che del medico in camice”, è  quindi il primo passo per costruire dei servizi efficienti; “e anche per capire – precisa Camoletto – quando è il caso di intervenire e quando no”. Il progetto Neutravel svolge infatti una funzione di ‘filtro’ tra le zone di intervento e i servizi ospedalieri: “abbiamo una convenzione con il 118 – continua il responsabile – che ci impegna a compiere una valutazione preventiva delle richieste d’aiuto. Spesso, i centri di Pronto soccorso che si trovano in prossimità di questi eventi finiscono per essere intasati dalle richieste d’aiuto; molte delle quali si rivelano di entità trascurabile. In sostanza, quindi, il 118 autorizza il nostro personale sanitario a valutare quali siano i casi più o meno urgenti: quando è necessario siamo noi stessi a chiamare le ambulanze; fornendo eventualmente indicazioni, qualora ci si trovi in località difficilmente individuabili, come boschi o capannoni abbandonati”.Ma Neutravel non è l’unico progetto messo in piedi da Lorenzo Camoletto; che ha partecipato alla fondazione del drop-in di via Pacini ed è stato tra i promotori della Carta per i diritti del consumatore. “Nel drop in – spiega – ci si va orientando sempre più verso fasce di consumatori adulti, che oggi raggiungono i 50 o perfino i 60 anni; e che presentano dunque situazioni di marginalità più spiccata, dovendo fare i conti con problemi quali la mancanza di lavoro e di un’abitazione, oltre che con forme di dipendenza che tendono spesso alla cronicità. A queste persone noi cerchiamo di offrire uno ‘spazio di tregua’ rispetto alla vita di strada. Il tipo di intervento è molto diverso: quando l’età media si alza così tanto, anziché con i genitori si lavora spesso con i figli degli utenti. In linea di massima, cerchiamo di contenere i danni anche sotto il profilo della vita affettiva e di relazione; che altrimenti possono essere devastanti”. Camoletto ha poi fondato un gruppo di utenti, principalmente eroinomani, che una volta alla settimana si scambiano e forniscono informazioni utili a ridurre decessi e malori: qualità della sostanza, fonti ‘sospette’, casi di overdose sconosciuti alle autorità. “In generale – conclude – cerchiamo sempre di trattare l’utente come una risorsa. In sostanza, è questo che afferma il famoso principio di sussidiarietà contenuto nel titolo V della costituzione; che ad oggi è tanto sbandierato nei discorsi istituzionali quanto ignorato nella realtà. L’esperienza del consumatore, le sue conoscenze, rappresentano un enorme capitale per la costruzione di servizi, che a oggi va quasi sempre perduto.  Ciò accade perché, per valorizzare questo capitale, è necessario andare oltre la relazione verticale che esiste tra medico e paziente”.
(antonio michele storto)

Droghe, in Piemonte oltre 21 mila utenti in trattamento nei servizi
26.06.2014 | Redattore Sociale
Una rete di soggetti pubblici e del privato sociali, con 32 enti ausiliari che gestiscono 70 servizi. Ma proprio questi ultimi lamentano: “Situazione schizofrenica, ci incoraggiano a mantenere gli obiettivi ma ci negano i fondi”
Torino – Oltre 21mila utenti in trattamento; presi in carico da una rete di servizi che, oltre a quelli pubblici, comprende circa 70 realtà gestite dal privato sociale. Sono i numeri delle dipendenze in Piemonte, diffusi in occasione della Giornata mondiale per la lotta alle droghe. Dati parziali, certo: “perché, anche se riusciamo a curare una fetta importante della popolazione dipendente dall’eroina – spiega Roberto Diecidue, del servizio di epidemiologia della Asl di Torino – non raggiungiamo tuttora la maggior parte dei cocainomani, degli alcol-dipendenti e dei giocatori d’azzardo”. Ma anche per quanto riguarda questi ultimi, il numero di utenti in trattamento non è comunque trascurabile: nel 2013, i servizi regionali hanno accolto circa 1600 cocainomani e 6.500 persone con problemi di dipendenza dall’alcol; oltre a 1404 fumatori di cannabis, 1.200 utenti in trattamento per problemi di tabagismo e 1300 giocatori d’azzardo. “Per quanto riguarda la cocaina e il gioco – continua Diecidue – si stima che gli utenti in trattamento rappresentino circa il 20 per cento del totale regionale. La percentuale è maggiore per quanto riguarda l’alcol, e arriva a oltrepassare il 30 per cento”. Un discorso a parte, invece, va fatto per i servizi che lavorano sulla dipendenza da eroina, “che nel 2013 – precisa Diecidue – hanno raggiunto circa il 60 per cento degli effettivi consumatori della regione”.   Ci sono poi 420 utenti che non sono classificabili in nessuna delle consuete categorie di consumo: sono i cosiddetti poli-assuntori, i nuovi consumatori dei quali i servizi per le dipendenze cominciano appena a farsi un’idea definita.  Un sistema, quello della lotta alle dipendenze, che in Piemonte si è distinto per aver precorso  quella sinergia tra pubblico e privato sociale che oggi si va diffondendo in tutto il paese: in quell’anno fu approvata l’organizzazione dipartimentale mista, una rete che comprende 32 enti ausiliari accreditati, i quali gestiscono circa 70 servizi distribuiti lungo tutta la regione. Un vero e proprio “Sistema regionale delle dipendenze”, come lo definiscono i funzionari regionali, al quale appartengono a pieno titolo soggetti pubblici, del privato accreditato e del volontariato. Un sistema dotato di un proprio budget ,che dovrebbe finanziare la presa in carico di circa 1300 utenti soltanto per quanto riguarda la partes privata del sistema.  Ma è proprio su questo punto che gli operatori denunciano una forte insoddisfazione: “Noi –  spiega Pino Maranzano, presidente del Coordinamento enti ausiliari del Piemonte (Ceapi) – gestiamo principalmente comunità residenziali e semiresidenziali, oltre ad alcuni servizi ambulatoriali. I nostri servizi accolgono tossicodipendenti e alcolisti, come anche giovani interessati da nuove forme di consumo; e finora abbiamo lavorato con buoni esiti. Il problema, semmai, è la mancanza di fondi: ad oggi riusciamo a garantire meno di 800 posti rispetti ai 1300 nominali. Il piano di rientro sanitario, sottoscritto dall’ultima Giunta, ha causato una situazione schizofrenica: da una parte la Regione cerca di mantenere gli obiettivi, dall’altra ci sottrae risorse”. “Tanto è vero – conclude Maranzano – che I fondi che avremmo dovuto ricevere con l’ultimo piano per le dipendenze (2013) non sono mai arrivati: a oggi sono stati deliberati, ma mai stanziati”
(antonio michele storto)



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