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… e tu slegalo

18 Dec … e tu slegalo

Sarà presentata il 21 gennaio 2016, a Roma, la campagna nazionale per l’abolizione della contenzione. L’appello (qui di seguito), è stato firmato anche dal presidente del Gruppo Abele, Luigi Ciotti.

 

Il testo dell’appello 

1. La contenzione si nasconde nei luoghi della cura. Una pratica che è il terrore e l’incubo di uomini e donne, di vecchi e bambini, di tutti quelli che vivono la fragilità delle relazioni, il dolore della solitudine, l’isolamento, il peso insopportabile della loro esistenza. La contenzione non solo impaurisce, ferisce, umilia chi la subisce, ma anche gli operatori sanitari (medici, infermieri), che, non più soggetti portatori di competenze, affettività, relazioni, sono ridotti ad un ruolo di freddi custodi. Bisogna liberare entrambi, abolendo le fasce. La rabbia, il dolore, l’impotenza, l’umiliazione che le persone legate devono vivere sono così profondi che a fatica riescono a raccontare. Per superare questa pratica c’è bisogno di operatori capaci di tenere insieme competenza ed etica, in grado di opporsi e disubbidire. Di protocolli, linee  ed organizzazioni, possibili grazie alle buone pratiche dei servizi che non usano la contenzione, che prevedano il non ricorso a questa e la escludano.

2. Nel nostro Paese, in gran parte dei servizi psichiatrici ospedalieri di diagnosi e cura, la contenzione è pratica diffusa, come denuncia il Comitato Nazionale per la Bioetica. La pratica della contenzione è ben conosciuta negli istituti che si occupano di vecchi e nei luoghi che accolgono bambini e adolescenti. L’illiceità del trattamento è ammessa da tutti e dovunque, anche quando le scarse risorse delle organizzazioni e l’esiguo numero di personale fanno apparire inevitabile il ricorso alle fasce. Eppure ci sono luoghi in Italia dove è stata abbandonata e le porte sono aperte. Luoghi dove sono evidenti pratiche e organizzazioni dei servizi rispettose della persona, della dignità e dei diritti di tutti, utenti ed operatori. Luoghi dove gli operatori e le organizzazioni sanitarie si pongono con rigore il problema, accettano di interrogarsi e sentono come fallimento del lavoro terapeutico il ricorso alle fasce. E ancora servizi dove singoli operatori compiono scelte coraggiose e riescono, pure se osteggiati, ad opporsi. E vertenze aperte per contrastare i tagli ai servizi e rivendicare finanziamenti e organici adeguati. È possibile allora immaginare luoghi della cura dove la Costituzione repubblicana vincoli l’agire quotidiano e l’esercizio difficile e paziente della democrazia renda impensabili fasce, reti e porte blindate?

3. L’uso delle fasce, dei letti di contenzione, sopravvissuto alla chiusura dei manicomi, è la prova più chiara e scandalosa di quanto sia ancora viva l’immagine del matto pericoloso, inguaribile, incomprensibile e quanto sia giustificata, voluta o tollerata, la domanda di controllo, di custodia, di segregazione. In molti dei luoghi della cura si lega ma si fa di tutto per non parlarne. Salvo quando capita l’incidente. Francesco Mastrogiovanni, maestro di cinquantotto anni, muore nel servizio psichiatrico di Vallo della Lucania (SA) ai primi di agosto del 2009, dopo 4 giorni di contenzione; tre anni prima, nel 2006, moriva nel Servizio psichiatrico dell’ospedale “Santissima Trinità” di Cagliari, Giuseppe Casu, fruttivendolo sessantenne, dopo che per una settimana era rimasto legato al letto. Due morti che sembrano eccezioni, sono solo due morti, non silenziate, di cui siamo riusciti a sapere. Molti altri “incidenti” sono accaduti, almeno negli ultimi dieci anni. Su questo vorremmo ci fosse trasparenza e che il Ministero della salute si obblighi a ricevere dalle regioni un report mensile di quanto accade.

4. “L’Italia ha rappresentato un modello avanzato di gestione nel processo di restituzione di autonomia alle persone con disturbo mentale, a partire dalla legge 180 e sino al superamento degli Opg. E’ auspicabile che i passi avanti sino a ora compiuti conducano a ulteriori avanzamenti nella tutela della salute mentale delle persone; è dal rispetto della dignità che nasce l’idea stessa di terapia”. Così il Presidente Mattarella nel messaggio in occasione della giornata mondiale della salute mentale 2015, “dignità e inclusione”, indetta dall’Oms. È urgente è necessario un cambiamento radicale. Occorre che chi cura e chi è curato sia consapevole dei propri diritti, e li possa agire. Che una comunità informata e partecipe attraversi i luoghi della cura, riconoscendo ciò che accade alle persone nei momenti di maggiore fragilità e dolore. Non possiamo continuare a non interrogarci di fronte a quanto ogni giorno accade e denunciare, rifiutare, disubbidire. Che la contenzione sia una pratica illecita, indegna, incivile, vorremmo non ci fossero più dubbi.

Cosa vogliamo fare insieme (cosa puoi fare Tu)
1. Sottoscrivere, far sottoscrivere, diffondere e discutere questo appello.
2. Visitare i luoghi dove si pratica la contenzione, e quelli dove non si pratica, per capire, conoscere, informare, testimoniare.
3. Richiedere un monitoraggio attento, e accessibile a tutti, del ricorso, nei luoghi della cura, alla contenzione.
4. Promuovere eventi pubblici, sulla contenzione e sulla campagna … e tu slegalo subito, investendo intellettuali, politici, ricercatori, artisti, poeti, gruppi e associazioni e quant’altri disponibili.
5. Raccogliere testimonianze di cittadine e cittadini, di operatori, familiari, avvocati, magistrati.
6. Sostenere la denuncia delle persone che hanno subito la contenzione e dei loro familiari.
7. Sostenere le vertenze degli operatori che intendono denunciare tale pratica rivendicando attenzione e rispetto.

E’ già possibile sottoscrivere questo appello
scrivendo a: xcxcxc@cncnc.it
online: slegalosubito@contenzione.it



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