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“Educazione, ricreazione, cultura gli strumenti per ridurre la recidiva”

27 Nov “Educazione, ricreazione, cultura gli strumenti per ridurre la recidiva”

carceriInvestire sull’umanità. Proporre modelli di recupero sociale che partano dall’educazione, dalla cultura, dalla valorizzazione della ricreazione. Davide Petrini, garante dei detenuti per il Comune di Alessandria e docente di Diritto penale presso l’Università del Piemonte Orientale, ci spiega cosa lo Stato può fare per prevenire i picchi di recidiva. Tema delicato e complesso, trattato tra l’altro nel documentario Recidiva Zero, prodotto dall’associazione culturale Savin per la regia di Carlo Turco e Bruno Vallepiano. Presentato in anteprima a Torino a fine ottobre scorso e distribuito in tutta Italia, punta a riflettere sul senso della detenzione e sul rischio di recidiva, e ragionare su quanto sia attuato l’articolo 27 della Costituzione repubblicana, quello che identifica la pena non come “trattamenti contrari al senso di umanità”. Nel film vengono intervistati, tra gli altri, il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, don Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele, e Bruno Mellano, Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Piemonte.

Italia, anno 2015. Recidiva zero. O quasi. Le storie delle persone, insieme ai dati ufficiali, concorrono a spiegare che il reinserimento sociale non dipende solo dalla pena e dalla detenzione. Dove sono stati attivati percorsi culturali per i detenuti, la recidiva si aggira tra il 10 e il 20%, cifra che si innalza al 70 dove mancano questi strumenti. Come si interpreta questo dato?
Si interpreta in maniera semplice: la detenzione, laddove è intesa come mera pena retributiva inflitta per il male commesso, non rieduca e non restituisce nessuno alla società civile. Il dato sulle cifre è reale e testimonia l’importanza di pensare a percorsi di progettualità che vadano al di là della pena in sé. In questo senso, le riflessioni da fare sono due. La prima attiene a quanto è inutile e pericoloso alimentare, nel detenuto, la consapevolezza di essere un criminale ottenendo un atteggiamento oppositivo che riversa nel mondo una volta uscito di prigione. Viceversa – e questa è la seconda riflessione – l’attivazione di percorsi è determinante nell’affievolire questa conflittualità, perché crea delle relazioni sociali che, in molti casi, sono inedite nella vita del cittadino ristretto nella libertà personale. Pensiamo ai percorsi lavorativi e al senso di mutuo aiuto e, di più, alle responsabilità che questi attivano. Si accendono dei legami relazionali irreversibili, che cambiano la prospettiva e aiutano ad abbassare la statistica di chi esce ‘incattivito’ dal carcere. E, di riflesso, la possibilità di recidiva.

Se questo è vero e dimostrabile, com’è possibile che lo Stato, oggi, investa in maniera del tutto diversa le risorse a disposizione, puntando molto sulla custodia e molto poco sul resto?
Oggettivamente, nei nostri istituti penitenziari rintracciamo una delle percentuali maggiori di rapporto tra agenti di custodia e detenuti, con costi ovviamente elevati. In tempo di crisi economica, quando si tende a tagliare e a ridurre la spesa e lo sforbiciare è un metodo politico, ciò porta a disinvestire su tutto il resto, puntando invece sulla custodia. Questo è figlio da un lato di una scarsa percezione dell’importanza di incidere sui tassi di recidiva e, dall’altro, di una visione brutale ed esclusivamente neutralizzante del detenuto che si è molto radicata nella nostra cultura sociale, come dimostrano leggi come l’ex Cirielli o i successivi pacchetti sicurezza. Norme che hanno dato risposta, adagiandovisi, ai timori dell’opinione pubblica. Il senso è quello di usare il tema per catalizzare voti e consenso politico. Si punta a rinchiudere, tutto il resto è considerato uno spreco. Dunque, inutile.

Da qualche tempo si sta facendo un gran parlare di superamento del carcere, quando non di abolizione. Crede sia una buona soluzione o un discorso riduttivo?
La prospettiva abolizionista è antica, viene da lontano. Si può dire che nasca contestualmente alla nascita del carcere, quando il carcere si era imposto come pena alternativa alla pena di morte. Già alla fine del ‘700, Jeremy Bentham, filosofo e politico radicale britannico, l’inventore del “Pantopicon”, lo definì “scuola di criminalità”. Concetto che ne marcava, oltre duecento anni fa, la funzione recidivante. Venendo alla contemporaneità, di certo è un discorso condizionato, in positivo, da una forte prospettiva utopica, non foss’altro perché ci sono casi in cui è impossibile o comunque molto difficile immaginare dei sistemi alternativi. Certo, c’è da ragionarci. Come diceva Bianca Guidetti Serra, “forse non potremo mai eliminare il carcere, ma potremmo renderlo un palazzo di cristallo”, rendendo visibile all’esterno ciò che avviene all’interno.

Crede che il pericolo sia quello che, in Recidiva Zero, esprime Gustavo Zagrebelsky, ovvero che ci troviamo in presenza di “luoghi extra ordinem”?
Si, nel senso che il carcere è il luogo più soggetto alla tentazione di fuoriuscire da una situazione di legalità. Questo è indubbio per un’infinità di ragioni, primo fra tutti il fatto che c’è un’estrema difficoltà di controllo da parte della società civile. Ma anche perché è un luogo esposto a un utilizzo della forza come metodo di controllo. Stante questa situazione, accade che tutti i diritti assumono una dignità limitata. E parliamo dei diritti fondamentali, di diritti umani, come quelli alla salute o all’affettività che subiscono limitazioni incompatibili con uno stato di diritto.

Sta dicendo che si entra cittadini e poi quasi se ne perde lo status?
Esattamente questo. E non ha nessun senso. Purtroppo, culturalmente, non siamo abituati a ritenere il detenuto come un portatore degli stessi diritti fondamentali del cittadino libero. Invece bisogna cercare di rendere effettivo l’esercizio di questi diritti fondamentali, pur nella limitazione delle libertà personali. Questa è la grande scommessa.

Parla di un problema culturale, di stigmi che sopravvivono…
Perché è un problema culturale. Trovo impressionanti i pregiudizi che la comunità libera esprime nei confronti del detenuto. Ed è inquietante che li si ritrovi anche nelle giovani generazioni. Nelle scuole, fin dall’età dell’adolescenza, sono radicati pensieri e stigmi forcaioli, repressivi, oscurantisti, anche in ragazzi dall’alto rendimento scolastico.

Che fare, allora? 
Chi, da “libero”, entra in carcere, per uno spettacolo, per un evento, per un progetto di qualche ora o di qualche mese, ne esce trasformato. Si rovescia la prospettiva, si smantellano i pregiudizi. Ci si accorge che il detenuto non è un mostro, ma un essere umano. Così il meccanismo si scardina: facendo entrare in contatto i mondi.

(piero ferrante)



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