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Essere madri in tempo di crisi

21 Sep Essere madri in tempo di crisi

Immagine 12Donne e lavoro. Un binomio ancora mal assimilato nel nostro Paese. A ribadirlo è il
Rapporto ‘Mamme nella crisi’, redatto dalle associazioni Save the Children, “Pari o Dispare” e InGenere e presentato a Roma negli scorsi giorni davanti al ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Elsa Fornero e alla vicepresidente del Senato Emma Bonino. In Italia mancano i servizi all’infanzia e il lavoro femminile – quando c’è – diventa a rischio dopo una gravidanza.
Come dice il Rapporto, nel 2010 poco più della metà delle donne senza figli era occupata (contro la media europea del 62%). Una percentuale che scendeva al 45% per le madri (1 bambino) e fino al 35% (2 bambini). Tra il 2008 e il 2009 ben 800 mila mamme sono state licenziate o spinte alle dimissioni. Se in Italia avere un figlio diventa un’impresa, come conseguenza si registrano un forte calo della natalità (-15mila nascite tra il 2008 e il 2010) e un aumento delle donne inattive nella fascia d’età 25-34 (oltre il 36% nel 2011). Ne abbiamo parlato con Valeria Manieri, segretaria dell’associazione Pari o Dispare.

Dalla vostra ricerca (e le statistiche nazionali lo confermano) emerge che la crisi ha peggiorato la già problematica condizione lavorativa e sociale delle madri italiane. Si tratta di una peculiarità del nostro Paese?
La situazione italiana non era rosea già prima della crisi, perché sono anni che l’Italia accumula ritardi nei servizi alla persona, nell’assistenza e la cura, nell’occupazione femminile in generale. Con la crisi tutto è peggiorato su questo fronte. I dati dicono che oltre a diminuire come quantità, l’occupazione femminile è peggiorata qualitativamente. Nel 2010 è sceso il numero di lavoratrici tecniche e operaie, in favore di impieghi a bassa specializzazione (collaboratrici domestiche, addette ai call-center). Una nota positiva sembrerebbe venire dall’aumento dei part-time che nel 2010 riguardava circa il 46% delle madri attive (contro la media Ue27 del 23%). Ma questa soluzione (che dovrebbe favorire la conciliazione tra vita famigliare e lavorativa) è in realtà, nella maggiorparte dei casi, una condizione accettata dalle lavoratrici in assenza di un lavoro a tempo pieno.
Nonostante i vari accordi internazionali (da Lisbona in avanti) a favore dell’occupazione femminile, in Italia è molto più facile per una donna perdere il posto: le è complicato fare carriera e raggiungere posizioni indispensabili per il datore di lavoro. Così, nei ciclici periodi di crisi, i primi lavori a “saltare” sono quelli di basso profilo, in cui spesso sono relegate. Con la spending review, che ha comportato tagli a molti fondi, tra cui anche quelli per il sostegno al lavoro femminile, la possibilità di recepire ed attuare direttive europee e internazionali è ulteriormente diminuita.

In che modo la “crisi” che investe le madri lavoratrici (o che hanno perso il lavoro) influisce sul benessere dei figli?
Quando in Italia si parla di povertà infantile o di famiglie si rimane sempre sul piano astratto. La verità è che non c’è politica per la famiglia che non passi dall’inclusione sociale o dall’emancipazione della figura femminile, ed è così per tutti i paesi sviluppati. È evidente che una madre che non lavora o perde il lavoro dispone di uno stipendio in meno da utilizzare per la famiglia. Ovviamente a vedere peggiorare il proprio stile di vita non sono solo le famiglie come dimensione collettiva, ma anche i minori che ne fanno parte e che avranno a disposizione meno strumenti di formazione e crescita rispetto ai loro coetanei con una situazione economica e famigliare migliore.

Quali conseguenze, a livello economico e sociale, comporta questa marginalizzazione della professionalità femminile?
Le conseguenze sono disastrose. Innanzitutto lasciare che su 10 donne meno di 5 lavirano e le altre  stiano a casa – anche se assolvono il compito di “tamponare” le falle di uno Stato sociale che non c’è – è un disinvestimento per l’economia italiana. Se lo Stato, che investe in istruzione – e statistiche alla mano le donne hanno le performance scolastiche migliori – lascia poi le donne con capacità e competenze fuori dal mercato del lavoro tecnicamente perde in termini di quantità dell’occupazione generale dei punti di Pil; rinuncia a delle competenze e perde in competitività. E questo vale per le aziende private come per le pubbliche amministrazioni. Non favorendo il lavoro femmile, lo Stato ha scelto di rinunciare a oltre la metà delle capacità lavorative del Paese.

Le politiche e i progetti a difesa delle “pari opportunità” sono un tema molto dibattuto. Forse poco praticato?
Sicuramente l’argomento è molto di moda. Ma non può e non deve esaurirsi in un tema da discutere in convegni e discorsi pubblici, come ha ammonito la senatrice Emma Bonino durante la presentazione del Rapporto.
Riuscire a presentare disegni di legge che poi trovino larghe maggioranze in Parlamento sul tema delle pari opportunità è complicato. A volte è difficile trovare d’accordo le stesse donne che in politica occupano un posto. Spesso sono loro stesse marginalizzate dai partiti. La gestione del potere è un discrimine fondamentale per la rimozione o meno degli ostacoli che intralciano le pari opportunità.
Dal punto di vista istituzionale il Ministero delle Pari Opportunità ha fatto cose meritorie, a volte, ma essendo un ministero senza portafoglio non sempre riesce a concretizzare i progetti.
Non solo, c’è un’altra questione da affrontare nei prossimi anni di governo. Quella di recepire la direttiva europea n.54 del 2006, che prevede una riorganizzazione degli organi di legislazione e pari opportunità dei Paesi membri, in modo da rispondere a requisiti quali l’indipendenza dal potere politico. Questi requisiti in Italia non ci sono. Tutto ciò che in Italia attiene all’argomento “pari opportunità” deriva infatti da nomine politiche o di governo. Dal ministro fino alla consigliera nazionale di parità, e questo vale anche a livello regionale.
Infine, Pari o Dispare sta cercando da tempo di elaborare l’ipotesi di un’autorità contro le discriminazioni di genere e non solo. Nel resto d’Europa si parla da tempo di discriminazioni multiple, anche perché una donna non è mai solo una donna. Può essere una donna di una religione particolare, immigrata, omosessuale… Sarebbe il caso che si facesse squadra nelle diversità e nelle tipologie di discriminazione: unendole si otterrebbe maggior peso e si svilupperebbe maggiore pressione.

Al di là della necessaria denuncia, quali sono e a chi si rivolgono le vostre proposte per rilanciare la presenza femminile nel circuito produttivo del nostro Paese?
Con il Rapporto “Mamme nella crisi” sono state formulate due proposte importanti.
Noi spesso parliamo di promuovere la presenza femminile in posti che contano e questo non deve necessariamente avvenire tramite “quote rosa”.
Una proposta riguarda la possibilità di attivare in Italia una rete di servizi di assistenza e cura basata sulla distribuzione dei voucher che concedono alla madre lavoratrice, al termine del congedo per maternità, negli undici mesi successivi, buoni per l’acquisto di servizi come il baby sitting e l’assistenza all’infanzia, adattabili per servizi pubblici come privati. Come per il modello francese. Sappiamo che questo è un sistema costoso e che i fondi per la realizzazione non esistono. Perciò arrivo alla seconda proposta: bisogna puntare al riordino e alla riassegnazione dei nuovi fondi strutturali europei. Dovrebbe essere interesse di alcuni ministeri sviluppare un utilizzo di questi fondi più intelligente che nel passato in cui abbiamo visto rimandare al mittente molti milioni di euro non spesi e altri spesi malissimo. Siccome tra le voci di programmazione ci sono la parità e l’inclusione sociale, a partire dalla presentazione del Rapporto, le associazioni “Pari o Dispare” e “Save the children” si sono impegnate a scrivere un vademecum da suggerire ai ministri competenti e, speriamo, anche alle Regioni, specie quelle del Sud, per non inficiare anche questa opportunità di attuare un vero piano di conciliazione per le donne, che le aiuti e le valorizzi come esse meritano.
La conferenza dell’altro giorno è l’inizio di una partita da non perdere, per far crescere il nostro Paese.

(toni castellano)



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