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Facciamoci sentire: la droga più pericolosa è la rassegnazione

28 Apr Facciamoci sentire: la droga più pericolosa è la rassegnazione

oooooooooooooooooooooooo“Dobbiamo tornare a farci sentire”. Questo l’appello di Luigi Ciotti agli oltre 400 operatori sociali presenti al convegno nazionale sulle dipendenze che si è concluso oggi alla Fabbrica delle “e”, la sede del Gruppo Abele a Torino. “Dobbiamo farci sentire e farci capire anche fuori dai nostri contesti, usare linguaggi accessibili ai “non addetti ai lavori”, come non sempre siamo stati capaci di fare in passato”.
Un’esigenza di comunicare tanto più forte perché, accanto alle forme “tradizionali” di dipendenza, la società fa oggi i conti con altre e più pericolose droghe: “La droga di una politica troppo spesso ostaggio dei privilegi dei singoli o di casta. La droga di un’economia che mortifica e spolpa i servizi sociali. La droga di un’informazione che, senza voler generalizzare, in molti casi non informa ma deforma, distrae, nasconde”.
E ancora “la droga del lavoro senza sicurezza e diritti. La droga di una cultura che riduce tutto al metro del successo, della ricchezza e dei soldi. La droga della disuguaglianza accettata come una fatalità. La droga delle illusioni vendute come speranze”. Ma soprattutto, sottolinea don Ciotti, quella droga che ci impedisce di ribellarci e combattere tutte le altre: “La droga dell’indifferenza, dell’assuefazione, della rassegnazione”.
Contro queste “nuove droghe”, e contro “la trasformazione delle questioni sociali in problemi penali, in temi di ordine pubblico”, don Luigi chiama gli operatori dei servizi sociali – “pubblici e privati, senza differenze, perché tutti noi svolgiamo un servizio pubblico” – a scendere di nuovo nelle piazze e nelle strade, “che sono sempre state per noi il luogo di incontro con i bisogni e le fragilità delle persone, ma anche la nostra università, il nostro primo luogo di formazione”. In quelle strade infatti “c’è una grande voglia di cambiamento, una grande rabbia positiva e propositiva che chiede solo di essere raccolta, di trovare progetto e parole credibili”.
“Oggi siamo qui – conclude allora don Ciotti richiamando la mobilitazione del Gruppo Abele che stimolò la nascita delle legge 685 – per ricordare e ricordarci, a 35 anni di distanza da quel digiuno, che la nostra fame di giustizia sociale, di dignità, di verità è ancora in gran parte da saziare”.

(cecilia moltoni)



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