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Fai il test! L’Amedeo di Savoia su Facebook contro l’Hiv

05 Mar Fai il test! L’Amedeo di Savoia su Facebook contro l’Hiv

negaC’era una volta, negli anni ’90, lo stigma sociale contro i malati di Hiv. Uno stigma che si ritrovava anche nelle campagne mediatiche su malattia e contagio. La prossima iniziativa torinese, ideata dall’ospedale per le malattie infettive “Amedeo di Savoia” e dedicata all’importanza del test sceglie il più “leggero” dei social media: Facebook e il linguaggio fresco della comunicazione “peer to peer”. In occasione del workshop nazionale sul “test a risposta rapida” che si svolgerà nel capoluogo piemontese il prossimo 21 marzo, l’Ospedale Amedeo di Savoia ha lanciato un concorso per la realizzazione di uno spot video, che parli ai ragazzi dell’utilità di un test come questo, che in pochi istanti può rivelare un’eventuale infezione. Giancarlo Orofino, infettivologo dell’Amedeo di Savoia e presidente dell’Associazione Arcobaleno Aids Onlus, ci ha spiegato le condizioni per partecipare. I video maker dovranno avere un’età compresa tra i 18 e i 25 anni e essere domiciliati in Piemonte. Ai partecipanti è richiesto di realizzare un video di 1 minuto per dire in modo originale, creativo ed efficace quanto sia semplice e fruibile il test HIV. L’unico volto riconoscibile potrà essere quello dell’autore del video stesso e dovrà essere caricato sulla pagina facebook dedicata entro il 15 marzo.
La serata di premiazione si svolgerà il 21 marzo 2013 presso il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino. Abbiamo fatto qualche domanda sul concorso al dottor Giancarlo Orofino.

Come nasce l’idea di trattare un tema così delicato, come la prevenzione Aids, su un media tanto popolare come Facebook, il social network più usato?
L’idea nasce dalla più volte constatata, necessità di riportare periodicamente l’attenzione sull’argomento HIV. Uno dei più grandi alleati dell’HIV è il silenzio. Erano 34 milioni i contagiati nel mondo alla fine del 2010, 1 milione e 800mila i morti nel 2011 e 2 milioni e 700mila i nuovi casi di infezione nello stesso anno. Dal 1999, circa 4.000 persone che vivono in Piemonte hanno scoperto di aver contratto l’infezione da HIV, una media di 300 all’anno. Vivono con l’infezione da Hiv/Aids nella sola regione Piemonte circa 7.600 persone. Nel 2011, le nuove diagnosi di infezione da Hiv sono state in totale 262; le diagnosi di malattia (Aids) sono state 68. Nel 36% dei casi del 2011 la malattia è stata individuata in uno stadio troppo avanzato. La diagnosi tardiva, come è ovvio, consente la progressione della malattia. Dunque, non parlarne mai porta a ridurre tutto all’inesistenza del pericolo. Invece la malattia esiste e continua a contagiare alcune migliaia di persone all’anno.
Quello di Facebook è un tentativo. Alcune campagne di sensibilizzazione, anche se fatte bene, risultano molto “fredde”: utilizzano attori professionali, centri studio e molto altro. La sensazione è però è che, essendo così ben fatte, “istituzionali”, rischiano di non arrivare al “succo”. Ossia: hai rischiato? Fai il test HIV. Per questo vogliamo provare a vedere cosa si direbbero i ragazzi, informalmente, in un minuto e con pochi giri di parole. Perché sono proprio loro quelli su cui la prevenzione e la diagnosi tempestiva sono più importanti.

Qual è il grado di percezione del problema di questi tempi, in particolare nella popolazione giovanile?
Quello della prevenzione è un tema delicato da trattare, anche per i media. Sappiamo, perché lo vediamo, che sono molti i ragazzi che fanno il test, anche se non condividono questa esperienza, preferiscono tenerla in un ambito privato.
La sensazione è che i ragazzi siano abbastanza informati. Hanno anche le idee sufficientemente chiare su dove e come poter fare il test, ma rimane ancora un argomento tabù e questo limita la diffusione delle informazioni e di conseguenza riduce la straordinaria efficacia che questo strumento, il test, ha nel contrastare la diffusione del virus.

Quale ritorno vi aspettate da questa campagna?
Il ritorno può essere di due tipi. Il primo, quello più pratico, è che magari qualcuno dei partecipanti al concorso trovi una tipologia di comunicazione molto efficace e spendibile a livello comunicativo per una campagna più ampia.
Il secondo è l’impegno diretto. Coloro che si metteranno, anche solo un minuto, a elaborare questo tema per tirarne fuori un messaggio non potranno che fare un’opera di approfondimento. Questi saranno ovviamente un numero minore rispetto a quelli che la campagna mira a raggiungere comunicativamente, ma ne avranno un ritorno assicurato in termini di conoscenza personale della tematica.

L’ospedale Amedeo di Savoia è un polo all’avanguardia a Torino per le malattie sessualmente trasmesse. Quale futuro all’orizzonte per questa struttura?
La storia dell’Amedeo di Savoia è lunga e complicata. Doveva essere ricostruito negli anni ’90, grazie al finanziamento della legge 135/90, e di lì a pochi anni avrebbe dovuto rinascere. Purtroppo ci sono stati una serie di ritardi, dovuti a problemi oggettivi come il posizionamento geografico lungo la Dora e il continuo rischio esondazione; il fatto di essere in un’area sottoposta a vincoli legittimi delle belle arti. Sta di fatto che siamo arrivati al 2013 e siamo ancora nell’incertezza, con un piano sanitario che annuncia la chiusura dell’ospedale senza però chiarire dove si sposteranno i servizi che ora la struttura svolge.

Alla luce della notizia recente della bimba che in Mississippi è guarita dall’Aids, come giudica il livello della ricerca italiana e l’attenzione generale su questo tema (quello della ricerca)?
Se dovessimo fare un rapporto tra i fondi dedicati alla ricerca e la capacità dei ricercatori stessi di fornire dei dati, dei risultati, potremmo dire di essere all’avanguardia su tutta la linea. Nel campo della ricerca contro l’Aids la dedizione e l’impegno sono altissimi. Basti dire che l’Aids e la sua cura sono tra i grandi dieci obiettivi mondiali di sviluppo umano. Tra i primi dieci punti, che possono essere l’accesso all’acqua, l’alimentazione, la fine delle guerre c’è anche la cura per una malattia che si chiama HIV/Aids, per far capire cosa spinga i ricercatori ad andare avanti.
Di contro, come dicono gli americani, la buona ricerca è costosa. Quindi, per accelerare i tempi e salvare più vite, bisognerebbe disporre di maggiori finanziamenti, che purtroppo non si profilano all’orizzonte.

(toni castellano)



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