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"Altro che tagli, la cultura è un obbligo dello Stato"

 
Ettore Scola

Perché anche in tempo di crisi la cultura resta un bene primario? Sono giuste le proteste del mondo dello spettacolo o si deve tutti tirare la cinghia? Quale futuro può avere un Paese in cui la proposta culturale viene delegata ai privati? Lo abbiamo chiesto ad  Ettore Scola, maestro del cinema italiano e voce della protesta contro i tagli governativi al mondo dello spettacolo.
 

Ettore Scola, lei parla di "cinecidio premeditato da parte del Governo". Quale pensa possa esserne il movente?
È vero che la crisi economica impone dei tagli, ma quando i tagli sono orizzontali nascondono altre volontà. Perché non si parla di ridurre le spese inutili, su cui saremmo tutti d'accordo. Ma di tagliare orizzontalmente, senza un criterio. E ciò nasconde la volontà di trascurare e addirittura di danneggiare il mondo della cultura, che sia cinema, teatro, letteratura, ricerca, scuola.. . E' mal visto tutto ciò che è d'interesse pubblico e migliora il cittadino affinandone lo spirito critico.
Non bisogna criticare, ragionare, pensare: perciò lettura e cinema diventano momenti inutili. Scuola e teatro, meno se ne parla è meglio è. Meglio invece privilegiare la tv, che è molto più controllabile, oppure il settore privato - che infatti viene favorito - perché non è pericoloso. Oltre al fatto che non è aperto a tutti ma solo ad alcuni che se lo possono permettere.
 

La cultura resta un bene primario anche quando la situazione economica impone dei sacrifici?
Bisogna fare sacrifici in tempo di crisi e il cinema già lo fa. Ai miei tempi, quando ho iniziato,  si producevano quattrocento film all'anno. Adesso sono al massimo 10-15. Quindi, come vede, i risparmi si fanno e ciò avviene anche nell'aspetto occupazionale, con i 150 mila lavoratori del settore rimasti senza lavoro.
 

Ma tutta la produzione del mondo dello spettacolo è di qualità e quindi merita di essere difesa?
È come dire: siccome non tutti i libri sono di qualità meglio non difendere l'editoria. La qualità deriva anche dalla quantità di produzioni. Certo se si fanno dieci film è difficile che venga fuori il capolavoro. Se invece se ne realizzano cento c'è qualche probabilità in più. E poi chi decide che cosa è bello o brutto? Solo il pubblico può, scegliendo liberamente di vedere o non vedere un film o leggere un libro. Selezionare a monte, tagliare i fondi per evitare libri o film brutti mi pare sbagliato.
 

Un paese che si indebolisce sul piano culturale è un paese che si indebolisce anche sul piano etico?
Intanto, etica ed estetica sono sempre legate. E poi un paese esteticamente brutto, come si avvia ad essere il nostro, è anche eticamente immorale. Anche uno spettacolo immorale è brutto, così come una proposta di valore estetico è altamente morale. Questi sono tutti concetti da rivalutare politicamente.
 

Cosa si augura per il futuro del cinema e del pubblico italiano?
Mi auguro non soltanto maggiori fondi, che certamente aiutano. Ma una diversa valutazione della cultura, una diversa ottica che non sia solo imbevuta di pregiudizio o ostilità. Che si capisca che i soldi destinati alla cultura non sono spese ma investimenti per un futuro migliore, per i giovani, per i bambini, per i cittadini. E quindi, in quanto investimenti, interesse e obbligo per lo Stato.

(Elena Ciccarello)

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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