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Primo piano

Universo scuola: seconda tappa del viaggio

 
La protesta a Torino

Hanno cominciato da Palazzo Campana. «E' da qui che è iniziato il '68, qui sono nati tutti i movimenti giovanili». Poi la stazione di Porta Nuova, e su, in salita, verso la Mole, il tetto del Politecnico, in quella ascesa che lega Torino a Pisa, Firenze, Roma e a tutte le altre città universitarie d'Italia. Chiuse per protesta sui tetti. Nicola Malanga, di "Studenti Indipendenti", ci racconta la mobilitazione delle facoltà torinesi. E spiega perché lui e le altre centinaia di ragazzi che occupano i tetti si sentono "derubati del futuro".
 

Perché queste mobilitazioni? Il vostro salire sui tetti è solo un dire "no" ai tagli o chiedete un'Università diversa?
Abbiamo occupato prima Palazzo Campana, poi la Mole e il tetto del Politecnico contro qualcosa ma anche per qualcosa. Prima di tutto siamo saliti fin lassù per gridare che siamo stanchi di continuare a subire tagli alla cultura, all'istruzione, al diritto allo studio, insomma a tutto ciò che, come ci ha ricordato un nostro ministro, "non si mangia". Siamo stanchi di vivere in un Paese che non finanzia la ricerca, che condanna al precariato perenne chi sogna l'insegnamento, che ci nega la possibilità di informarci, studiare, fare e produrre cultura. Ed è proprio qui che inizia la pars construens della nostra protesta: vogliamo capovolgere i terreni classici della mobilitazione e farci sentire con proposte concrete e realizzabili, in grado di ridisegnare l'Università italiana nel suo complesso. Non solo: vogliamo che dall'Università parta una rivoluzione culturale che coinvolga tutto il Paese e lo risvegli da questa sorta di "torpore" che lo avvolge.


Quali sono queste proposte?
"Diritto allo studio" è l'idea chiave del nostro progetto: anzitutto, quindi, chiediamo borse per studenti, finanziamenti ai ricercatori, riforma del sistema di tassazione universitario. Perché senza risorse adeguate costruire tutto il resto è impresa impossibile. L'elemento "economico" è certamente primario, ma questi tagli incidono in modo determinante soprattutto sulla qualità dell'istruzione, sul "modello" di Università, di scuola e di Paese che ci stanno imponendo. Quindi chiediamo equità: non vogliamo più vivere in un Paese dove oltre il 60% dei liceali con famiglie a basso reddito deve rinunciare all'idea di proseguire gli studi dopo le superiori. L'Università, oggi, non garantisce mobilità sociale: solo i figli dei medici possono fare i medici, sono anni che non riusciamo a uscire da questo vecchio, odioso schema. E proprio in questo senso la meritocrazia che chiediamo è una meritocrazia della cultura. Non certo questa sorta di "performance produttiva" che ci stanno propinando. Vogliamo che siano premiati l'impegno e le capacità, vogliamo che venga riconosciuta non la quantità di lavori prodotti quanto piuttosto la qualità di ciò che si fa. Solo da queste premesse potremo costruire un'Università finalmente diversa. E in grado di contribuire allo sviluppo di un'Italia migliore.
 
Qualcuno vi accusa di essere troppo vicini ai partiti e di non essere per questo completamente liberi di esprimere davvero ciò che volete...
Sbagliano. Siamo un movimento totalmente nuovo, nato trasversalmente in diverse facoltà. Ci siamo messi in rete proprio per combattere questo vecchio modo di fare politica e per pensare a un'istruzione diversa e migliore. Sin dall'inizio ci siamo autofinanziati e abbiamo detto "no" a qualsiasi tipo di coinvolgimento di sigle partitiche. Siamo convinti che si possa, anzi, si debba far politica in questo senso. Chi studia ha il dovere di denunciare i tagli che tolgono vita alla cultura, ha il dovere di riportare al centro del dibattito temi come quello di un sapere che davvero sia "bene comune", svincolato dalle logiche del mercato. Chi studia ha il dovere di battersi per la meritocrazia della cultura, per ridare all'istruzione una qualità diversa. E tutto ciò vogliamo farlo restando fuori dalle dinamiche strettamente partitiche, che, oggi più che mai, ci interessano davvero di striscio.

E al ministro Gelmini, che dice che state facendo il gioco dei "baroni", cosa rispondete?
È un'accusa assurda. La nostra protesta sta denunciando i privilegi dei baroni, intoccabili e strapagati.  È la riforma, piuttosto, che non propone nulla di concreto per cambiare davvero le cose. Anzi, il ddl Gelmini, da questo punto di vista, peggiora l'esistente. I docenti strapagati, oggi, sono migliaia. Migliaia di professori che troppo spesso si permettono di non presentarsi agli appuntamenti con gli studenti, di rimandare gli esami senza avvisare, di far tenere le lezioni a ricercatori che lavorano gratis. Ecco, la riforma non tocca questi "baroni", anzi, li difende. Altrimenti perché, come chiede tutta la rete della protesta, non si crea un unico tipo di docenza eliminando la tripartizione tra ordinari, associati e ricercatori? È evidente che in questo modo la "baronia" verrebbe messa a freno.
 
Quali credi che siano le attese della società su quello che state facendo? Insomma, come "vi guardano" da fuori?
Mi pare che anche da questo punto di vista stiamo assistendo a qualcosa di nuovo. Credo che in tanti ci guardino sorridendo. Perché per tutto e per tutti c'è un limite. Molti italiani sono stanchi dei continui tagli alla cultura, dei ricarichi sulle tasse universitarie, magari di figli o nipoti. In tanti hanno la sensazione più che concreta che questo venir meno di fondi corrisponda a una precisa volontà di negare la qualità dell'istruzione pubblica. Noi oggi siamo sui tetti anche per questo. Anche per le migliaia di italiani e italiane che non ne possono più. Anche per dire basta a questo tipo di politica con la "p" minuscola che si è scordata cosa sia la democrazia, che si trascina tra schermaglie e veline, che si rassegna o, peggio, contribuisce a creare un Paese che nega il futuro ai suoi giovani. Ecco perché, qui come in altre parti d'Italia, con noi sui tetti ci sono professori, ricercatori, genitori, rettori, associati: persone di destra e di sinistra, giovani e meno giovani, che non hanno a cuore tanto l'appartenenza partitica quanto la ricerca, l'istruzione, il futuro di noi tutti.

Come immagini il futuro di questo movimento?
Non ci fermeremo certo qui. Faremo di tutto perché dei temi che solleviamo non si smetta di parlare. Questa volta, davvero, non possiamo permetterci di far cadere tutto nel silenzio. Come giovani laureati ci aspettano anni da precari, passati a rincorrere stage ai limiti dello sfruttamento, o, nella migliore delle ipotesi, una "fuga" verso l'estero. Ci aspettano anni di veline e letterine che dagli schermi di una tv ci spiegheranno che cosa in questa Italia "paga" davvero. Non possiamo più tacere, non vogliamo più tacere. Stavolta, ne siamo convinti, abbiamo dalla nostra tanta, tantissima gente stanca di essere presa in giro.  

(Federica Grandis)

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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