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Il tempo del denaro non è quello della relazione

Il tempo è una dimensione con cui gli operatori di un centro crisi per le dipendenze sono quotidianamente chiamati a misurarsi. Eppure il tempo, oggi, rischia di assumere contorni sempre più indefinibili, soggetto com'è alle variabili impazzite legate unicamente a una mera questione di bilancio: il tempo del budget.
Ecco dunque che le situazioni apparentemente croniche (l'80% dei nostri inserimenti) assumono, piuttosto, una caratterizzazione ciclica, nella quale convergono concezioni del tempo diametralmente opposte: da una parte il tempo degli ospiti, che alternano fasi di urgenze, di smania di vedere al più presto concretizzati i propri obiettivi perché iniziano ad accusare la fatica di sentirsi a carico degli altri, a fasi in cui chiedono e prendono tempo, per la paura di fare quel salto di qualità che permetterebbe loro di emanciparsi da una condizione di passività. Dall'altra parte c'è il tempo del Ser.D (servizio pubblico per le dipendenze, ndr.): un tempo, oggi, che rischia di essere direttamente proporzionale alla sola disponibilità del pagamento della retta, tempo che preme affinché i risultati siano tangibili, misurabili e quantificabili a breve termine.
E infine c'è il nostro tempo, il tempo degli educatori che si trovano quotidianamente a dover coniugare tempistiche diverse, opposte, a tenere in considerazione il limite oggettivo posto dai servizi pubblici e contemporaneamente i bisogni effettivi delle persone accolte, innanzitutto quelli relazionali.
In quest'ottica risulta necessario stabilire delle priorità rispetto alle numerose richieste di aiuto delle persone che accedono ai servizi, col rischio di escludere chi ha già intrapreso percorsi in comunità e chi tenta per la prima volta di chiedere un sostegno e una tutela. Il detto "il tempo è denaro" rischia in altre parole di ridurre la persona da protagonista a "comprimario", e di enfatizzare il tempo della pura efficienza a scapito quello della relazione e del confronto, tempo che prescinde dal risultato finale nella misura in cui costituisce il processo stesso del possibile cambiamento. Nell'urgenza di quantificare l'obiettivo raggiunto, il tempo relazionale viene così ad assumere quasi una connotazione di intralcio, di perdita, così come non trova spazio nella valorizzazione inesorabile dell'efficienza il tempo dell'attesa, che è sempre attesa creativa e significativa.
Una diretta conseguenza è la scarsa possibilità di poter offrire uno spazio alla sperimentazione personale e all'attivazione di quelle risorse funzionali a gestire positivamente le crisi, momenti che necessitano di tempo anche da un punto di vista quantitativo. Come operatori sociali siamo in parte chiamati a regolare il tempo dei percorsi delle persone che accogliamo: ma come farlo responsabilmente, soprattutto rispettando i tempi dell'altro?
È evidente quanto talvolta accelerare porti a una sorta di abuso, di violenza nei confronti di chi, faticosamente, è alla ricerca di senso e di significato, ma è altrettanto vero che non porre alcune regole porterebbe ad un situazione di empasse dalla quale sarebbe difficile uscire e che di certo non aiuterebbe gli ospiti della nostra struttura a diventare davvero protagonisti della propria vita.
Rispettare i tempi dell'altro diventa quindi anche resistenza al farsi fagocitare da quello scandito dall'"orologio pubblico". Del resto nell'epoca del "tutto e subito", la sfida per chi lavora nel sociale sta nel salvaguardare l'etica della relazione e dell'attesa, del tempo non quantificabile e non definito. Solo considerare e vivere il tempo da un punto di vista qualitativo permette, infatti, di avviare un reale processo di cambiamento e crea le condizioni indispensabili per un'adeguata proposta terapeutica.
Come scrive T.S. Eliot «...nella vita di un uomo non torna mai lo stesso tempo...», perché l'esperienza e l'incontro con l'altro vanno a connotare diversamente situazioni che solo apparentemente sembrano avere le medesime caratteristiche. L'intervento educativo allora si offre come occasione e possibilità di passaggio dall'evento costante e ineluttabile al cambiamento realizzabile.

Massimo Carocci
Responsabile Centro Crisi del Gruppo Abele


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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