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Zapatismo o "zapaturismo"?

"Al popolo del Messico, ai popoli e governi del mondo. Fratelli, noi siamo nati nella notte, viviamo nella notte e in essa moriremo, però domani ci sarà la luce per gli altri, per quelli che oggi piangono nella notte e ai quali viene negato il giorno, per tutti la luce, per tutti tutto ..."
Le parole sono scandite, trasudano fermezza, le frequenze basse del brano di Manu Chao che le ospita ne amplificano l'enfasi. Benché lo abbia ascoltato non so quante volte, il magnetismo comunicativo di questo discorso di Marcos continua a sembrarmi strepitoso. Mi guardo intorno e penso che i molti che mi circondano sono d'accordo me.
"... terra, lavoro, pace, salute, educazione, indipendenza, democrazia, libertà, queste sono state le nostre richieste durante la lunga notte dei 500 anni, queste sono oggi le nostre esigenze !"
La musica sfuma senza cessare del tutto, la canzone è mixata con un'altra che ancora non ho riconosciuto quando l'amico con cui sto sorseggiando una birra mi guarda con espressione di rassegnato disgusto e mi fa:
"Dai andiamo in un altro bar, questo è un posto da zapaturisti !"
"Zapa... che ?" gli chiedo, sicuro di aver sentito male.
"Zapaturisti ! S. Cristobal è infestata di zapaturisti, gente che si dice zapatista ma non sa nemmeno cosa sono le Dichiarazioni della Selva. Vengono qui, si comprano i sandali come i campesinos, ascoltano le parole del Sub* in una canzone e sono convinti di tornare a casa con la patente di rivoluzionario. Qui è tutto a loro uso e consumo, non hai visto che in centro ormai ci sono soltanto alberghi, ostelli, bar, ristoranti e negozi di souvenir ? Lo sai che in questa città ci sono 35 locali italiani ?! Per me lo zapaturismo rappresenta il più indesiderato fra gli effetti della lotta dell'EZLN.**"
Riavvolgiamo il nastro per schiarirci le idee.
È il primo gennaio del 1994, in Chiapas, stato meridionale del Messico, un migliaio di indigeni Maia, apparentemente saltati fuori dal nulla, con un atto clamoroso occupano in armi sette città capoluogo e al grido di "Ya basta !" e "Zapata vive, la lucha sigue !" dichiarano guerra allo stato messicano.
Colti di sorpresa, né l'allora Presidente della Repubblica Salinas de Gortari, lo stesso che qualche mese più tardi firmerà il trattato di libero commercio con Stati Uniti e Canada (NAFTA), dichiarando con enfasi nazionalista "Da oggi il Messico fa parte del primo mondo", né il governatore dello stato del Chiapas, né tantomeno gli alti quadri dell'esercito in un primo momento capiscono la vera essenza del sollevamento zapatista. Lo giudicano un atto dettato dalla disperazione e si preparano alla repressione con la calma di chi sa di essere immensamente più forte del proprio avversario.
Però gli zapatisti, insorti perché esasperati da condizioni di vita impossibili, non contano su granate e moschetti per conquistare la vittoria, la strategia è un'altra ed è sorprendente per la sua novità.
Infatti il giorno seguente l'EZLN abbandona le città occupate e fa ritorno ai villaggi nella foresta Lacandona. Gli indigeni si tolgono il celebre passamontagna e tornano al lavoro nei campi, ma nel giro di poche settimane, grazie ad un'efficacissima campagna di comunicazione attraverso la rete di internet (è la prima volta che accade per una insurrezione), il mondo intero viene a conoscenza della lotta che hanno intrapreso e delle motivazioni che ne stanno alla base.
Negli anni il sostegno ricevuto dagli zapatisti a livello internazionale è stato enorme e molto variegato (in Italia ad esempio si va da Bertinotti e i 99 Posse all'Inter del petroliere Moratti) ed è questa capacità di comunicare e di attirare attenzione che ha permesso all'EZLN di non restare isolato di fronte alla forza militare del proprio avversario. L'aver saputo spostare il terreno di scontro dalle armi alla politica, attraverso la comunicazione che crea appoggio internazionale, rappresenta l'elemento innovativo della lotta zapatista e, unitamente alla coerenza e alla capacità di resistenza, ne sta garantendo la durata nel tempo.
Poco importa, dico al mio amico dopo aver riflettuto tutta la sera sulle sue parole, se S. Cristobal si è trasformata in una meta di pellegrinaggio per attivisti fai da te del terzo millennio, è un danno collaterale più che accettabile a mio avviso. Credo sia andata molto peggio a Lourdes o Goa. Lo zapaturismo in fondo risponde al bisogno, che è sempre esistito, di condividere l'ideale della rivoluzione, il coraggio della scelta estrema. Tanto di guadagnato se l'EZLN facendo leva su tali sentimenti ha saputo porre con forza all'attenzione mondiale il tema dei diritti delle popolazioni indigene.
Quello che disturba casomai è la banalizzazione, perché svilisce gli ideali e genera disinformazione, è il constatare che gli zapaturisti, così acriticamente bisognosi di trovare rapide conferme alle loro preziose convinzioni, si privano della possibilità di leggere con più attenzione il contesto del Chiapas e di rilevarne la grande complessità.
"In Chiapas chi non è confuso è mal informato" mi diceva un altro amico di una ONG messicana. Per gli zapaturisti tutti gli indigeni sono zapatisti, esseri puri e perfetti e chi non è zapatista è anti-zapatista, bianco o nero, buoni e cattivi. È questa tendenza a semplificare le cose, a mio avviso, l'unica colpa degli zapaturisti, l'unico errore che tutti, per il bene della lotta zapatista, dovremmo cercare di non commettere.
 

 
Emiliano Cottini


*Abbreviazione di Subcomandante Marcos.
**Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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