È il 27 luglio, sono appena le 8 del mattino, e sono scalzo, con il fango alle caviglie, in mezzo a un campo di peperoni nelle campagne casertane attorno a Casal di Principe. Il sole è ancora tenero e i peperoni verdi: tra una settimana al massimo cominceranno a raccoglierli. "Dai, lega" dice una voce con accento veneto. È Jacopo, un ragazzo di Padova: lo conosco da due giorni. Ci stiamo occupando di legare con della rafia le file di piante di peperoni. Lui tende il filo attorno a una coppia di paletti, io lego. Avanti così per un centinaio di file, ogni fila otto piante. Ne avremo fino alle 12. "Scipp l'erbacc". Un urlo in lontananza. È Nicola, il nostro sovrintendente ai lavori, che si avvicina e ci dice: "E facit 'na pausa di tant in tant: site prop du Nord". Così ci fermiamo, beviamo un goccio d'acqua, fumiamo e chiacchieriamo. Nicola ha poco più di 60 anni e ha fatto l'agricoltore per tutta la vita. Ha sempre vissuto a Casal di Principe e ora che è in pensione si occupa del campo su cui io, Jacopo e un'altra dozzina di ragazzi camminiamo. Pomodori, peperoni, melanzane, zucchine, un po' di cetrioli e qualche albero di pesche. È un volontario, ma come dice lui "l'importante è che mangio. E se sto 'ngopp a nu terreno qualcosa lo trovo sempre". Il terreno di cui si occupa Nicola apparteneva a Francesco 'Sandokan' Schiavone, boss del clan dei Casalesi. In carcere dal 1998, condannato all'ergastolo per associazione di tipo mafioso. Sottoposto al regime di carcere duro previsto dal 41bis. Siamo su una terra confiscata alla camorra. Lavoriamo gratuitamente per la cooperativa sociale Agropoli, nell'ambito dei campi estivi di lavoro organizzati da Libera in tutta Italia. Tutto quello che si produce qui servirà a finanziare i progetti delle cooperative sociali che in questa zona operano. L'esperienza dei campi di lavoro verte su due momenti distinti: il lavoro agricolo e l'incontro con il territorio per uno scambio interculturale. Spesso le due cose si compenetrano. Mentre fumiamo, la cosa che Nicola ci chiede più spesso è: "Che si dice su da voi di questi posti? Dicono ca simm' tutti malacarne. È ver?" Io e Jacopo ci guardiamo. Non capiamo se vuole sapere davvero quello che si dice dove abitiamo o se ha bisogno di rassicurazioni. Nicola ci chiede anche dove dormiamo. Rispondiamo che per tutta la settimana dormiremo nella villa di via Ruffini a San Cipriano D'Aversa, un paesino a pochi chilometri da Casal di Principe. La villa è una casa famiglia per ragazzi con disagi psichici. Ci abitano in sei, sotto la supervisione degli educatori e degli assistenti sociali della stessa cooperativa Agropoli, che evidentemente non si occupa solo di agricoltura. Ci racconta Nicola che la villa apparteneva a Pasquale Spierto, uno dei killer dei casalesi. Anche lui ora si trova in carcere: due ergastoli da scontare.
In molti mi hanno chiesto di raccontare la settimana trascorsa a Casal di Principe. Ma non me lo chiedevano come se fossi andato a prendere il sole a Formentera: mi chiedevano il perché. Sono andato a Casal di Principe con il mio clan di scout, da Torino, per fare un'esperienza di "servizio" insieme ai ragazzi di cui sono responsabile. Il termine "servizio" fa parte del vocabolario scoutistico, tradotto vuol dire prestarsi gratuitamente. Insomma, volevamo fare qualcosa di utile. I campi di Libera ci sono sembrati la scelta giusta per le nostre esigenze. Ci avrebbero permesso di 'servire', conoscere una realtà differente da quella della nostra città e sviluppare rapporti con altre persone, del posto o, come noi, con differenti provenienze ma simili esigenze. Il resoconto della settimana passata nelle terre di don Beppe Diana richiederebbe troppe righe, mi concederò solo pochi momenti.
Il primo è quello in cui ho notato le facce dei miei ragazzi, appena usciti dalla stazione di Albanova - San Cipriano. Impressionate, quasi imbarazzate. Rifiuti a terra, casonetti inesistenti, pedoni che camminavano, pericolosamente abituati, in mezzo a macchine e motorini che si muovevano senza legge. I primi, obbligati al rischio dall'estinzione dei marciapiedi del paese, i secondi, liberi negli illeciti per la favorevole assenza di segnaletica, sia verticale che orizzontale.
Il secondo momento che conservo fisso, fermo come uno scatto fotografico, riguarda un rumore, anzi, un silenzio. Il silenzio dei ragazzi, scout e non, provenienti da tutta Italia, dopo l'incontro con la figlia di Antonio Di Bona. Antonio era un agricoltore. Il 6 agosto del '92, mentre si trovava nell'officina di un meccanico a Villa Literno per far riparare il proprio trattore, venne ucciso per un regolamento di conti tra un clan e il meccanico gestore dell'esercizio. "Era nel posto sbagliato al momento sbagliato", dice la figlia Maria mentre racconta la storia. Il silenzio che poterò sempre dentro è quello dei miei ragazzi, che non sapevano cosa domandare dopo aver sentito come può morire un uomo.
L'ultimo momento riguarda le parole con cui i giovani della cooperativa ci hanno salutato la domenica della partenza. "Il raccolto di quest'anno sopravviverà, nonostante voi!", ci ha detto ridendo il responsabile della cooperativa. "No, invece, grazie a voi!". Sul viso di quindici ragazzi di Torino, accompagnato da quelle parole, ho visto apparire il significato di quella settimana. Per sette giorni avevano la faccia di chi si chiede "perché qui e non su un lettino al mare?". Poi d'improvviso, con poche e lievi parole, la soddisfazione. Più che a raccogliere i peperoni siamo andati a riaccendere chi i peperoni tutto l'anno li coltiva. Capendo come dagli stessi terreni in cui è nata la mafia, sia nata ora anche la cura. Il contrasto è già in atto. Quello di cui l'antimafia sociale ha bisogno, su quelle terre e non solo, è la consapevolezza. Ecco perché lì e non su un lettino al mare. Per dir loro che abbiamo visto quel che fanno, e lo racconteremo. Seminando, anche da qui, i nostri peperoni.
(Toni Castellano)
di Damaso Maniscalco
di Livio Pepino
di Ornella Obert
di Potito Ammirati
di Diego Novelli
di Rosi Taricco e Federica Aresu