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Violenza contro le donne: la realtà oltre le parole

Dicono che la lotta alla criminalità sta dando buoni risultati. Che ci sono meno omicidi in Italia. Meno furti. Meno rapine. Che la lotta alle mafie continua e ottiene successi importanti. Dicono che dobbiamo essere soddisfatti. A confermarlo anche un recente rapporto sulla criminalità della Fondazione ICSA, presentato al Viminale dal ministro Maroni, che sottolinea la "continuità e l'efficacia dell'azione dello Stato". Lo stesso rapporto dice però anche che un dato negativo c'è: gli omicidi sono sì diminuiti, ma sono aumentate le donne uccise. Una vittima su quattro è donna: nel '91 erano solo l'11%, oggi superano il 25%.
Dicono che il Ministero per le Pari Opportunità abbia definito il piano nazionale di sicurezza delle donne, con tanto di copertura economica. Piano che però non è ancora esecutivo.
Forse ci sono problemi più urgenti, o semplicemente che fanno "più rumore". Perché la violenza contro le donne spesso avviene tra le mura domestiche, e chi potrebbe sentire fa finta che quelle urla siano solite e banali liti familiari. Molte situazioni rischiano di trasformarsi in un gioco del "come se...". Facciamo "come se" tutto questo non fosse mai successo, "come se" quei lividi fossero il risultato di semplici cadute accidentali ("come se" la distrazione fosse donna!). Facciamo "come se" non stesse accadendo proprio a me, ai miei figli. E d'altra parte cosa mi aspetta se esco da queste mura familiari, che in quanto "familiari" sono conosciute anche se odiose e odiate? Fuori ci sono servizi attrezzati per me - dicono - e il governo ha già predisposto tutto. Ma poi leggo sui giornali che quelle associazioni che tanto cercano di fare contro la violenza alle donne, devono autofinanziarsi. O che i servizi alla persona sono stati drasticamente tagliati. E allora sono un po' confusa: mi dicono che dovrei denunciare, andare via di casa, che è un mio diritto volere una vita diversa e quando finalmente mi sono decisa cado in un "vuoto" istituzionale. Non ci sono posti sufficienti nelle strutture di accoglienza, i soldi mancano e i servizi sociali (quando ci sono anche dei figli che quelle violenze se le vivono con te) devono decidere quale situazione è più urgente, quale più pericolosa... le altre devono  aspettare. Non sapevo che ci fosse anche una "classifica" delle sofferenze.
Quando una donna viene uccisa si scatena un gran parlare intorno. Ciascuno è pronto a dire la propria, a fare congetture, "come se" fossimo dentro un grande "giallo" dove tutti, esperti e non, giocano a fare i detective. E intanto si perde di vista il fatto che un'altra donna è stata uccisa con tanta incredibile semplicità. Il dramma scade nella chiacchiera da rotocalco: nelle trasmissioni televisive ormai sentiamo parlare di donne uccise accanto all'ultimo gossip del vip del momento, o del bikini che va più di moda.
Allora mi dico che c'è qualcosa che non va, che si sta perdendo il senso della profondità delle cose: immersa in una realtà che non dà il giusto valore agli avvenimenti, il giusto peso, è facile che i miei lividi diventino un "non è niente", "sono solo caduta". La violenza così è doppia: quella personale e quella "istituzionale". Perché non mi basta pensare che il piano sulla sicurezza è stato varato, che i soldi virtualmente ci sono, se poi non ne posso usufruire in maniera immediata e urgente per uscire da una situazione violenta, che richiede risposte pronte ed efficaci.
Come operatrice di una comunità che accoglie donne che subiscono violenza con i loro figli, ho dovuto fare i conti con questo senso di urgenza, di pronto intervento perché non c'è tempo da perdere, pena la vita. E queste storie di umiliazione e abuso vanno prese subito sul serio, perché è già difficile per le donne stesse prendere sul serio la propria sofferenza, che è diventata quasi routine, normalità. La risposta in questi casi deve essere vera, seria, attendibile: solo così quelle ferite possono cominciare a bruciare di meno. Una risposta che non va demandata solo alle associazioni, che oggi sono costrette a inventarsi di tutto per non chiudere i centri anti violenza tenacemente voluti e creati ad ogni costo. La risposta deve arrivare da chi, ad ogni livello, è chiamato a garantire servizi alle persone, più sicurezza, maggiore serietà.
Non basta, nel leggere i dati ICSA, congratularsi per i segnali positivi, né basta sottolineare che in quel rapporto c'è "un dato negativo": con quel dato dobbiamo farci i conti, concretamente. La violenza fa sentire impotenti, ma ancora di più non poter aiutare chi ad un certo punto ha il coraggio di denunciarla, con un urlo silenzioso di fronte al quale la collettività non può girarsi dall'altra parte.
Come donna, come operatore, come cittadino non voglio più trovarmi in situazioni in cui l'esistenza delle persone si decide in base al budget economico disponibile, "come se" fossimo di fronte a trattative di mercato e non a diritti e progetti di vita.
Dico queste parole per dare voce a chi non la trova, perché i "dati negativi" dei report annuali non rimangano solo parole per pochi, ma diventino pensieri per tutti da cui partire.
 
Caterina Scavone
(Responsabile della comunità per mamme e bambini in difficoltà del Gruppo Abele)

 
 
 
 
 
 

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