
La situazione del lavoro nel nostro Paese è sempre più delicata, come testimoniano nuovi dati resi noti dall'Ocse. A preoccupare è soprattutto la disoccupazione giovanile, che in base al rapporto "Employment Outlook" è cresciuta in poco più di tre anni (dall'inizio della crisi) di 7,5 punti percentuali, raggiungendo un 27,9% nettamente al di sopra della media dell'area Ocse. Anche chi un lavoro ce l'ha deve in molti casi accontentarsi di contratti temporanei: è la situazione del 46,7% dei lavoratori fra i 15 e i 24 anni, costretti a misurarsi ogni giorno con la precarietà e le minori tutele degli impieghi "a tempo".
Altri dati che pongono l'Italia in una situazione di debolezza sono quelli sulla disoccupazione di lungo periodo e sul livello dei salari. Nel primo caso, se guardiamo al numero di persone senza lavoro da più di 6 mesi, notiamo che rappresentano circa la metà dei disoccupati dell'area Ocse, ma quasi il 65% di quelli italiani. Quanto alle retribuzioni, l'Italia con uno stipendio medio 37.773 dollari è al di sotto della media Ue, che si attesta sui 41mila.
Aiuta, nella lettura di questi numeri, tenere conto delle osservazioni che l'Ocse fa rispetto al nostro sistema di welfare e ammortizzatori sociali. In Italia, secondo l'organizzazione internazionale, «grandi riduzioni del reddito da lavoro individuale (per esempio in caso di perdita del posto di lavoro) tendono a tradursi in contrazioni del reddito disponibile familiare superiori a quelle osservate negli altri Paesi». Questo a causa di uno stato sociale che «gioca un ruolo minore nel proteggere le famiglie» dalle conseguenze della mancanza di occupazione.
Intanto, mentre qui continua la discussione sull'articolo 8 del decreto per la manovra finanziaria - le cui misure consentirebbero di derogare, in presenza di specifiche intese fra sindacati e singole aziende, a molte fondamentali norme sui diritti dei lavoratori - l'Ocse raccomanda al nostro Paese «un'ampia riforma dei contratti di lavoro». Riforma che si auspica «rivolta, in particolare, a ridurre l'incertezza rispetto alle conseguenze del quadro regolamentare sugli esiti delle procedure di licenziamento».
(C.M.)
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