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Primo piano

donne

Ferite per sempre

L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che circa 130 milioni di donne nel mondo siano già state sottoposte a pratiche di mutilazione genitale, e che 3 milioni di bambine siano a rischio ogni anno. Nella giornata dedicata ai diritti delle donne, conquistati e da conquistare, abbiamo chiesto alla dottoressa Marilena Bertini del Ccm di aiutarci a comprendere le dimensioni di un fenomeno che non riguarda soltanto l'Africa. 
 

La vostra organizzazione promuove il diritto alla salute e le cure primarie nei Paesi in via di sviluppo. Quanto questo significa occuparsi della salute delle donne e in che ambiti di cura in particolare?
Le persone più fragili dal punto di vista sanitario sono le donne ed i bambini. Nel 2011 abbiamo lanciato una campagna "Sorrisi di madri Africane" il cui scopo è quello di restituire il sorriso alle madri africane garantendo una gravidanza sicura ad almeno 200.000 mamme e cure a 500.000 bambini entro il 2015, lavorando a fianco di comunità ed istituzioni locali. Poiché operiamo in aree remote ed in contesti di fragilità dell'Africa Subsahariana, dove la pratica della escissione è piuttosto radicata, questo è tra i più importanti ambiti di prevenzione e informazione di cui ci occupiamo.
 

A quanto ammonta il numero di donne che hanno subito la mutilazione dei genitali dal
vostro osservatorio?
Nel mondo le stime dell'Oms (Organizzazione mondiale per la sanità) parlano di circa 130 milioni di donne già sottoposte a mutilazioni genitali. Nelle aree rurali del corno d'Africa, in cui lavoriamo (zone di agropastorizia transumante della Somalia, della Regione somala dell'Etiopia e nord del Kenya) tra l'80 e 90% di donne hanno subito tale pratica. Come Ccm abbiamo portato avanti molte campagne per sensibilizzare la popolazione locale nel suo complesso (non solo donne,ma anche uomini e autorità locali) sulla pericolosità delle Mgf. Una di queste è stata "Cutting edge", un filmato che racconta la storia di due adolescenti di cui una è infibulata e l'altra no e di come le due amiche abbiano difficoltà diverse in gravidanza e di come decidano di comportarsi con le rispettive figlie.
 

Com'è cambiato il fenomeno da quando avete iniziato ad occuparvene ad oggi?
A seguito di campagne come "Cutting edge" i formatori e alcuni leader delle comunità hanno deciso di non fare infibulare le proprie figlie. Ma la pratica ha radici storiche profonde e perciò non è facile cambiare queste abitudini, specie in contesti poveri e marginali come quelli di cui ci occupiamo.
 

Le Mgf hanno un fondamento religioso? Sono una pratica legata solo all'Islam come alcuni sostengono?
Non si tratta di un'usanza legata all'Islam. Maometto vieta qualsiasi mutilazione fatta sul corpo umano. L'origine di questa pratica risale alle tradizioni dell'antico Egitto. A riprova di questo, c'è il fatto che queste pratiche sono sconosciute ai paesi di lingua araba del Nord Africa (escluso l'Egitto) e all'Arabia Saudita, culla dell'Islam. Si tratta di riti ugualmente praticati da islamici, cattolici, protestanti, animasti e copti. È un fenomeno culturale più che religioso. 
 

Nel nostro Paese le donne migranti provenienti da Paesi in cui la mutilazione genitale femminile viene praticata sono circa 38 mila e solo in Piemonte l'Istat stima che siano 7mila le bambine a rischio. In Italia, come si previene che queste bambine subiscano questa pratica?
Le bimbe immigrate hanno meno rischio di essere escisse delle loro coetanee rimaste in Africa, perché in genere chi intraprende un percorso di emigrazione ha fatto una scelta di abbandono del proprio paese e delle tradizioni locali. Tuttavia, come segno di appartenenza alla propria comunità di origine alcune famiglie scelgono di far escindere comunque le proprie figlie, o in Italia, o ritornando nel paese natale. In Italia dal maggio 2004 una legge apposita proibisce la pratica, che prevede la reclusione da 6 a 12 anni per gli operatori sanitari e per i genitori. Il  primo caso di denuncia è avvenuto a Verona nei confronti di una donna nigeriana di 43 anni, che doveva praticare l'escissione ad una bimba di pochi mesi.
 

Quali azioni ritenete possano efficacemente contribuire a debellare questa pratica in Africa?
In Africa è fondamentale diffondere conoscenze circa la pericolosità della pratica, che sono spesso misconosciute. È importante al tempo stesso trovare riti di passaggio dall'infanzia alla fanciullezza "sostitutivi" e non  traumatizzanti, perché comunque non si può prescindere da questi, nelle culture di cui stiamo parlando. Infine è necessario che tutto il villaggio venga sensibilizzato su questo argomento e non solo le donne, perché è ancora molto diffuso e radicato il concetto che solo le donne escisse sono "degne" di essere "scelte" come mogli. Da ultimo, bisogna, per così dire, trovare un "compenso alternativo" a chi, nel villaggio, pratica le escissioni. Queste persone godono in fatti di stima e reverenza presso la comunità, ed hanno un "potere sanitario e tradizionale" che è problematico andare a scalfire senza creare disorientamento.
 

E cosa fare in Italia?
In Italia è importante parlare dell'argomento a comunità di donne che provengono da paesi in cui le Mgf sono praticate; sensibilizzare il personale sanitario (pediatri, vigilatrici d'infanzia, assistenti socio sanitarie) sull'argomento, senza demonizzarlo, ma cercando di discutere e condividere conoscenze culturali, antropologiche e sanitarie sull'argomento. La denuncia della avvenuta pratica e la condanna di chi pratica l'escissione in Italia è un deterrente, anche se non completo, perché molte donne, portando le figlie nel paese di origine per praticare la Mgf, non subiscono la condanna nel nostro Paese.
 
(manuela battista)

 
 
 
 
 
 
 

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