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Primo piano

nerina dirindin

Il welfare non è un lusso ma una risorsa

Dati e statistiche più o meno allarmanti ci informano ogni giorno di quanto la crisi condizioni la vita degli italiani, e in particolare indebolisca chi già è svantaggiato: dai disoccupati, agli anziani, ai malati. Per non fermarsi alla denuncia delle difficoltà e dei tagli, ma provare a elaborare insieme proposte alternative, oltre 50 realtà del sociale si sono date appuntamento a Roma il primo e il due marzo scorsi, con un convegno dal titolo "Cresce il welfare, cresce l'Italia". Obbiettivo: dimostrare che il sistema di diritti e tutele ai cittadini che va sotto il nome di "stato sociale" non solo non si può sacrificare agli obbiettivi di risanamento e rilancio dell'economia, ma di quel rilancio può rappresentare uno dei motori.
Ne abbiamo parlato con Nerina Dirindin, economista ed esperta di politiche sanitarie, che al convegno ha partecipato in rappresentanza del Gruppo Abele.   
 
Pochi giorni prima del convegno, in un'intervista al Wall Street Journal, il Governatore della BCE Mario Draghi ha dichiarato "superato" il modello sociale europeo. Voi ne proponete invece un rilancio...
Le affermazioni di Draghi, pronunciate in inglese e oggetto di interpretazioni controverse, sembrerebbero fare riferimento (e questo è anche un auspicio) più all'inadeguatezza dell'attuale modello di welfare di fronte alla gravità della crisi piuttosto che alla "morte" dello stato sociale. In ogni caso, certamente la situazione in cui ci troviamo obbliga a riflettere. Lo stato sociale è oggi di fronte a nuovi bisogni. E proprio per questo ci vuole più welfare, non meno welfare. Un welfare però profondamente aggiornato nei suoi obbiettivi e nelle modalità di intervento, mentre spesso è accaduto, soprattutto con riferimento alle politiche sociali, che sia rimasto ancorato a scopi e programmi validi decenni fa. In questi anni si manifestano esigenze del tutto "nuove" alle quali dobbiamo imparare a rispondere, che si aggiungono alle "vecchie" esigenze che si presentano via via sempre più gravi. Si pensi ad esempio alle povertà, che aumentano e cambiano: non più soltanto le tradizionali forme di povertà che colpiscono le persone emarginate, ma anche le povertà del ceto medio-basso, temporanee e inedite. Di fronte a questo aggravarsi e moltiplicarsi delle esigenze, abbiamo bisogno di più welfare.
 
"Cresce il welfare, cresce l'Italia" è stato il titolo dell'incontro. Ma al momento le indicazioni del governo sembrano andare in senso opposto: solo se l'Italia tornerà a crescere in termini economici, sarà possibile, se non "far crescere" il welfare, almeno salvare ciò che ne rimane. Perché ritenete la vostra prospettiva migliore?
Pur conoscendo i gravi problemi di finanza pubblica che l'Italia deve affrontare, crediamo non si possa risanare il bilancio pubblico facendo pagare il prezzo alla coesione sociale e al welfare. Anche perché molte delle iniziative che si potrebbero realizzare in questo ambito - e che sono state fatte fino al 2008, quando sono iniziati i pesanti tagli alle politiche sociali - richiederebbero risorse relativamente modeste, quindi sarebbero almeno in parte compatibili anche con un bilancio così in crisi.
L'attuale governo ha già fatto qualcosa di importante, rispetto alla manovra approvata da quello precedente nel luglio scorso. Ha cancellato la riduzione di 20 miliardi che doveva derivare dalla riforma fiscale e assistenziale contenuta nel disegno di legge ancora in discussione in Parlamento.
Tale riforma è fonte di grande preoccupazione, non solo per l'impostazione adottata, che propone la sostituzione delle politiche sociali con la "beneficienza", ma soprattutto perché prevedeva un taglio di 20 miliardi - ottenuto attraverso il riordino della spesa, in particolare del sistema delle erogazioni monetarie per le persone più fragili, a partire dall'indennità di accompagnamento. La rinuncia al taglio di 20 miliardi è una prima scelta significativa del governo Monti. Ma non basta. Sarebbe necessario un segnale sulla non autosufficienza, rispetto alla quale il nostro Paese non è mai stato in grado di disegnare un vero sistema di interventi e servizi, salvo la costituzione nel 2007 di un Fondo nazionale ora completamente azzerato (ma pari a 400 milioni nel 2009).  
 
Quali sono le richieste e proposte più concrete emerse durante i lavori?
Le oltre 50 organizzazioni sociali che hanno dato vita alla Prima Conferenza nazionale "Cresce il welfare, cresce l'Italia" hanno chiesto al governo e alle istituzioni locali e regionali che le politiche per il benessere delle persone entrino a pieno titolo nelle agende politiche delle amministrazioni. Sono state sottolineate tre priorità. La prima è quella di bloccare i tagli alle politiche sociali. La seconda, definire i livelli essenziali nel settore socio-assistenziale e garantire le risorse sufficienti per realizzarli. La terza è accelerare sull'integrazione socio-sanitaria e sul tema della non-autosufficienza. Infine, l'assemblea ha approvato una mozione che chiede una drastica riduzione delle spese militari, e la sospensione dell'acquisto dei caccia F-35: in questo modo sarebbe possibile recuperare subito 10 miliardi di euro da spendere per i bisogni dei cittadini più deboli.
 
La progressiva "dismissione" del welfare è frutto soltanto di scelte politiche ed economiche, o anche di un suo "arretramento" culturale? Le tutele sociali sono sentite come una ricchezza dalla maggior parte dei cittadini o solo da chi ne ha davvero bisogno?
Sicuramente l'arretratezza di certe politiche nasce da una scarsa sensibilità verso le fragilità sociali, sia a livello politico che "tecnico". E nasce anche da un'incapacità degli operatori dei servizi sociali di alzare la voce e rivendicare quelle risorse che li metterebbero in condizione di rispondere meglio ai bisogni dei cittadini che quotidianamente incontrano. Questo è l'altro problema: perché gli operatori si rassegnano così facilmente alla marginalizzazione del proprio ruolo? Non possiamo inoltre dimenticare che viviamo in un paese dove tradizionalmente si pensa che i problemi delle persone più fragili debbano essere risolti all'interno della famiglia, con l'impegno soprattutto della donna, o dei figli nel caso degli anziani. E c'è poca percezione del fatto che a certi bisogni corrispondono dei diritti, di fronte ai quali le istituzioni sono chiamate a intervenire. È una cultura diffusa. Non dobbiamo certo perdere la capacità di essere solidali gli uni con gli altri, a partire dall'interno della famiglia, ma questo non significa che chi ha problemi - e chi se ne occupa - debba essere lasciato solo.
 
Il fatto che alcuni diritti siano oggi visti come "privilegi", e le persone più fragili come una costosa zavorra per la collettività, è anche un po'colpa dell'"abuso di assistenzialismo" a cui in passato si sono abbandonati sia il pubblico che il privato sociale?
È vero, in alcune realtà ci sono stati fenomeni di abuso. Ma è pericoloso generalizzare. Negli ultimi anni si è andati quasi ossessivamente alla ricerca di esempi negativi, al fine di denigrare quanto di buono è stato fatto nella gran parte dei casi. Pensiamo ad esempio alla campagna mediatica sollevata sui "falsi invalidi". Certamente chi approfitta di tutele che non gli spettano deve essere sanzionato, però non si può permettere che migliaia di persone che si trovano in reale e grave difficoltà siano mortificate nelle loro esigenze perché qualcun altro abusa illegalmente del sistema: questo è stato strumentalmente utilizzato per preparare il terreno a una ulteriore riduzione degli interventi nel settore sociale. 

Spesso il "sociale" ha lamentato una sordità della politica verso alcuni temi. È più facile dialogare con i "tecnici" oggi al governo? Durante il convegno avete trovato nuovi interlocutori istituzionali?
Al convegno è intervenuto il sottosegretario Cecilia Guerra, assicurandoci che le risorse destinate al welfare non saranno ridotte, come previsto dalla precedente manovra, ma ammettendo al contempo che sarà difficile stanziarne di nuove. Insomma, l'attenzione al tema c'è, ma per ora non c'è nulla di più concreto. Il problema è che i governi centrali non sono i soli responsabili, perché le politiche sociali sono in parte demandate ai comuni. E in troppi casi vediamo amministrazioni poco attente a questo aspetto, poco disposte a mettere a disposizione le risorse necessarie, e a sperimentare modalità nuove di intervento.
Già in periodi di minore ristrettezza economica, cioè prima del 2008, molti comuni investivano sul welfare assai meno di quanto avrebbero potuto fare, e agivano in un modo troppo frammentato, troppo distaccato dai bisogni delle persone. I servizi sociali devono essere vicini ai cittadini, non possono rapportarsi con loro in modo burocratico o addirittura "commerciale": ti do se mi paghi la quota a tuo carico. 
 
Malgrado la situazione generale di crisi e tagli, esistono oggi in Italia esperienze di welfare locale virtuose, alle quali guardare come segnale di speranza?
Certo. Parliamo ad esempio della non-autosufficienza e degli anziani. Ci sono regioni che, in assenza di una politica nazionale, hanno costituito un fondo regionale, e mettono a disposizione energie, professionalità e risorse. Cito fra tutti il caso della Sardegna dove - a partire dall'esperienza di associazioni di familiari di persone con disabilità - all'inizio degli anni 2000 e nel corso di tutto questo decennio sono stati messi in campo una serie di progetti innovativi. La persona con disabilità o anziana è coinvolta direttamente nel disegno degli interventi in suo favore, è responsabilizzata insieme ai suoi famigliari, è inserita in un piano personalizzato di cura: l'aiuto non riguarda solo lei, ma anche chi le sta vicino e se ne occupa. Questo ha dato ottimi risultati. Percorsi analoghi esistono anche in altre regioni, compreso il Piemonte nel quale però le risorse sono estremamente esigue e in continua riduzione.   
 
(cecilia moltoni)

 
 
 
 
 
 
 

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