Gruppo Abele

Salire sui tetti per costruire fondamenta

Non sopra la testa, ma sotto i piedi: in un mondo che va alla rovescia, anche le prospettive architettoniche chiedono di essere aggiornate. Così può accadere che, in un'afosa giornata d'estate, ci si senta più sicuri sopra un tetto, anziché sotto, pronti a sopportare il calore delle sue tegole arroventate, piuttosto che la fredda burocrazia che, qualche piano più in basso, è al lavoro per mandarti via. Non via dal tetto, non solo, ma via da Torino, via dall'Italia, via - forse anche più in fretta - dai pensieri di tutti noi.
Ben Asri Sabri, poco più che trentenne, ha deciso di passare proprio sul tetto gli ultimi giorni di permanenza obbligatoria nel CIE di Corso Brunelleschi. In segno di protesta per quella detenzione senza colpe - i CIE sono prigioni dove si chiudono le persone per ciò che sono, non per qualcosa che han fatto - ma anche come estremo tentativo di salvarsi dalla probabile imminente espulsione verso il suo Paese, la Tunisia. Una terra che certo lui ama, ma non gli ha offerto quelle opportunità che rendono la vita degna delle più ovvie aspirazioni umane, e dove per questo non vuole tornare. Ad imporglielo però, oltre alle nostre dure leggi sull'immigrazione, ci si è messo un accordo firmato di recente fra i governi dei due Paesi per agevolare il rimpatrio forzato degli immigrati nella sua situazione. Cioè i "clandestini", gli "irregolari", quelli entrati senza "permesso". È proprio perché sapeva che stava per essere rispedito nella sua terra, che Sabri ha scelto di lasciarla alcuni metri sotto, la terra, e salire in corsa su quel tetto come su un piccolo predellino del cielo.
Non è il solo ad averci pensato. La stessa forma di protesta - e di resistenza - l'hanno scelta tanti lavoratori, negli ultimi mesi, per difendere i loro diritti messi a rischio dalla crisi. Contro i tetti di spesa, un tetto vero, reale, per dire che la dignità e le speranze delle persone nessuno le può limitare. E che le mediazioni, i compromessi vanno bene solo se fatti "al rialzo", se guardano più lontano della contingenza e cercano la strada per superare i problemi conciliando economia e giustizia, profitti e diritti. Serve anche a questo, salire su un tetto, a vedere più lontano. Forse, più chiaro. Certo a farsi vedere, e sentire, quando ce n'è davvero bisogno. Succedeva poco più di un anno fa a Teheran: in quel caso è stata un'intera città a scalare i palazzi per chiedere verità e democrazia. E come non ricordare le parole di don Peppe Diana, quel «risalire sui tetti» che per lui significava ribellione alla camorra e alla sua violenza, riaffermazione di una vita libera e vera contro la schiavitù criminale.
L'avrà visto don Peppe, dal suo cielo, il giovane Sabri? Lui nel frattempo ha finito la sua "vacanza" sopra Torino. L'hanno tirato giù dal tetto, dicono con tatto, lo espelleranno presto e questo è tutto. Davvero tutto? No. Il "suo" tetto, e gli altri che per un breve o lungo periodo hanno dato casa alle speranze di tanta gente, spetta adesso a noi presidiarli. Abitarli idealmente ogni giorno, misurando con cautela il passo sulle loro oblique asperità. Per trasformare ogni tetto nelle fondamenta di un futuro migliore, rispettoso dei diritti e dell'uguaglianza. Un futuro il cui cielo non debba più ospitare le troppe domande di giustizia sfrattate dalla terra, ma invece le prodezze degli uccelli, degli aviatori e dei funamboli.

Cecilia Moltoni

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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