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Duisburg: quante parole inopportune

Come era prevedibile, la tragedia di Duisburg, insieme a venti giovani vite, ha trascinato con sé una scia di accuse, polemiche, analisi fantasiose. C'é chi si è spinto in inopportuni paragoni italo-tedeschi rispetto alla capacità di gestione degli eventi di massa,  chi non ha perso l'occasione di introdurre il termine gay parlando della parata, per discreditare le persone omosessuali, chi ha azzardato perfino complotti della 'ndrangheta. Parole che sono apparse insensibili e lontane, nella sostanza incuranti della morte e incapaci di leggere un fenomeno, quello dei rave, che non è certo nuovo. E' dalla fine degli anni 80, infatti, che in tutta Europa milioni di giovani si ritrovano in feste-evento che rompono le barriere del tempo e dello spazio, feste nelle quali la musica, la danza e il consumo di alcol e droghe rimandano a un modo di essere fuori dalle norme e dalle convenzioni della quotidianità. Qualcosa di simile, se non in continuità, con quei riti tribali che un tempo relegavano gli eccessi all'interno di contesti "regolati" e protetti. Modi per incanalare nella dimensione del sacro bisogni intrinseci a ogni essere umano, quei bisogni che spesso la nostra civiltà ha catalogato come espressioni di "disagio mentale", o respinto come forme di inquietante e ripugnante diversità. Per molti ricercatori attenti, il movimento dei raver è stata la naturale riproposta di quelle dinamiche, e la sua origine occidentale non deve sorprendere, dal momento che proprio l'Occidente "razionale" è stato il primo ad emarginarle. La cecità e il pregiudizio attorno ai rave nasce da lì, una cecità che in questi anni alcuni interventi di servizi sociali pubblici e privati hanno cercato di superare, sviluppando con i partecipanti ai rave progettualità tese a contenere i rischi e aumentare la consapevolezza. Accompagnamenti informali, non invasivi, ma proprio perciò efficaci.
E' forse questo che è mancato a Duisburg. Non altrimenti si spiega la concessione, da parte dell'amministrazione della città, di un'area che poteva contenere al massimo 250mila persone -  almeno tre volte meno di ciò che ragionevolmente ci si sarebbe potuto aspettare - e la dichiarazione, in conferenza stampa, che ne erano arrivate 300mila: un misto d'incapacità e malafede che ha aperto la  strada alla possibilità della tragedia. Venti anni di esperienza di "Love Parade" a Berlino avrebbe dovuto rendere evidente la crescita esponenziale nella partecipazione all'evento e un minimo di buon senso avrebbe escluso dal percorso della parata il tunnel-trappola a vantaggio itinerari e accessi più idonei. Infine la gestione della piazza, documentata dai filmati, con le forze dell'ordine che anziché lasciar aperta le vie di scorrimento provano a contenere la folla: insomma un pasticcio, una tragica profezia che si autoavvera.
Ciò che però più sconcerta sono, come detto, le reazioni. Molti dichiarano la fine dei rave o invocano legislazioni che vietino le feste su tutto il territorio europeo. E' l'ennesima polemica ideologica che si gioca su milioni di giovani che cercano, con tutti i limiti e tutti i problemi che ne possono derivare, una strada di socialità e di comunità; ragazzi, non "alieni", con cui si può parlare e costruire politiche di attenzione e cambiamento se solo si prendesse atto della normalità dei loro desideri e bisogni. La speranza è che ciò che è accaduto a Duisburg possa servire almeno a rompere il muro dell'ostinazione, del moralismo ipocrita, delle parole inopportune. Alla morte, forse, bisogna tornare a concedere il silenzio, lo spazio privato, spegnere le telecamere e essere vicini al dolore delle famiglie. Per tutto il resto ci vuole un po' di coraggio, di analisi oneste, di apertura mentale: cose di cui si sente oggi fortemente il bisogno.

Paolo Sollecito

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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