Ha molti aspetti positivi il piano antimafia votato in questi giorni in Senato. Positivo che entro un anno il governo s'impegni a redigere un testo unico antimafia che armonizzi una materia giuridica tanto complessa. Apprezzabili le misure di prevenzione, pur trattandosi ancora di direttive, e la volontà di potenziare lo strumento della confisca dei beni - anche se lascia perplessi il termine di un anno e sei mesi, prorogabile fino a un anno, per il passaggio dal sequestro alla confisca. Bene l'istituzione di una banca dati nazionale così come le misure che entrano subito in vigore: dalla tracciabilità dei flussi finanziari della spesa pubblica, ai controlli fiscali, alle "stazioni" regionali che vigilano sugli appalti e la trasparenza dei contratti, alle operazioni "sotto copertura" anche in relazione ai reati ambientali, al più forte coordinamento degli organismi contro il crimine organizzato.
Passi che, se concretizzati, renderanno più efficace il già ottimo lavoro dei magistrati e delle forze di polizia, ma che non devono farci dimenticare altri aspetti che necessitano a loro volta di una revisione e di un potenziamento.
Penso, ad esempio, alla delicata questione dei testimoni di giustizia. E' necessaria qui una diversa filosofia nell'approccio al testimone e un più adeguato progetto di reinserimento socio-lavorativo: la stima dei beni di chi è costretto a lasciare la propria terra deve essere fatta tenendo anche conto del costo della vita altrove. Altrettanto delicato il capitolo dei collaboratori di giustizia. E' certo giusto sottoporre le loro deposizioni ai più rigorosi riscontri, ma non vincolarle a scadenze così rigide, pena la loro inattendibilità e l'uscita dal programma di protezione. Lotta alle mafie significa però anche lotta alle forme di collusione e di illegalità che delle mafie sono spesso la premessa. Penso allora alla necessità di riformare il reato di voto di scambio - nodo del legame tra crimine organizzato e politica - e al più generale problema di etica pubblica: finora i "codici" di autoregolamentazione si sono rivelati deboli argini contro la presenza nelle istituzioni di persone condannate o rinviate a giudizio per gravi reati. O infine al tanto sbandierato, e poi caduto nel vuoto, disegno di legge contro la corruzione. L'Italia è uno dei paesi che ha firmato ma non ancora ratificato la Convenzione penale europea sulla corruzione del 1999 e che ha depenalizzato il "falso in bilancio", spesso origine di quei fondi neri che foraggiano le attività di corruzione. Ma soprattutto che ha in cantiere un testo sulle intercettazioni dal quale è stato stralciato l'articolo di una legge che dispone indagini ad ampio raggio non solo sulle mafie ma su tutte le attività criminali. Una legge che porta il nome di un magistrato che chiunque si spende per la democrazia non può e non deve dimenticare: quello di Giovanni Falcone.
d. Luigi Ciotti