Gruppo Abele

Primo piano

30.08.2010. «Guardare oltre l'orizzonte chiuso del presente». Intervista a Marco Revelli

 

In occasione del 44° campo scuola del Gruppo Abele abbiamo incontrato Marco Revelli, una delle voci più autorevoli della cultura di sinistra e profondo conoscitore del mondo del lavoro e della povertà. 
 


 
Le espulsioni in Francia dei rom hanno ricevuto l'approvazione in Italia del centrodestra ma anche di alcuni esponenti del centrosinistra. Cosa deve fare la sinistra per smarcarsi dalla logica della "tolleranza zero" e conciliare legalità e accoglienza?
L'intolleranza nei confronti dei rom, ma più in generale nei confronti degli esclusi, degli "ultimi", è un problema che non riguarda solo la Francia o l'Italia.  In un periodo di crisi come quello che sta attraversando l'Europa, la tentazione della classe politica di utilizzare i più sfavoriti come capro espiatorio per focalizzare le tensioni sociali verso il basso, ingaggiando una "guerra tra poveri", è un fenomeno che sta dilagando. Ai cittadini che vedono assottigliarsi i propri diritti, si indica come radice del problema chi è più fragile e ai margini. Non ricevendo risposte concrete da chi governa, sentendosi di fatto esclusi dalla "cittadinanza", coloro che vanno via via ad accrescere le fila dei poveri credono di potersi riappropriare di quei diritti perduti ponendo fuori qualcun altro. La differenza tra Francia e Italia è che nel nostro Paese questa "retorica del disumano" messa in atto dalla politica trova terreno fertile, perché più debole è la rete dei diritti su cui il cittadino può contare. La sinistra italiana non sembra avere attualmente gli anticorpi per tenersi fuori da questa logica populista. Dovrebbe, anziché fomentare questi "bacini dell'odio", promuovere politiche pubbliche in grado di restituire al cittadino i diritti perduti, unico modo per combattere quella frustrazione e di conseguenza quell'ira sociale che si scarica su chi è più fragile.
 
Il referendum di Pomigliano, i licenziamenti a Melfi e la bocciatura dei giudici, le prese di posizione di Quirinale e Cei... Cosa pensa dell'affermazione di Sergio Marchionne: «la divisione tra padroni e lavoratori fa parte del passato»? La precarietà dei diritti dei lavoratori è solo colpa delle imprese o c'è anche una responsabilità dei sindacati, incapaci di prevedere le conseguenze della diffusione nel nostro paese delle logiche del mercato globale?
La differenza media di retribuzione tra padroni e lavoratori nel nostro Paese è sproporzionata. Nel caso della Fiat, il reddito di un operaio di Pomigliano è 435 volte inferiore a quello dell'amministratore delegato del gruppo. Con una tale sproporzione l'affermazione di Marchionne suona quanto meno azzardata. Per quanto riguarda il sindacato, tra gli anni Ottanta e l'inizio del secolo ha accumulato un deficit conoscitivo e culturale nei confronti delle nuove forme di lavoro cosiddette "atipiche". Sono state per anni considerate come una fase della vita del lavoratore, soprattutto se giovane, in attesa di approdare al "posto fisso". Questa lettura si è rivelata traditrice. E la conseguenza è che oggi una parte consistente del mondo del lavoro, tra cui i lavoratori precari, gli atipici, ma anche i cosiddetti dipendenti "tradizionali", con contratti a tempo indeterminato, è senza garanzie e vede il potere di acquisto del proprio stipendio scendere di anno in anno. Oggi l'Italia è al ventitreesimo posto su trenta nella graduatoria Ocse delle retribuzioni, con un salario medio lordo che è del 16 per cento inferiore rispetto ai paesi dell'area Ocse e addirittura del 32 per cento se si considera la media Ue. Il divario tra salari e profitti è cresciuto fino a raggiungere i 120 miliardi di euro che ogni anno non entrano nelle tasche dei lavoratori, ma nelle casse delle imprese, che investono poco in termini di produttività, sviluppo e ricerca. Il precariato si è dimostrato essere una forma strutturale di lavoro. Richiederebbe pertanto uno "statuto" ad hoc e istituti di garanzia specifici, come il salario minimo garantito, che in Europa è largamente diffuso e che non trova corrispondenza tra gli ammortizzatori sociali italiani.

Davanti alla "liquefazione" delle istituzioni, nel suo ultimo libro Controcanto lei mette l'accento sulla necessità di un cambiamento "etico ed estetico" prima ancora che politico. Che cosa intende? E come il mondo dell'associazionismo può contribuirvi?
Bisogna ripartire dalla cultura. Bisogna tornare a dare rilievo pubblico a forme etiche che ritenevamo fossero confinate nel privato. Ci troviamo di fronte - in ogni schieramento politico - ad atteggiamenti e comportamenti inaccettabili. Ma l'inaccettabilità di questi comportamenti non viene dichiarata dall'opinione pubblica, perché si teme di essere accusati in quanto "nostalgici" dei tempi passati. E' una scelta forte, che necessita di una capacità di guardare oltre l'orizzonte chiuso del presente. E il mondo dell'associazionismo deve farsi artefice di questo cambiamento. Deve essere capace di parlare con franchezza all'interno del circo mediatico in cui siamo immersi, far sentire una voce diversa, che dal sociale arrivi fino alla politica.


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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